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Cultura

Fu Padre Pio ad affidare la progettazione dell’ospedale “Casa del Sollievo e della sofferenza” all’architetto frattese Sirio Giametta

Giuseppe Maiello

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Il 28 aprile del 1945 moriva Benito Mussolini. Pochi mesi dopo, il 2 settembre 1945, finiva la II guerra mondiale. Tutto ciò che era appartenuto a quel periodo veniva messo al bando. Fu proprio in quel periodo, antecedente lo scoppio del conflitto bellico –  in piena epoca fascista –  che vede la luce la nostra storia. Era il 1940 quando un giovane architetto frattese, Sirio Giametta (era nato nel 1912) viene chiamato da Padre Pio, per redigere il progetto dell’ospedale “Casa del Sollievo e della sofferenza”. Il suo nome però sparirà per oltre mezzo secolo, perché considerato “fascista”, e gli sarà resa giustizia solo 79 anni dopo. Va dato merito al meticoloso lavoro di un pool di architetti foggiani, che grazie alla loro ricerca hanno ricostruito tutti i tasselli di questa storia, che ha avuto anche altri protagonisti poi dimenticati. Ed i loro studi sono stati recepiti ed ufficializzati nella seconda edizione della vita di Padre Pio, riveduta, autorizzata e riconosciuta, dall’autore, Stefano Campanella, direttore di Padre Pio Tv,  con la presentazione di padre Francesco Moscone, Arcivescovo di Manfredonia-San Giovanni Rotondo-Vieste, presidente dell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza” e direttore generale dei “Gruppi di preghiera di Padre Pio”.  Nella prima edizione (del 1970 curata da padre Alessandro da Ripabottoni) il nome di Giametta non compare.

Un lavoro, quello del gruppo di architetti foggiani (Gaetano Centra, Antonella Pia Racano, Silvana Corvino, Dario Zingarelli, Gaetano Lombardi e Valeria Di Toro, anche con la collaborazione di alcuni colleghi campani: Pio Crispino, Leonardo Di Mauro e Domenico Ceparano) cominciato diversi anni fa e che ha avuto una svolta nel 2017 con il ritrovamento di una corrispondenza epistolare tra Giametta e Cesare Pace, di Casandrino, viceprefetto reggente di Pescara, dove era arrivato dalla prefettura di Foggia ed ancora prima era stato a Palermo. A Foggia, Pace diventa amico di don Remigio D’Errico, che a sua volta conosce molto bene Padre Pio. Il viceprefetto casandrinese si reca quindi molte volte dal frate di Pietrelcina, fino a diventarne figlio spirituale. In uno di questi incontri, il futuro Santo, gli parla del suo progetto. Pace intanto ha fatto da padrino di Cresima ad un giovane frattese, Sirio Giametta che si è laureato in architettura ed è diventato assistente universitario. In una delle conversazioni Pace dice a Padre Pio di avere tra le sue conoscenze un valente e giovane architetto: il suo “figlioccio”. Si fissa l’appuntamento e Giametta si reca a San Giovanni Rotondo nel settembre del 1940. Un mese dopo circa, il 10 ottobre c’è il primo briefing con il dottor Mario Sanvico, industriale di bibite di Perugia, il medico mugellano Guglielmo Sanguinetti, già figlio spirituale del frate cappuccino, e l’ingegner Antonio De Marino di Napoli, specialista in cemento armato.

Tra le lettere conservate dalla famiglia c’è una del viceprefetto indirizzata al giovane architetto in cui si raccontano questi particolari. La lettera è del 7 giugno 1942 e la guerra è ormai scoppiata. Il progetto piace a Padre Pio che in un incontro nella sua cella con Giametta si complimenta e gli dice ““… studia, poiché farai tanti progetti di ospedali che un giorno dovrai alzare le braccia e dire di non farne più”. L’architetto frattese progetterà infatti diversi altri nosocomi, tra cui gli ospedali pediatrici Santobono e Pausilipon di Napoli, quello di Nola, la clinica Mediterranea ma anche altri con destinazione diversa come il Palazzo della Capitaneria di porto di Napoli e quello degli uffici del Catasto di Napoli. Padre Pio dà carta bianca a Giametta: “…avevo già in mente le linee fondamentali del disegno, un palazzo imponente rivestito in marmo, in stile Neoclassico, sulla falsariga di quell’edilizia vaticanense realizzata da poco nelle costruzioni moderne poste accanto alla Santa Sede di Roma”.

