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Fotogiornalisti, i testimoni di questo tempo: quelli che ci fanno leggere la realtà esterna e la faranno capire alle prossime generazioni

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Sono i testimoni, sono quelli che ogni giorno riportano le immagini della assurda situazione che tutti stiamo vivendo, sono quelli che rischiano il contagio e rischiano di contagiare i propri familiari al ritorno nelle proprie case per farci conoscere. Per farci vedere e farci rendere conto di che cosa sta accadendo fuori, fuori dalle nostre case che oggi più che mai in questi giorni non dobbiamo lasciare, per continuare il trend in discesa che ci fa sperare, ma non deve farci abbassare la guardia, farlo sarebbe terribile e porterebbe conseguenze ben più catastrofiche.

Loro, i testimoni: sono i fotogiornalisti, quelli che non possono usufruire dello smartworking o dell’houseworking, loro in strada devono esserci per forza; i fotogiornalisti d’agenzia, i freelance, quelli che lavorano con i giornali, quelli che fanno entrare le foto nelle nostre case, sui nostri telefoni, non si fermano, come durante le guerre testimonieranno anche questa, facendocene rendere conto, con le immagini fisse, quelle che rimangono impresse nella mente e nei cuori, quelle che un giorno ci faranno ricordare e capire il tempo che stiamo attraversando.

Alberto Pizzoli, Salvatore Laporta, Ivan Romano, Igor Petix, Fabrizio Villa, Alessandro Garofalo, Riccardo Siano, Ciro Fusco, Luca Bruno, Roberta Basile, Sergio Siano, Alessandro di Laurenzio, Renato Esposito, Cesare Abbate, Ciro de Luca, Massimo Sestini, Carlo Hermann, Alessandro Pone, Michele Amoruso, Felice de Martino e tanti, tanti altri con i quali mi scuso per non averli citati,  che da Napoli, Roma, Milano, Catania, Palermo, Cosenza, Firenze, e di agenzie come l’Ansa, l’Associated Press, France Presse, Gettyimages e dai quotidiani Corriere del Mezzogiorno/della Sera, Mattino, Repubblica, testimoni che ogni giorno oltre alle infinite difficoltà che incontrano sulla via della loro professione, hanno enormi responsabilità al loro ritorno a casa. C’è chi non abbraccia più e non vede dall’inizio dell’emergenza la propria compagna o i propri cari, avendo scelto l’isolamento totale al ritorno dalla giornata lavorativa, chi al ritorno a casa, come quasi tutti si sottopone alle  misure sanificatrici riprese dai protocolli ospedalieri, abbandono di tutti gli abiti fuori la porta di casa, docce intense e indumenti rigorosamente utilizzati solo per la casa, chi ha persone anziane in casa, non le vede o si tiene ad una distanza che va ben oltre il metro imposto dalle ordinanze ministeriali. Tutti hanno cominciato a seguire l’emergenza dai primi sviluppi, quando sembrava ancora che poteva essere tenuta sotto controllo e dalle prime fotografie sempre hanno tenuto presente, chi per indicazione dell’agenzia o giornale  di riferimento, chi  per iniziativa personale, i livelli di sicurezza ai quali dovevano attenersi. Non si lamentano per le eventuali restrizioni che potrebbero essere state messe in atto in merito al loro lavoro e per la salvaguardia della loro sicurezza, anzi, tutti affermano che non ci sono restrizioni, si riesce ad avere un costruttivo dialogo con le autorità e si riesce a ben documentare ciò che realmente accade nei presidi oramai divenuti ospedali di guerra, come afferma Salvatore Laporta: “ Fotografo tutti gli aspetti relativi a  questa emergenza, da quello sanitario, gli ospedali  destinati ad accogliere i pazienti CoVid19, il personale sanitario impegnato a soccorrerli, gli interventi di sanificazione delle strade della città, a quello  sociale, documentando la vita stravolta dei cittadini, la loro risposta alle nuove regole, la paura nei loro volti coperti da mascherine i messaggi di speranza affidati a disegni, striscioni e bandiere. Fotografo la città ormai deserta e silenziosa senza il caos delle auto e il vociare del suo popolo, e contemporaneamente anche il lavoro svolto dalle forze dell’ordine impegnate a far sì che vengano rispettate le ordinanze del Governo”.

