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Cultura

Fu Padre Pio ad affidare la progettazione dell’ospedale “Casa del Sollievo e della sofferenza” all’architetto frattese Sirio Giametta

Giuseppe Maiello

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Il 28 aprile del 1945 moriva Benito Mussolini. Pochi mesi dopo, il 2 settembre 1945, finiva la II guerra mondiale. Tutto ciò che era appartenuto a quel periodo veniva messo al bando. Fu proprio in quel periodo, antecedente lo scoppio del conflitto bellico –  in piena epoca fascista –  che vede la luce la nostra storia. Era il 1940 quando un giovane architetto frattese, Sirio Giametta (era nato nel 1912) viene chiamato da Padre Pio, per redigere il progetto dell’ospedale “Casa del Sollievo e della sofferenza”. Il suo nome però sparirà per oltre mezzo secolo, perché considerato “fascista”, e gli sarà resa giustizia solo 79 anni dopo. Va dato merito al meticoloso lavoro di un pool di architetti foggiani, che grazie alla loro ricerca hanno ricostruito tutti i tasselli di questa storia, che ha avuto anche altri protagonisti poi dimenticati. Ed i loro studi sono stati recepiti ed ufficializzati nella seconda edizione della vita di Padre Pio, riveduta, autorizzata e riconosciuta, dall’autore, Stefano Campanella, direttore di Padre Pio Tv,  con la presentazione di padre Francesco Moscone, Arcivescovo di Manfredonia-San Giovanni Rotondo-Vieste, presidente dell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza” e direttore generale dei “Gruppi di preghiera di Padre Pio”.  Nella prima edizione (del 1970 curata da padre Alessandro da Ripabottoni) il nome di Giametta non compare.

Un lavoro, quello del gruppo di architetti foggiani (Gaetano Centra, Antonella Pia Racano, Silvana Corvino, Dario Zingarelli, Gaetano Lombardi e Valeria Di Toro, anche con la collaborazione di alcuni colleghi campani: Pio Crispino, Leonardo Di Mauro e Domenico Ceparano) cominciato diversi anni fa e che ha avuto una svolta nel 2017 con il ritrovamento di una corrispondenza epistolare tra Giametta e Cesare Pace, di Casandrino, viceprefetto reggente di Pescara, dove era arrivato dalla prefettura di Foggia ed ancora prima era stato a Palermo. A Foggia, Pace diventa amico di don Remigio D’Errico, che a sua volta conosce molto bene Padre Pio. Il viceprefetto casandrinese si reca quindi molte volte dal frate di Pietrelcina, fino a diventarne figlio spirituale. In uno di questi incontri, il futuro Santo, gli parla del suo progetto. Pace intanto ha fatto da padrino di Cresima ad un giovane frattese, Sirio Giametta che si è laureato in architettura ed è diventato assistente universitario. In una delle conversazioni Pace dice a Padre Pio di avere tra le sue conoscenze un valente e giovane architetto: il suo “figlioccio”. Si fissa l’appuntamento e Giametta si reca a San Giovanni Rotondo nel settembre del 1940. Un mese dopo circa, il 10 ottobre c’è il primo briefing con il dottor Mario Sanvico, industriale di bibite di Perugia, il medico mugellano Guglielmo Sanguinetti, già figlio spirituale del frate cappuccino, e l’ingegner Antonio De Marino di Napoli, specialista in cemento armato.

Tra le lettere conservate dalla famiglia c’è una del viceprefetto indirizzata al giovane architetto in cui si raccontano questi particolari. La lettera è del 7 giugno 1942 e la guerra è ormai scoppiata. Il progetto piace a Padre Pio che in un incontro nella sua cella con Giametta si complimenta e gli dice ““… studia, poiché farai tanti progetti di ospedali che un giorno dovrai alzare le braccia e dire di non farne più”. L’architetto frattese progetterà infatti diversi altri nosocomi, tra cui gli ospedali pediatrici Santobono e Pausilipon di Napoli, quello di Nola, la clinica Mediterranea ma anche altri con destinazione diversa come il Palazzo della Capitaneria di porto di Napoli e quello degli uffici del Catasto di Napoli. Padre Pio dà carta bianca a Giametta: “…avevo già in mente le linee fondamentali del disegno, un palazzo imponente rivestito in marmo, in stile Neoclassico, sulla falsariga di quell’edilizia vaticanense realizzata da poco nelle costruzioni moderne poste accanto alla Santa Sede di Roma”.