Ancora Padre Pio gli sussurra: “Scrivi il tuo progetto come la musica, con tutte le note, poiché lo faremo eseguire come un’opera da qualunque orchestra. Non faremo realizzare questo progetto da nessun architetto o ingegnere o geometra, ma da ‘un buon capomastro fabbricatore’ che sappia leggere il progetto. Capii che la realizzazione del suo ospedale faceva parte di un piano divino che solo lui riusciva a interpretare in quel momento. E intanto le mie idee sul progetto di Casa Sollievo della Sofferenza si facevano nella mia mente, incredibilmente, sempre più nitide: prevedendo ampi saloni d’ingresso, stanze comode per i pazienti e illuminate dalla luce naturale proveniente da ampie vetrate”.

Dario Zingarelli, che coordina il pool di ricerche dice: “Gli indizi forniti dai documenti e dalle testimonianze dirette erano molteplici, ma complessi da decifrare, infatti, nessuno fino a oggi ci era mai riuscito. L’incrocio dei dati non è bastato, ci sono volute decine di testimonianze dirette. Tra queste le prove e la testimonianza fornitemi dall’avvocato di Frattamaggiore Gennaro Giametta, figlio dell’architetto, in rappresentanza di tutta la sua famiglia, dall’avvocato Paolo Leone, figlio del sesto Presidente della Repubblica, dal figlio del primo e del secondo avvocato della difesa di Angelo Lupi”.

L’architetto di Frattamaggiore. Sirio Giametta

Lupi è il “capomastro” che diresse i lavori pur non avendo il titolo né di ingegnere né di architetto, per questo venne processato per esercizio abusivo della professione. “Giametta consegnò poi il progetto da lui firmato, formato da 40 tavole, nelle mani del poeta Alfredo Luciani, corredato e firmato anche dal Certificato di Inizio Lavori. Tutto era pronto il 7 giugno 1942 per iniziare la costruzione dell’ospedale a San Giovanni Rotondo. Luciani rigirò al professore D’Alfonso nella sua abitazione di Pescara tutto il materiale cartaceo consegnatogli da Giametta, e qui si tenne il primo Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale ‘Casa Sollievo della Sofferenza’ non ancora costruito. Il progetto fu oggetto di una disamina relativa a alcuni aspetti dimensionali e a alcune tramezzature del reparto di Chirurgia, adeguamento necessario per i continui aggiornamenti di carattere medico-sanitario nell’edilizia ospedaliera” continua Zingarelli. Il progetto però si ferma per la guerra. Fino al 1945.

“Dopo il conflitto il progetto rimase sempre a Pescara nelle mani del dottor D’Alfonso, ma la necessità di dover rigenerare le firme delle carte e tutte le autorizzazioni, comportò l’oscuramento di tutte le firme altisonanti del periodo prebellico, compresa anche la firma di Giametta. Sicuramente, le accese diatribe fra fascisti e comunisti nel Dopoguerra erano talmente aspre per cui fu necessario celare la verità anche sui retroscena del vero progetto, persino oggi sapere che Casa Sollievo della Sofferenza è l’unico progetto architettonico in Italia disegnato in epoca fascista e realizzato solo dopo la guerra con l’aiuto degli americani, ci fa capire quanto fosse delicata quella storia per l’Italia e per il Vaticano. La storia e il nome del progettista frattese, non trapeleranno mai per motivi politici e militari dovuti al suo trascorso periodo fascista, nel quale Giametta, come assistente di cattedra a Napoli del professore Alberto Calza Bini (primo preside della Facoltà di Architettura), progettò per padre Pio l’ospedale nel suo studio di Frattamaggiore” spiega ancora Zingarelli.