Questo è lo spirito di tutti anche se negli ultimi giorni, alcuni atteggiamenti sono cambiati. Cambiamenti non dovuti a precise disposizioni ministeriali o istituzionali, ma intesi come percezioni interpretative di funzionari oppure di operatori sia sanitario che della sicurezza in special modo in alcune aree del paese come rileviamo dalla testimonianza di Ivan Romano:  “In questa fase devo ammettere di riscontrare diverse limitazioni alla liberta di stampa. Benchè sia garantita la circolazione dei giornalisti, l’atteggiamento che trovo per strada è di un generale distacco verso la professione, il più delle volte la quasi totalità degli attori in gioco in questa storia sono poco avvezzi alle fotografie, con dispiacere devo sottolineare che i meno disponibili sono proprio coloro di cui si dovrebbe raccontare: mi riferisco alle situazioni ospedaliere e sanitarie in generale, ai controlli delle forze dell’ordine e ai volontari in campo in questa storia. A tal proposito voglio sottolineare le responsabilità verso gli altri paesi occidentali che non hanno potuto vedere i rischi della diffusione del covid19, con immagini forti che ad esempio potevano documentare i reparti di terapia intensiva e il lavoro dei sanitari o come è accaduto tardivamente almeno nelle zone più colpite, i decessi. E’ più un approccio culturale che una vera e propria limitazione burocratica, diversi episodi spiacevoli si sono verificati e mi sono ritrovato in condizione di non poter documentare sanificazioni di uffici pubblici per la presa posizione di alcuni soggetti che adducevano ragioni sanitarie senza alcun titolo, altri colleghi hanno subito quasi delle vere e proprie intimidazioni e il generale atteggiamento è quello di insofferenza e fastidio, su questo probabilmente occorrerà discutere quando tutto questo sarà finito, perché compromette il rischio che ci assumiamo a scendere per strada per svolgere la nostra funzione di servizio pubblico. Inoltre si sono sollevate critiche a mio parere inutili, sull’opportunità di esporsi al rischio contagio, molte delle quali sono giunte anche da alcuni colleghi che hanno preferito o sono stati costretti a rimanere a casa, questo approccio è ugualmente una forma di restrizione, anche se in forma intellettuale, ma pur sempre un argomento su cui occorre dibattere”.

Non si svolge solo la propria professione, ma si provvede  a tutte le esigenze di casa, al ritorno ci si rifornisce della spesa e di tutte le cose che sono indispensabili, e una volta a casa si è padri e madri e ci si dedica ai figli come Alessandro Garofalo: “di ritorno a casa rivivo la mia famiglia, mia moglie, i miei figli Jacopo e Mara che portano avanti quotidianamente le loro attività’scolastiche con la classe multimediale” . Ed è la vita che nonostante tutto continua, la vita che ricerca la normalità.

Ma non è solo la professione, il poter lavorare, il guadagno, benchè misero, a motivare l’abnegazione con la quale questi professionisti visuali affrontano il prorpio lavoro, la propria missione, sono motivazioni intime e intense come ascoltiamo da Ciro Fusco: “Ora più di altre volte lo sguardo deve andare oltre la cronaca e cercare  immagini che, domani,  saranno utili a raccontarne la storia”, da Alberto Pizzoli: “Cerco di raccontare quello che succede sotto ogni aspetto, aspirando di non scadere nel ridicolo come ho visto che a volte su certe immagini accade, vedo forzature inutili in particolare nelle zone lontane”. O Salvatore Laporta; “con le mie immagini voglio documentare il momento che stiamo vivendo, facendo trasparire senza filtri le emozioni, le paure , gli stati di animo, gli stravolgimenti sociali che vengono catturati nei miei scatti, e con  essi, un giorno spero si possa raccontare la storia”.  Motivazioni che sono dettate prima di tutto dal desiderio di guardare in faccia la storia, di comprenderla appieno, di osservare senza filtri, di poter testimoniare, testimoniare per tramandare, un po’ come hanno fatto coloro che scrissero i Vangeli, sia quelli ufficiali che quelli apocrifi, ma noi, purtroppo,  questi nuovi testimoni, quelli che lasceranno le prove inconfutabili alle prossime generazioni, non li chiamiamo santi.