Ancora Padre Pio gli sussurra: “Scrivi il tuo progetto come la musica, con tutte le note, poiché lo faremo eseguire come un’opera da qualunque orchestra. Non faremo realizzare questo progetto da nessun architetto o ingegnere o geometra, ma da ‘un buon capomastro fabbricatore’ che sappia leggere il progetto. Capii che la realizzazione del suo ospedale faceva parte di un piano divino che solo lui riusciva a interpretare in quel momento. E intanto le mie idee sul progetto di Casa Sollievo della Sofferenza si facevano nella mia mente, incredibilmente, sempre più nitide: prevedendo ampi saloni d’ingresso, stanze comode per i pazienti e illuminate dalla luce naturale proveniente da ampie vetrate”.

Dario Zingarelli, che coordina il pool di ricerche dice: “Gli indizi forniti dai documenti e dalle testimonianze dirette erano molteplici, ma complessi da decifrare, infatti, nessuno fino a oggi ci era mai riuscito. L’incrocio dei dati non è bastato, ci sono volute decine di testimonianze dirette. Tra queste le prove e la testimonianza fornitemi dall’avvocato di Frattamaggiore Gennaro Giametta, figlio dell’architetto, in rappresentanza di tutta la sua famiglia, dall’avvocato Paolo Leone, figlio del sesto Presidente della Repubblica, dal figlio del primo e del secondo avvocato della difesa di Angelo Lupi”.

L’architetto di Frattamaggiore. Sirio Giametta

Lupi è il “capomastro” che diresse i lavori pur non avendo il titolo né di ingegnere né di architetto, per questo venne processato per esercizio abusivo della professione. “Giametta consegnò poi il progetto da lui firmato, formato da 40 tavole, nelle mani del poeta Alfredo Luciani, corredato e firmato anche dal Certificato di Inizio Lavori. Tutto era pronto il 7 giugno 1942 per iniziare la costruzione dell’ospedale a San Giovanni Rotondo. Luciani rigirò al professore D’Alfonso nella sua abitazione di Pescara tutto il materiale cartaceo consegnatogli da Giametta, e qui si tenne il primo Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale ‘Casa Sollievo della Sofferenza’ non ancora costruito. Il progetto fu oggetto di una disamina relativa a alcuni aspetti dimensionali e a alcune tramezzature del reparto di Chirurgia, adeguamento necessario per i continui aggiornamenti di carattere medico-sanitario nell’edilizia ospedaliera” continua Zingarelli. Il progetto però si ferma per la guerra. Fino al 1945.

“Dopo il conflitto il progetto rimase sempre a Pescara nelle mani del dottor D’Alfonso, ma la necessità di dover rigenerare le firme delle carte e tutte le autorizzazioni, comportò l’oscuramento di tutte le firme altisonanti del periodo prebellico, compresa anche la firma di Giametta. Sicuramente, le accese diatribe fra fascisti e comunisti nel Dopoguerra erano talmente aspre per cui fu necessario celare la verità anche sui retroscena del vero progetto, persino oggi sapere che Casa Sollievo della Sofferenza è l’unico progetto architettonico in Italia disegnato in epoca fascista e realizzato solo dopo la guerra con l’aiuto degli americani, ci fa capire quanto fosse delicata quella storia per l’Italia e per il Vaticano. La storia e il nome del progettista frattese, non trapeleranno mai per motivi politici e militari dovuti al suo trascorso periodo fascista, nel quale Giametta, come assistente di cattedra a Napoli del professore Alberto Calza Bini (primo preside della Facoltà di Architettura), progettò per padre Pio l’ospedale nel suo studio di Frattamaggiore” spiega ancora Zingarelli.

Il 5 maggio del 1956 viene inaugurato l’ospedale. Il nome di Giametta non risulta da nessuna parte, anche se l’architetto frattese continua a raccontare ai familiari tutti i particolari.  Nel dopoguerra Giametta pur potendo conservare per legge l’insegnamento universitario all’interno della Facoltà di Architettura di Napoli, preferisce iniziare, invece, un’importante carriera professionale che si estende brillantemente in tutta Italia e poi anche all’estero, ricevendo onori e riconoscimenti. Il 25 novembre 1968 infatti viene insignito dal Presidente della Repubblica, dell’onorificenza di Grande Ufficiale. Il 2 giugno 1978 il presidente in carica, Giovanni Leone gli conferisce l’onorificenza di Grande Ufficiale ed il ‘Diploma di Medaglia d’argento ai Benemeriti della Cultura e dell’Arte’.  Con la ricerca del gruppo di architetto foggiani, e, grazie ai documenti ritrovati, il nome di Giametta è stato inserito nella seconda biografia ufficiale di Padre Pio. Dopo 79 anni giustizia è fatta.