Il 5 maggio del 1956 viene inaugurato l’ospedale. Il nome di Giametta non risulta da nessuna parte, anche se l’architetto frattese continua a raccontare ai familiari tutti i particolari.  Nel dopoguerra Giametta pur potendo conservare per legge l’insegnamento universitario all’interno della Facoltà di Architettura di Napoli, preferisce iniziare, invece, un’importante carriera professionale che si estende brillantemente in tutta Italia e poi anche all’estero, ricevendo onori e riconoscimenti. Il 25 novembre 1968 infatti viene insignito dal Presidente della Repubblica, dell’onorificenza di Grande Ufficiale. Il 2 giugno 1978 il presidente in carica, Giovanni Leone gli conferisce l’onorificenza di Grande Ufficiale ed il ‘Diploma di Medaglia d’argento ai Benemeriti della Cultura e dell’Arte’.  Con la ricerca del gruppo di architetto foggiani, e, grazie ai documenti ritrovati, il nome di Giametta è stato inserito nella seconda biografia ufficiale di Padre Pio. Dopo 79 anni giustizia è fatta.

Anche il sindaco di San Giovanni Rotondo, il professore Michele Crisetti, dopo aver appreso con viva soddisfazione gli esiti di questa ufficializzazione afferma: “E’ una storia che sento il bisogno di approfondire nel rispetto dei numerosi protagonisti che vi hanno preso parte pur provenendo da altre città dell’Italia. Essi hanno dato molto non solo alle opere e alla missione di San Pio da Pietrelcina, ma anche all’intera Città di San Giovanni Rotondo, contribuendo a farla crescere culturalmente e economicamente. Da alcuni anni San Giovanni Rotondo è divenuta ‘Città dell’accoglienza e della riconciliazione’, pertanto, è stato sancito grazie a Padre Pio anche il diritto alla ‘riconoscenza’, a tutti coloro che hanno contribuito ufficialmente con varie mansioni a far crescere storicamente la nostra città, il nostro presente e speriamo il nostro futuro. San Giovanni Rotondo si è impreziosita agli occhi del mondo Cristiano e anche laico. La missione che la città continua a svolgere attraverso le opere realizzate da San Pio ci spingono al dialogo con tutte le altre città che fanno parte della Grande Storia di San Pio, e quindi colgo questa opportunità per salutare e ringraziare tutti i sindaci della Regione Campania, in particolare quello di Pietrelcina. E da oggi saluto con particolare attenzione anche quello di Frattamaggiore e di Casandrino che si aggiungono a pieno titolo alle città legate ormai da tempo a San Giovanni Rotondo grazie a Padre Pio. Ringrazio l’architetto Dario Zingarelli e l’intero team che hanno contribuito a fare luce su alcuni importanti dettagli della storia di Padre Pio, rendendoli attraverso il loro lavoro di divulgazione, anche giornalistica, validi elementi tangibili di divulgazione storico-scientifica”.

 

Giuseppe Maiello, giornalista, da 42 anni collabora con Il Mattino. È stato responsabile della Comunicazione per 20 anni per l'area Sud di Poste Italiane. Per la sua attività è stato insignito dal Presidente della Repubblica dell'onorificenza di "Maestro del lavoro". Ha diretto alcune testate locali e un mensile sportivo nazionale. Ha ottenuto diversi riconoscimenti tra cui il Vesuvio d'oro e il premio giornalistico città di Afragola.

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Editoria: ecco Domani,nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti

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Un progetto “indipendente, nel senso piu’ profondo e non negoziabile del termine, che vuole dar voce a chi non si sente rappresentato, dalla parte di chi, nel contesto sociale, ha meno e con l’occhio critico nei confronti di tutti i poteri”. Si presenta cosi’ Domani, nuovo quotidiano nazionale voluto da Carlo De Benedetti, direttore Stefano Feltri, che sottolinea: “Domani non tifera’ per nessuno, ma non ha alcuna pretesa di essere neutrale”. Un giornale, mette in evidenza una nota della proprieta’, “che nasce come volonta’ di espressione del libero pensiero, non soggetto ad alcun possibile condizionamento di parte, sia essa politica o economica”. Dopo una fase di start-up, si legge nella nota, Domani sara’ ceduto alla FondazioneDOMANI che garantira’ cosi’ sostenibilita’ e totale indipendenza anche nel lungo periodo. Il nome, viene fatto notare, indica l’idea di un “giornale proiettato verso il futuro, fin dal nome: un direttore giovane, che ha gia’ dimostrato di essere giornalista di grande qualita’, Stefano Feltri, insieme ad una squadra di giornalisti non convenzionali, giovani e preparati, che non provengono dal tradizionale giornalismo, determinati a parlare ad un pubblico interessato all’attualita’ e con una spiccata sensibilita’ civica. Un pubblico Interessato alla politica, ma non alla rissa politica”. L’ambizione “e’ di essere la risposta a una crisi di sistema del giornalismo italiano che sembra incapace di tenere insieme informazione di qualita’ e sostenibilita’ economica. Sara’ il primo giornale “tradizionale” a nascere in una versione pienamente integrata tra carta e web”. Un giornale “che sapra’ interpretare, aggregare e sostenere le spinte per una Italia diversa e migliore, sia per chi sta in Italia sia per chi vive lontano. Evochera’ speranza, futuro ma anche determinazione e serieta’. Un giornale che sapra’ creare una comunita’ di persone che si riconoscono in valori precisi e condivisi”. Il direttore Feltri sottolinea che Domani sara’ “un giornale fondato su inchieste, analisi e idee. Avra’ una redazione giovane e competente, un azionista forte che ha preso l’impegno ad avviare il giornale e a trasferirne il controllo a una Fondazione cosi’ da renderlo indipendente e sostenibile, al riparo da pressioni e condizionamenti”. DOMANI, prosegue Feltri, “non tifera’ per nessuno, ma non ha alcuna pretesa di essere neutrale. In questa fase difficile, tutti vogliamo rendere il Paese un po’ migliore di com’era prima. Il contributo che noi giornalisti possiamo dare e’ offrire una informazione affidabile, onesta e rigorosa. Mai come nella pandemia e’ stato evidente quanto danno puo’ fare un giornalismo che riduce perfino la scienza a baruffa politica. Vogliamo costruire questo giornale con i nostri lettori, che potranno seguire la nascita di DOMANI con una newsletter che raccontera’ tutto minuto per minuto, farci proposte, raccontare le loro storie. A breve, con i nostri primi abbonati e i primi collaboratori, discuteremo le inchieste da pubblicare in autunno”. Presidente del Cda editoriale di Domani spa e’ Luigi Zanda, che sottolinea: “In democrazia quando nasce un nuovo giornale si fa sempre festa. La festa e’ ancora maggiore quando il nuovo giornale nasce per riflettere su quel che accadra’ Domani, per alimentare il dibattito sul futuro del Paese e dell’Europa, con l’ambizione di occuparsi non solo del presente ma anche dell’avvenire. DOMANI e’ un nuovo giornale che nasce per informare, ma ancor di piu’ per interpretare le notizie, per approfondirle, per valutarne le conseguenze, per metterle in relazione tra loro, per fare quelle analisi e quelle valutazioni indispensabili per dare senso e prospettiva a quel che accade. DOMANI e’ un nuovo giornale, ma e’ anche un giornale nuovo”.

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Canzone di libertà contro il virus, l’incasso agli ospedali di Napoli: parole e musiche sono dei fratelli Bennato

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Il compito di un artista è quello di raccontare la vita, restituendo emozioni attraverso le vibrazioni di voce e strumenti. I fratelli Bennato, Edoardo ed Eugenio, separati fisicamente ma uniti dalla musica, tornano insieme con “La realtà non può essere questa”, un inno alla vita nella sua fisicità e presenza, in un momento in cui il virtuale pare travolgere con forza ogni aspetto dell’esistenza. Le parole scritte da Eugenio sulla musica di Edoardo, descrivono la vita in questo tempo sospeso, con le contraddizioni di una rete che ci avvicina, annullando le distanze geografiche, ma che al tempo stesso rischia di trasformarsi nella nostra prigione. “La realtà non può essere questa” è una ballata classica in pieno stile bennatiano, con l’armonica e gli arpeggi di chitarra, che si avvicina per struttura a “Venderò”, “L’isola che non c’è” e “Pronti a salpare”. Un brano che parla di tutti noi e in cui tutti ci possiamo identificare: c’è la stanza, unico spazio abitato in questi mesi di clausura, la rete, il trionfo del virtuale. E il balcone, ultimo anelito di libertà e di contatto con il mondo esterno. I proventi del brano saranno devoluti all’Azienda Ospedaliera dei Colli di Napoli, impegnata in prima linea nella lotta al Covid-19.