 

 

 

 

 

Fotogiornalista da 35 anni, collabora con i maggiori quotidiani e periodici italiani. Ha raccontato con le immagini la caduta del muro di Berlino, Albania, Nicaragua, Palestina, Iraq, Libano, Israele, Afghanistan e Kosovo e tutti i maggiori eventi sul suolo nazionale lavorando per agenzie prestigiose come la Reuters e l’ Agence France Presse, Fondatore nel 1991 della agenzia Controluce, oggi è socio fondatore di KONTROLAB Service, una delle piu’ accreditate associazioni fotografi professionisti del panorama editoriale nazionale e internazionale, attiva in tutto il Sud Italia e presente sulla piattaforma GETTY IMAGES. Docente a contratto presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli., ha corsi anche presso la Scuola di Giornalismo dell’ Università Suor Orsola Benincasa e presso l’Istituto ILAS di Napoli. Attualmente oltre alle curatele di mostre fotografiche e l’organizzazione di convegni sulla fotografia è attivo nelle riprese fotografiche inerenti i backstage di importanti mostre d’arte tra le quali gli “Ospiti illustri” di Gallerie d’Italia/Palazzo Zevallos, Leonardo, Picasso, Antonello da Messina, Robert Mapplethorpe “Coreografia per una mostra” al Museo Madre di Napoli, Diario Persiano e Evidence, documentate per l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive, rispettivamente alla Castiglia di Saluzzo e Castel Sant’Elmo a Napoli. Cura le rubriche Galleria e Pixel del quotidiano on-line Juorno.it E’ stato tra i vincitori del Nikon Photo Contest International. Ha pubblicato su tutti i maggiori quotidiani e magazines del mondo, ha all’attivo diverse pubblicazioni editoriali collettive e due libri personali, “Chetor Asti? “, dove racconta il desiderio di normalità delle popolazioni afghane in balia delle guerre e “IMMAGINI RITUALI. Penitenza e Passioni: scorci del sud Italia” che esplora le tradizioni della settimana Santa, primo volume di una ricerca sui riti tradizionali dell’Italia meridionale e insulare.

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Tocilizumab, la sperimentazione di Ascierto: ottimista ma cauto, il vaccino arriverà ma occorre pazienza

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Cauto ottimismo. La sperimentazione del farmaco anti-artrite Tocilizumab per curare alcuni effetti devastanti del Covid-19 va bene. Paolo Antonio Ascierto, a capo della sperimentazione avviata con protocollo Aifa, parla di “cauto ottimismo”. Si procede per step. “È in corso la sperimentazione e si compone di due momenti: uno è lo studio di fase II su 330 pazienti, attivato il 19 marzo con i pazienti arruolati in 24 ore. E i dati potrebbero essere pronti per fine aprile-inizi di maggio” argomenta Ascierto, presidente della Fondazione melanoma e direttore dell’Unità di oncologia melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell’Istituto tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli, che sta utilizzando il farmaco anti-artrite reumatoide tocilizumab nel trattamento della polmonite interstiziale da Covid-19. “Per quanto riguarda lo studio prospettico, invece – aggiunge Ascierto – questo continua ad andare avanti e i criteri in questo caso sono meno restrittivi rispetto alla sperimentazione e rappresenteranno quella che si chiama esperienza di ‘real world’. Al momento non ci sono dati, ma la sensazione resta quella dei pazienti trattati prima della sperimentazione dell’off label e la parola d’ordine rimane la stessa: cauto ottimismo”. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Paolo Antonio Ascierto in uno dei pochi momenti di relax. Quella che ne è venuta fuori è una conversazione che noi sembra interessante.

Dottor Ascierto da oncologo ha deciso di dedicarsi alla ricerca di un farmaco che possa essere utile nella gestione del Covid-19? Si sta convertendo all’infettivologia?

La mia non è stata una conversione, da oncologo che si occupa prevalentemente di immunoterapia, quello che faccio nella mia quotidianità è proprio studiare il sistema immunitario. Sono anni che ormai tratto i tumori con l’immunoterapia, siamo partiti con il melanoma ed ora trattiamo la stragrande maggioranza dei tumori con l’immunoterapia.  Nella polmonite da Covid-19, anzi nella complicanza che determina la polmonite, ovvero il distress respiratorio, un ruolo chiave è svolto dal sistema immunitario.