Anche il sindaco di San Giovanni Rotondo, il professore Michele Crisetti, dopo aver appreso con viva soddisfazione gli esiti di questa ufficializzazione afferma: “E’ una storia che sento il bisogno di approfondire nel rispetto dei numerosi protagonisti che vi hanno preso parte pur provenendo da altre città dell’Italia. Essi hanno dato molto non solo alle opere e alla missione di San Pio da Pietrelcina, ma anche all’intera Città di San Giovanni Rotondo, contribuendo a farla crescere culturalmente e economicamente. Da alcuni anni San Giovanni Rotondo è divenuta ‘Città dell’accoglienza e della riconciliazione’, pertanto, è stato sancito grazie a Padre Pio anche il diritto alla ‘riconoscenza’, a tutti coloro che hanno contribuito ufficialmente con varie mansioni a far crescere storicamente la nostra città, il nostro presente e speriamo il nostro futuro. San Giovanni Rotondo si è impreziosita agli occhi del mondo Cristiano e anche laico. La missione che la città continua a svolgere attraverso le opere realizzate da San Pio ci spingono al dialogo con tutte le altre città che fanno parte della Grande Storia di San Pio, e quindi colgo questa opportunità per salutare e ringraziare tutti i sindaci della Regione Campania, in particolare quello di Pietrelcina. E da oggi saluto con particolare attenzione anche quello di Frattamaggiore e di Casandrino che si aggiungono a pieno titolo alle città legate ormai da tempo a San Giovanni Rotondo grazie a Padre Pio. Ringrazio l’architetto Dario Zingarelli e l’intero team che hanno contribuito a fare luce su alcuni importanti dettagli della storia di Padre Pio, rendendoli attraverso il loro lavoro di divulgazione, anche giornalistica, validi elementi tangibili di divulgazione storico-scientifica”.

 

Giuseppe Maiello, giornalista, da 42 anni collabora con Il Mattino. È stato responsabile della Comunicazione per 20 anni per l'area Sud di Poste Italiane. Per la sua attività è stato insignito dal Presidente della Repubblica dell'onorificenza di "Maestro del lavoro". Ha diretto alcune testate locali e un mensile sportivo nazionale. Ha ottenuto diversi riconoscimenti tra cui il Vesuvio d'oro e il premio giornalistico città di Afragola.

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Cultura

Festival del cinema dei diritti umani, tutti gli appuntamenti di Napoli

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Si apre mercoledi 20 Novembre con un appello per la liberazione di Silvia Romano, la giovane cooperante rapita un anno fa in Kenya il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Silvia Romano  volontaria per la ONLUS Africa Milele della quale non si hanno più notizie certe, se non quelle frammentarie che la Farnesina di tanto in tanto fa trapelare Silvia è ancora nelle mani dei rapitori e l’obiettivo promario oltre a quello della sua liberazione è non far calare il silenzio sulla sua scomparsa. A lanciare l’appello da Napoli i rappresentanti delle Ong e delle associazioni umanitarie internazionali (come Amnesty ed Emergency), che saranno le protagoniste del primo giorno del Festival. La giornata sarà un’occasione per parlare del lavoro delle Organizzazioni Non Governative (ONG) andando oltre a come le si è volute dipingere nelle recenti e tragiche cronache dell’ultimo anno. Si parlerà del loro lavoro, improntato quasi esclusivamente sul volontariato, elencando dati precisi e non gli strali alimentati dalle fake news con le quali siamo stati bersagliati per mere strumentalizzazioni politiche.

Conferenza stampa di presentazione  il 20 novembre  alle 9.30 a Palazzo San Giacomo in Sala Giunta per poi entrare nel vivo del Festival nel pomeriggio presso lo Spazio Comunale Piazza Forcella l’anteprima nazionale di WANTOKS di Iara Lee e la proiezione di Interdipendence della ONG Art For The World.