Ci raccontate come nasce “La realtà non può essere questa”?

Edoardo: Io ed Eugenio siamo rimasti a casa, come tutti, ma in compagnia delle chitarre, nostre amiche fedeli. Io avevo questa ballata dylaniana e bennatiana, con armonica e arpeggio di chitarra. L’ho mandata ad Eugenio via mail ed è scattata una scintilla emotiva che l’ha portato a scrivere un testo bellissimo. Parla della realtà di questi mesi, della rete, che può essere protettiva ma al contempo diventare una prigione, dei balconi, punto di passaggio fra il chiuso delle stanze e il mondo esterno. E parla soprattutto delle chitarre che suonano da sole, con l’auspicio che in un futuro prossimo si possa tornare a suonare all’aperto, in mezzo alla gente. La musica è fantasia, trasmissione di energia propositiva, il nostro obiettivo è quello di trasmettere emozioni con la musica. 

Eugenio: La melodia di Edoardo ha suscitato in me queste immagini forti, che testimoniano la necessità di abbandonare tutto ciò che ha accompagnato la storia dell’uomo per secoli: l’incontro, la possibilità di comunicare in modo diretto. In questo senso il progresso digitale è senza dubbio il protagonista di questa storia, perché ha reso possibile la comunicazione virtuale, e di conseguenza ha reso possibile anche un provvedimento che non ha precedenti nella storia. Ho immaginato un musicista che si affaccia al balcone. Poi c’è un’altra immagine, contenuta non nel brano ma nel mio immaginario, che in qualche modo può rappresentare la lotta fra potere costituito e libertà individuale. Un ragazzo sta correndo lungo la spiaggia di Ostia. Ad un certo punto viene avvistato dalle forze dell’ordine, che gli vanno incontro cercando di bloccarlo. Il ragazzo incomincia a correre più forte e non riescono a prenderlo.

La rete da un lato avvicina annullando le distanze, dall’altro è una trappola in cui è facile restare invischiati. Vi spaventa la deriva di un mondo sempre più virtuale?

Edoardo: La ricerca scientifica e la tecnologia fanno parte dei sogni realizzati della famiglia umana. E’ chiaro che ci sono sempre pro e contro, la tecnologia deve essere al servizio dell’umanità, non viceversa. Nel testo si dice che la vita “canta la sua ribellione alla rete che diventa una prigione”. E’ la ribellione di correre più forte della schizofrenia della gente, della velocità della rete, e a volte anche dell’ordine costituito.

Eugenio: La tecnologia fa il suo corso e niente la può arrestare; il problema è legato a come viene utilizzata. Il potere economico tende a creare false necessità di tecnologie sempre più miniaturizzate; ogni sei mesi un iPhone diventa obsoleto e deve essere sostituito. La logica del profitto è molto pericolosa, non tiene conto della lentezza, del desiderio di farsi una passeggiata vicino al mare. Forse questa crisi ci può aprire gli occhi su questo problema.

Una riflessione sulla condizione della quarantena…

Edoardo: la parola quarantena mi faceva rabbrividire già tempo addietro, perché mi porta automaticamente a pensare a quell’isoletta al largo di Manhattan, in cui venivano isolati gli emigranti italiani che arrivavano in America all’inizio del secolo scorso. Pensavo che questa parola fosse stata eliminata dal nostro vocabolario, invece è riapparsa in modo implacabile, spettrale; però fa parte della nostra esperienza di vita vissuta. Potremo raccontare il periodo in cui l’umanità è stata costretta tutta in quarantena: sono i paradossi del cammino della famiglia umana.

Eugenio: La quarantena mi ha costretto qualche volta a guardare la televisione, che di solito non guardo mai. Nelle trasmissioni ci sono dibattiti di tutti i tipi, mi meraviglio che non si analizzi un fatto macroscopico avvenuto in Italia. Il rapporto fra le vittime in Campania e in Lombardia è di uno a quaranta, un dato eclatante. C’è da spiegare, attraverso la scienza e la statistica, come mai si sia verificato ciò, nonostante il lockdown si sia avuto in tutta Italia. In Lombardia però il Covid ha continuato ad infierire per due mesi, in Campania è stato contenuto. Senza alcuna rivendicazione campanilistica, è un dato di fatto che la scienza dovrebbe analizzare. 