Illustrazione realizzata dalla scuola Italiana di Comix per il premio l’ORigano. Paolo Ascierto ed Enzo Montesarchio alle sue spalle

In che modo il sistema immunitario e quindi l’immunoterapia diventa un punto cardine nel trattamento delle polmonite da Covid-19?

Sappiamo che quando trattiamo un tumore, l’immunoterapia può dare effetti collaterali poiché il sistema immunitario, stimolato, produce una serie di sostanze che hanno lo scopo di distruggere il tumore. A volte, il sistema immunitario, può dare anche effetti collaterali legati ad una ipersecrezione di alcune citochine, come appunto l’IL 6, target del tocilizumab. Il tocilizumab noi oncologi lo conosciamo molto bene, perché lo usiamo nella gestione di alcuni effetti collaterali che si possono verificare in seguito all’uso degli anticorpi bispecifici, o di recente, all’uso delle CAR-T, dove appunto il farmaco è registrato per il trattamento delle tossicità. Le CAR-T infatti possono determinare quella che viene definita la “CRS”, ovvero sindrome da rilascio di citochine, in cui il sistema immunitario produce tante citochine, tra cui l’IL-6, responsabili poi degli effetti collaterali. Da qui, l’idea di usare il tocilizumab.

È vero che siete stati i primi ad utilizzare il tocilizumab nella gestione delle polmoniti da Covid-19?

A noi non interessa il primato, ci interessa solo che le persone stiano meglio. Se non fosse stato questo il nostro obiettivo non ci saremmo impegnati a capire che il sistema immunitario era coinvolto nella sindrome da distress respiratorio indotto da Covid, responsabile di tante morti. È ovvio che il complimento, inteso come riconoscimento, ci fa piacere, ma a noi interessa che il farmaco funzioni. E questo dato potrà darcelo solo la sperimentazione clinica in corso. Continuo con il dire “cauto ottimismo”.

Quali sono le tempistiche per avere un vaccino definitivo? Quali sono i farmaci che state utilizzando contro il Covid-19?

Il vaccino sarebbe auspicabile tuttavia le tempistiche sono lunghe, ci vorrà almeno un anno. Gli antivirali anche sono auspicabili ma attualmente non ne abbiamo di effettivamente utili nel Covid, utilizziamo quelli già noti per l’HIV o il remdesivir che si usa per l’ebola, ma di specifico ancora nulla.

Che previsioni fa riguardo la fine di questa pandemia?

Credo che tutto finirà quando avremo un vaccino e potremo in tal modo fare una immunizzazione di massa, per ora stiamo a casa perché fondamentale è ridurre i livelli di infezione e poi continuare ad avere la massima attenzione fin quando non avremo un vaccino.

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Coronavirus, il duro atto d’accusa dei medici lombardi in una lettera alla Regione

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Una lettera aperta che la Federazione regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Lombardia hanno inviato al Presidente della Regione Attilio Fontana e all’assessore Giulio Gallera, oltre che ai dirigenti delle Agenzia di tutela della salute lombarde: un punto della situazione pacato ma non per questo meno duro rispetto a quanto accaduto nel disastro sanitario per la gestione dell’emergenza da coronavirus. La lettera – protocollata oggi – è firmata dai presidenti degli Ordini provinciali della Lombardia.

Illustrissimo Avvocato Gallera,
la Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della
Lombardia, riunita in data 05/04/2020, ha preso in esame la situazione relativa all’epidemia da COVID19 in corso.
Non è questo il momento dell’analisi delle responsabilità, ma la presa d’atto degli errori occorsi nella prima fase dell’epidemia può risultare utile alle autorità competenti per un aggiustamento dell’impostazione strategica, essenziale per affrontare le prossime e impegnative fasi.
Ricordiamo in generale come, a fronte di un ottimo intervento sul potenziamento delle terapie intensive e semi intensive, per altro in larga misura reso possibile dall’impegno e dal sacrificio dei medici e degli altri professionisti sanitari, sia risultata evidente l’assenza di strategie relative alla gestione del territorio.
Ricordiamo, a titolo di esempio non esaustivo:

1) La mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia, legata all’ esecuzione di tamponi solo ai pazienti ricoverati e alla diagnosi di morte attribuita solo ai deceduti in ospedale. I dati sono sempre stati presentati come “numero degli infetti” e come “numero dei deceduti” e la mortalità calcolata è quella relativa ai pazienti ricoverati, mentre il mondo si chiede le ragioni dell’alta mortalità registrata in Italia, senza rendersi conto che si tratta solo dell’errata impostazione della raccolta dati, che sottostima enormemente il numero dei malati e discretamente il numero dei deceduti.


2) L’incertezza nella chiusura di alcune aree a rischio

3) La gestione confusa della realtà delle RSA e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un triste bilancio in termini di vite umane (nella sola provincia di Bergamo 600 morti su 6000 ospiti in un mese).
4) La mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio (MMG, PLS, CA e medici delle RSA) e al restante personale sanitario. Questo ha determinato la morte di numerosi colleghi, la malattia di numerosissimi di essi e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia.
5) La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, ecc…)
6) La mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio.
7) Il mancato governo del territorio ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere sul territorio pazienti che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero.

 

La situazione disastrosa in cui si è venuta a trovare la nostra Regione, anche rispetto a realtà regionali viciniori, può essere in larga parte attribuita all’interpretazione della situazione solo nel senso di un’emergenza intensivologica, quando in realtà si trattava di un’emergenza di sanità pubblica. La sanità pubblica e la medicina territoriale sono state da molti anni trascurate e depotenziate nella nostra Regione.
La situazione al momento risulta difficile da recuperare, ma si vogliono riportare di seguito alcune indicazioni, che, a detta della scrivente Federazione, potrebbero, se attuate, contribuire alla limitazione dei danni, specie nel momento di una ripresa graduale delle attività, prevedibile nel medio-lungo termine.

Per quanto riguarda gli operatori sanitari la proposta è di sottoporre tutti a test rapido immunologico, una volta ufficialmente validato, e, in caso di riscontro di presenza anticorpale (IgG e/o IgM), sottoporre il soggetto a tampone diagnostico. In caso di positività in assenza di sintomi potrebbe essere da valutare la possibilità, in casi estremi con l’attribuzione di specifiche responsabilità e procedure, di un’attività solo in ambiente COVID, sempre con protezioni individuali adeguate. Il test immunologico andrebbe ripetuto con periodicità da definire negli operatori sanitari risultati negativi.
Per quanto riguarda le attività non sanitarie sembra raccomandabile un’estesa effettuazione di test rapidi immunologici per discriminare i soggetti che non hanno avuto contatto con il virus, soggetti che si possono riavviare al lavoro. Per i soggetti nei quali si rileva la presenza di immunoglobuline (IgG o IgM) sembra indicata l’esecuzione del tampone diagnostico. In tal senso si raccomanda di potenziare al massimo tale attività diagnostica e di procedere prima ad indagare i soggetti che risultano urgente riammettere al lavoro, in quanto addetti ad attività ritenute di prioritario interesse, in funzione della disponibilità di tamponi.
La ripresa del lavoro dovrebbe essere subordinata all’effettuazione del test immunologico rapido di screening, non risultando in letteratura alcun termine temporale valido per la quarantena post malattia, anche se decorsa in forma paucisintomatica.
E’ evidente come tale procedura comporti un rilevante impiego di risorse, soprattutto umane, ed è altresì evidente come la stessa, al momento, sia l’unica atta a consentire la ripresa dell’attività lavorativa in relativa sicurezza.