Giunto all’undicesima edizione il Festival  del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, quest’anno è dedicato al tema dell’ambiente come riporta il titolo che può sembrare una affermazione, una cosciente consapevolezza, ma di fatto è un interrogativo cui i cineasti con i loro titoli in concorso pongono a se stessi e a noi, mettendoci di fronte a fatti concreti e prima di tutto compiuti, come stiamo registrando in questi giorni sulle nostre coste e nelle nostre città.

Tante le presenze e le testimonianze a cominciare dalla conferenza della mattina in sala giunta con giornalisti dell’AGI – Agenzia Giornalistica Italia Angelo Ferrari e Luciano Scalettari, Rossella Miccio in rappresentanza di Emergency, Riccardo Noury in rappresentanza di Amnesty Italia, Angelica Romano della ONG “Un Ponte per…”, il comandante Tommaso Stella di “Nave Mediterranea” e altri.

Nel pomeriggio invece allo Spazio Comunale Piazza Forcella (via Vicaria Vecchia, 23) due appuntamenti di valore internazionale. Alle 18.30 Francesco Quatrano, attivista e collaboratore della regista Lara Lee, presenterà il movimento Cultures of Resistance e l’ultimo film della cineasta sull’affondamento delle Isole Salomone, “WANTOKS – Dance of Resilience in Melanesia” in anteprima nazionale.

 

Poi cominceranno una serie di appuntamenti e incontri che vedranno il Festival dividersi in due parti

dal 20 al 23 novembre sarà Eventi Internazionali e al contempo itinerante.

Giovedì 21 il Festival si sposterà, come ormai consuetudine, alla Casa Circondariale “G. Salvia” di Poggioreale con una riflessione sul mito del “boss” attraverso un film ironico di Giovanni Meola, “Bando di concorso”, e una discussione, moderata dal giornalista Sandro Ruotolo, con alcuni testimoni privilegiati, tra cui il cantautore Maldestro e don Franco Esposito, cappellano del carcere. Nel pomeriggio, a Piazza Forcella, ci sarà un dibattito organizzato dall’Atlante dei conflitti e delle guerre del mondo, pubblicazione giunta alla nona edizione, per affrontare il tema delle conseguenze delle guerre sui civili e sulla natura.

Venerdì 22 novembre il Festival sbarca all’Università. Alle 9.30 al Dipartimento di Giurisprudenza (via Porta di Massa – aula 28) dell’Università degli Studi di Napoli Federico II saranno di scena le associazioni Fridays for Future e Teachers for Future di Napoli che racconteranno le loro azioni a sostegno dell’ambiente introdotte dal professor Antonio Cavaliere (docente di Diritto Penale – Univ. Federico II), dalle iniziative antinucleari di Padre Alex Zanotelli, dalle riflessioni scientifiche dell’ingegner Giovanni de Paoli dell’ENEA e del professor Michelangelo Russo, Direttore del DIARC della Federico II. Un intervento molto atteso sarà quello di Tiziana Volta, coordinatrice italiana della II Marcia Mondiale per la Pace.

A seguire il Festival incontrerà i lavoratori della Whirlpool, non solo ambiente, non solo volontariato, ma il mondo del lavoro entrerà nel programma del Festival

Sabato 23 novembre  con una mattinata nello stabilimento Whirlpool di Napoli, in crisi, e con le testimonianze di sindacalisti ed esperti provenienti da altri siti dove l’inquinamento e i veleni mettono a dura prova il confronto tra occupazione e salute pubblica. Tra questi testimoni dell’ex-ILVA di Taranto, delle Fonderie Pisano di Salerno e rappresentanti della Fiom Lazio e del mondo dell’associazionismo legato alla Terra dei Fuochi. La sera (ore 18) a Piazza Forcella la ricercatrice universitaria Valentina Ripa dialogherà con il regista Marco Bechis del pericoloso trend, non solo climatico-ambientale, dell’Amazzonia e dell’America Latina con la proiezione de “La terra degli uomini rossi – Birdwatchers” dello stesso Bechis. La chiusura (musicale) della serata sarà affidata a Jovine.