Come avete vissuto questo periodo? Quali sensazioni avete provato in questo tempo sospeso?

Edoardo: C’è un aspetto che mi allarma. E’ dall’elaborazione dei dati e delle statistiche che si possono recuperare informazioni utili a rendere migliore il futuro. Ma questi dati non vengono analizzati né elaborati dalle istituzioni, è un segnale preoccupante. Sembra quasi che la gente comune sia stata costretta a pensare e a riflettere, ma le istituzioni no, o almeno non sembra che al momento ai piani alti abbiano le idee chiare sulla sanità e su altri problemi. C’è confusione, non si riesce a capire dai dati cosa è successo e cosa succederà.

Eugenio: Io ho provato un fortissimo desiderio di ritornare alla piazza, che per me, da musicista, è linfa vitale. Gli sguardi che si incrociano, le mani che vanno a tempo di musica. Questo è la cosa che mi manca di più in questo momento.

“Non basta vivere l’illusione di chitarre che suonano da sole nel silenzio di nessuna festa”, recita il testo della vostra canzone. Come immaginate la musica nel post-emergenza?

Edoardo: Credo che in questo momento l’attività dell’artista passi in secondo piano rispetto ad un problema fondamentale e prioritario, che è quello della salute collettiva. La situazione è schizofrenica, paradossale, speriamo che un miracolo di San Gennaro o di Sant’Ambrogio risolva il problema. Ci vuole soltanto un miracolo in questo momento e il cammino della salute umana va avanti anche a furia di miracoli.

Eugenio: Ci sono due possibilità: o la paura prevale e la gente stenta a ritornare in giro; oppure succede un fatto diverso, che già sto notando e che mi rincuora, cioè che ci sarà una grande voglia di ritornare a riabbracciarsi, addirittura superiore a prima. Ci muoviamo fra questi due poli estremi.

Com’è stato partecipare al concerto del Primo Maggio senza pubblico?

Edoardo: Non era il solito evento con decine di migliaia di ragazzi che arrivavano da tutta Italia per confrontarsi e stare insieme; è stato soltanto un appuntamento televisivo in cui ognuno suonava nel chiuso di una stanza. Il mio auspicio è che il prossimo Primo Maggio possa essere una festa collettiva in cui ci si incontra, si sta insieme, si balla a ritmo di musica.

Eugenio: Fino all’anno scorso, c’era grande contatto con la vita; questa volta c’era invece tanta tristezza, anche nelle scenografie. Io ed Edoardo abbiamo registrato in una stanza, gli altri in un teatro. Ma forse era meglio la nostra stanza, rispetto ad un teatro vuoto, che ha qualcosa di spettrale.

Vi rivedremo ancora insieme in futuro in qualche altro progetto?

Edoardo: Abbiamo imparato ad agire e reagire a seconda delle circostanze: la vita è sempre piena di imprevisti. Bisogna sempre essere attivi e propositivi, fronteggiando la situazione di ora in ora. Non sappiamo quando sarà possibile tornare a fare dei concerti, la situazione è molto confusa e noi ci muoviamo in base alle circostanze. Si naviga a vista.

Eugenio: Il primo progetto è quello di tornare alla musica live. Poi potrebbe anche darsi che a me e a Edoardo venga qualche altra idea. Non ci sono progetti precostituiti, ma la scintilla di un momento: Edoardo mi ha mandato la musica, io ho replicato con delle parole, ed è nata “La realtà non può essere questa”.

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Pompei riapre ai turisti e porta alla luce il mistero della piccola Mummia in una villa meravigliosa sottratta ai tombaroli

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 Un fiore bianco che si staglia delicato sul nero brillante di una parete. La volta candida di un grande criptoportico tutto da esplorare. E il nome di una bimba graffito su un muro, Mummia, che apre alla possibilita’ che l’importante padrone di casa fosse un esponente dei Mummii, famiglia importantissima a Roma, la cui presenza non era finora mai stata attestata a Pompei. Dopo due mesi di lockdown una Pompei inondata di sole si prepara ad accogliere, questa mattina, martedì 26 ,aggio,  l’arrivo dei primi visitatori. E torna anche a svelare incredibili sorprese. Succede nel nuovo cantiere di scavi a nord di Pompei, siamo fuori delle mura dell’antica colonia.