Nelle sere dal 27 al 29 novembre, nella monumentale cornice di Maschio Angioino (Napoli), dalle 16 alle 22, saranno proiettati i 31 film che hanno superato il primo livello di selezione del concorso cinematografico. Si tratta di 7 lungometraggi e 24 corti tra cui saranno scelti i due film vincitori (miglior cortometraggio e miglior lungometraggio) dalla Giuria Esperti (composta da Elisabetta Pandimiglio, documentarista romana; Sandro Ruotolo, giornalista; Antonio Prata, direttore del Festival dei Diritti Umani di Lugano; Sandra Lorenzano, docente della Universidad Autónoma de México ed esperta di migrazioni).

 

Tutti i convegni, gli incontri e le proiezioni dei film sono naturalmente gratuiti.

 

Ph. da FB pagina Silvia Romano Libera

Ph. da FB pagina Silvia Romano Libera

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Cultura

I mosaici di San Marco, sfiorato il disastro ma per fortuna tutti i tesori sono in salvo

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“A un soffio dall’Apocalisse, a un pelo dal disastro”. Una frase che fotografa plasticamente la tensione e il dolore vissuto ieri dai dipendenti della Basilica di San Marco, il “cuore” artistico e religioso di Venezia, colpita ancora una volta dalla grande acqua alta a 187 centimetri della scorsa notte. A pronunciarle il Procuratore di San Marco, Pierpaolo Campostrini, tra i maggiori esperti tecnici della salvaguardia della chiesa dai mosaici dorati. “Superato il metro e 65 cm – ha raccontato – l’acqua e’ entrata non solo nel nartece, come al solito, ma fin dentro la navata, ha allagato il pavimento e rompendo le finestre e’ entrata nella cripta, allagandola”. Dentro il sotterraneo della Basilica, che anni fa venne impermeabilizzato per evitare altri danni dopo l'”Aqua Granda” del 1966, l’acqua e’ salita fino a un metro e 20 centimetri.

Danni tutto sommato limitati, perche’ all’interno della cripta non vengono solitamente custoditi oggetti preziosi, se si escludono alcuni paramenti e qualche oggetto sacro per le celebrazioni che vi si tengono. Al suo interno vi sono anche le tombe dei Patriarchi di Venezia, che hanno subito danneggiamenti limitati. Ma per la costruzione medievale l’acqua rappresenta un pericolo subdolo perche’, come ha spiegato Campostrini “avrebbe potuto dare problemi statici alle colonne, che reggono la basilica. Per fortuna, il personale ha agito con velocita’ e ha evitato danni fisici peggiori”. Anche all’interno della basilica non ci sono danni visibili, L’acqua e’ entrata allagando tutto il pavimento delle navate, ma gli oggetti preziosi e i paramenti erano gia’ stati sollevati e messi al sicuro.

“Resta il danno invisibile – ha ribadito Capostrini – che e’ in via di valutazione, quello delle infiltrazioni e della risalita dell’acqua lungo le pareti. Siamo stanchi e arrabbiati”. Un concetto ribadito anche dal Primo Procuratore di San Marco, Carlo Alberto Tesserin: “E’stata un’amara sorpresa – ha commentato – e questa volta l’acqua non e’ arrivata dal pavimento ma dalle finestre. Fortunatamente abbiamo portato in pochissimo tempo altre pompe idrovore in aggiunta a quelle esistenti, per cui in meno di 24 ore l’abbiamo messa all’asciutto. Pero’ i danni rimangono, perche’ in queste 20 ore circa la capacita’ di assorbimento dei pavimenti e delle pareti e’ drammatica. La verificheremo nei tempi – ha chiosato – speriamo non sia cosi’ come temiamo”. Il timore e’ sempre quello del silenzioso e persistente assorbimento dell’acqua da parte dei pavimenti e su per le pareti, fino a rischiare di intaccare i preziosi mosaici d’oro delle volte e delle absidi.

Un nemico contro il quale la Procuratoria ha puntato la propria attenzione, studi ed energie, a partire principalmente dal nartece, l’atrio che regolarmente va sott’acqua anche con qualche decina di centimetri di marea. Ora, con i cambiamenti climatici e le tempeste ricorrenti, il rischio e’ sempre piu’ pressante. Il Patriarca Francesco Moraglia lo ha sottolineato stamani: “Possiamo fare manutenzione ordinaria ma non straordinaria, strutturale”. E la risposta e’ giunta dal ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, che intanto ha annunciato per domani un sopralluogo degli esperti del Mibact alla Basilica di San Marco con la Procuratoria, per una prima valutazione del danni.