Qui stanno venendo alla luce pareti dipinte e architetture che lasciano pensare ad una struttura vicina, per importanza e fasto, alla celeberrima Villa dei Misteri. Un complesso di eta’ augustea dalle dimensioni molto importanti, con i locali di rappresentanza che si affiancano a quelli di servizio e di lavoro. Tutti elementi che fanno pensare “ad una grande, importantissima villa suburbana, imponente e affacciata sul mare, cosi’ ricca da ospitare nelle sue stalle anche cavalli di gran razza, finemente bardati in bronzo”. Siamo nell’area di Civita Giuliana. La scoperta, alla quale gli archeologi del Parco hanno cominciato a lavorare proprio in quest’ultima settimana, è figlia di un’operazione congiunta tra la Procura di Torre Annunziata con il procuratore Pierpaolo Filippelli, i carabinieri e il Parco. Si tratta della stessa indagine che ha portato un anno fa al ritrovamento di una serie di ambienti di servizio e di una stalla con i resti di tre sauri e dei loro preziosi finimenti. E che poi ha permesso a inquirenti e studiosi di localizzare il tesoro piu’ grande proprio nel giardino di casa del tombarolo, oggi espropriato mentre l’uomo e’ sotto processo.

In quel prato, opportunamente nascosto da un capanno in legno, era stato scavato un pozzo che scende fino al livello di quella che fu la villa. Qui i tombaroli avevano allestito il loro cantiere di lavoro, scavando anche un impressionante cunicolo lungo oltre 60 metri, che dagli ambienti del criptoportico arriva alle stalle. In un angolo, ordinati e pronti all’uso, sono rimasti tutti gli attrezzi del mestiere, dagli scalpelli al bidone per sciacquare dalla terra i reperti trafugati. Da una parte, quindi, c’e’ la scoperta degli ambienti piu’ maestosi della villa, che si spera possa aggiungere nuovi preziosi tasselli alla storia della colonia romana e della sua tragica fine, dall’altra il racconto evidente dell’attivita’ clandestina che da sempre, rompendo e razziando, ferisce il patrimonio di tutti e mette a rischio proprio la ricostruzione del contesto.

La grande tenuta suburbana, i cui ambienti di rappresentanza ora verranno riportati alla luce, era stata gia’ in parte scavata, ma senza lasciare in archivio praticamente nulla, tra il 1907 ed il 1908. Era composta da un settore residenziale, articolato intorno ad un peristilio a pianta rettangolare, delimitato su due lati da un porticato e nel terzo da un lungo criptoportico coperto da una terrazza affacciata sui campi. Una residenza di altissimo pregio, sottolinea Osanna, “con ambienti riccamente affrescati e arredati, sontuose terrazze digradanti che si affacciavano sul golfo di Napoli e Capri, oltre ad un efficiente quartiere di servizio, con l’aia, i magazzini per l’olio e per il vino e ampi terreni fittamente coltivati”.

Appartenuta forse ad un generale o ad un altissimo magistrato militare, forse addirittura ad un esponente dei Mummii come sembra dirci quel nome graffito sul muro da una mano bambina (sulle iscrizioni, spiega Osanna, sta compiendo ora uno studio approfondito l’epigrafista Antonio Varone), la villa venne solo parzialmente danneggiata dalle scosse di terremoto che precedettero il culmine dell’eruzione. E oggi potrebbe rivelare grandi sorprese, proprio perche’ la grande quantita’ di materiale piroplastico che ne invase le stanze in quella notte tremenda di fine ottobre di duemila anni fa, potrebbe averne aiutato la conservazione. Certo i nuovi scavi, finanziati con 2 milioni di fondi ordinari del Parco, avranno bisogno di tempo. Alla fine pero’, assicura il direttore, la tenuta verra’ aperta al pubblico con tutto il suo corredo di storie, compresa quella della piccola Mummia e del suo tragico destino. E non e’ detto che non vengano lasciati cosi’ anche i cunicoli scavati nella terra dai tombaroli, i loro strumenti, la memoria di una razzia che offende la storia.

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