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Harmony, la danza a Napoli: la storia di Marcello Angelini che ha fatto “volare” il Tulsa Ballet

Eugenia Avena

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“Un ballerino danza, perché il suo sangue danza nelle vene”. Lo disse Anna Pavlova, la più famosa ballerina russa del XX secolo, colei che diffuse la cultura della danza nel mondo.  E dalla scuola Harmony, da Napoli, Marcello Angelini nel mondo è andato per far conoscere il talento partenopeo. È a lui che Juorno.it dedica la 3. puntata sulle storie dei protagonisti della scuola napoletana.

MARCELLO ANGELINI, ballerino, direttore artistico del Tulsa Ballet, USA e di altri due teatri americani. Nato a Napoli, figlio d’arte, allievo “di papà”, cioè di Arnaldo Angelini, il fondatore della Harmony, si diploma nella Scuola di danza napoletana nel 1979. Il suo percorso professionale parte dal Maggio Musicale Fiorentino sotto la guida di Yevgeny Polyakov, “un uomo eccezionale, ha sempre detto Marcello Angelini, che ha formato non solo la nostra tecnica ma anche la nostra mentalità artistica, professionale  ella nostra qualità come danzatori”. Dopo Firenze Angelini riceve una borsa di studio ministeriale per un anno di perfezionamento nell’istituto coreografico di stato di Kiev, e poi viene ingaggiato come solista alla Deutsche Oper Berlin. Da lì ha inizio  la sua carriera di primo ballerino che lo vede, in questo ruolo, al Northern Ballet Theater, Scottish Ballet e English National Ballet, al Les Grands Ballets Canadienes, Cincinnati Ballet e Ballet West,Teatro dell’Opera di Roma e Teatro San Carlo di Napoli. Danzando spesso insieme alla moglie Daniela Buson, altra grande ballerina.

“Tornare a scuola di danza Harmony è come tornare nel grembo della propria madre. Ogni anno, quando assisto alle lezioni del Maestro/Papà rivivo l’esperienza di crescere in una scuola dove la qualità tecnica e l’integrità artistica sono le stelle che hanno guidato generazioni di danzatori professionisti, dice Marcello Angelini, e amanti della nostra arte, verso gli ideali della vita e della danza. I ragazzi in sala ballo sono cambiati, ma l’energia e l’impegno degli allievi, e degli insegnanti, sono rimasti immutati. Alla fine di ogni visita alla Harmony, ho un mio rituale che consiste nel lanciare un’ultima occhiata alla pedana in sala ballo. In silenzio le dico: se tu potessi parlare… Quanti giovani talentuosi ed entusiasti hai visto, quanto sudore ha bagnato la tua pelle, quante lacrime hai segretamente intravisto e di quanti successi sei stato testimone. Noi tutti abbiamo un pezzo di te nel cuore”.

Harmony, where dreams become reality!, dice Angelini

 

Nel 1995 Marcello Angelini diventa direttore artistico del Tulsa Ballet negli Stati Uniti, compagnia ritenuta dalla critica nazionale e internazionale tra le prime e più importanti del Nord America, con un repertorio di lavori con coreografi come Kylian, Forsythe, Wheeldon, McGregor, Van Manen, Balanchine, Robbins e Duato. Quando è arrivato in Oklahoma Marcello Angelini si ritrovò una realtà regionale con 24 elementi che oggi è una compagni con quasi 40 danzatori e un bilancio che è quattro volte tanto. Dal 2013 -quando ha assunto anche il ruolo di CEO-  ha annetsso al Tulsa Ballet due scuole e due Teatri, entità che lo stesso Angelini gestisce attualmente. Il Tulsa Ballet è una realtà importantissima nel mondo della danza con audizioni in tutto il mondo: basta pensare che le domande d’ingresso collegato a uno dei suoi ultimi tour internazionale sono state più di 1300. In un mondo, quello americano, dove la danza è indipendente, produce reddito grezzi ad una cultura imprenditoriale che è vincente. “Nel passato l’Italia mi ha dato il senso dell’estetica e dell’arte e grazie a questo nel resto del mondo ho trovato opportunità che purtroppo nel nostro Paese nel mondo della danza non esistono”.

Puntata n.3 – Continua

 

Harmony, l’amore per la danza e i talenti scoperti a Napoli: la storia della scuola e del suo fondatore Arnaldo Angelini

Harmony, Eugenia Avena: un pilastro della scuola per i ballerini napoletani che hanno raccolto successi nel mondo

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