Attilio Fontana. Presidente della giunta della Regione Lombardia

A tale scopo Regione Lombardia dovrà mettere in campo tutte le risorse umane ed economiche disponibili.
Naturalmente quanto sopra dovrà essere accompagnato dall’uso costante, per tutta la popolazione e in particolare nei luoghi di lavoro, di idonei comportamenti e protezioni.
La ripresa potrà quindi essere solo graduale, prudente e con tempi dettati dalla necessità di mettere in campo le risorse sopracitate. E’ superfluo segnalare come qualsiasi imprudenza potrebbe determinare un disastro di proporzioni difficili da immaginare e come le misure di isolamento sociale siano da potenziare e applicare con assoluto rigore.
Da ultimo, la FROMCeO lombarda ha preso in considerazione la questione, sollevata da molti colleghi, della mancanza di protocolli di terapia sul territorio. Il problema è stato in gran parte determinato anche dalla esigenza di trattare a domicilio pazienti che ordinariamente sarebbero stati inviati in ospedale, ma che non hanno potuto essere accolti per saturazione dei posti letto. FROMCeO raccomanda ai colleghi di non affidarsi a protocolli estemporanei non validati e ad attenersi alle indicazioni di AIFA e di Regione, utilizzando la massima cautela.
Nell’esprimere le considerazioni di cui sopra, FROMCeO ritiene di svolgere le proprie funzioni di organo sussidiario dello Stato ed esprime disponibilità ad un confronto costante con le Istituzioni preposte alla gestione dell’emergenza. Spiace rimarcare come tale collaborazione, più volte offerta, non sia ad oggi stata presa in considerazione.

I presidenti degli ordini provinciali della Regione Lombardia (FROMCeO)

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Coronavirus, i magistrati di Milano al lavoro sulla carneficina di anziani nelle residenze sanitarie

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Prosegue da oltre un mese la strage silenziosa nelle case di riposo, divenute soprattutto in Lombardia dei focolai con operatori contagiati dal Coronavirus e centinaia di anziani morti. Ora, proprio sulla presunta cattiva gestione dell’emergenza nelle Rsa si concentrano le polemiche politiche, ma anche gli accertamenti sempre piu’ serrati, con verifiche documentali, della magistratura. Si moltiplicano, infatti, esposti, denunce ed inchieste, tra cui quella sullo storico Pio Albergo Trivulzio di Milano. “Tutto quello che e’ stato fatto, e’ stato fatto con il massimo rispetto”, ha spiegato il governatore lombardo Attilio Fontana, riferendosi ad una delibera, criticata da piu’ parti, con cui l’8 marzo la Regione ha chiesto alle Agenzie di tutela della salute di individuare case di riposo per accogliere pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali e in quarantena. “Non e’ che venissero messi a fianco degli assistiti delle Rsa – ha chiarito Fontana – esistevano dei reparti vuoti e non utilizzati”. E sul punto e’ intervenuto anche l’assessore al Welfare Giulio Gallera, chiarendo che fu chiesto alle Rsa di ospitare pazienti “in maniera volontaria” e solo a quelle “con aree totalmente separate dagli altri ospiti”: su questa questione c’e’ stato, denuncia, un “grave travisamento della realta’”. Sindacati e operatori delle case di riposo, nel frattempo, sin dai primi di marzo hanno iniziato a denunciare carenze di informazioni, di protocolli di sicurezza ma anche di mascherine (in alcune residenze inizialmente sarebbe stato anche impedito di usarle) e tamponi.

E se il ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova invoca “una commissione d’inchiesta”, quello degli Affari regionali Francesco Boccia chiede “alle Regioni di comunicare tempestivamente alla Protezione civile, attraverso il monitoraggio delle ASL, quali sono le Rsa in condizioni di maggior criticita’”. Intanto, si stanno muovendo soprattutto sul fronte documentale, con l’analisi degli esposti arrivati e delle carte presentate dalle stesse strutture, le indagini aperte dalla Procura milanese. Tra i vari fascicoli per diffusione colposa di epidemia e reati in materia di sicurezza del lavoro anche quello sul Pio Albergo Trivulzio (nel ’92 l’allora presidente Mario Chiesa venne arrestato e scoppio’ Tangentopoli). Solo al Pat a marzo sono morti 70 anziani. “L’anno scorso erano 52 – ha chiarito Gallera -. Chiaramente ogni decesso in piu’ fa male, ma siamo in una fase piu’ o meno uguale a quella di tante realta’ milanesi”. E sulle mascherine: “abbiamo subito dato delle indicazioni sull’utilizzo, e’ chiaro che nelle strutture private devono essere fornite dal gestore”. Altre indagini dei pm del dipartimento guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano, scaturite da denunce di lavoratori e familiari di vittime nei confronti dei vertici delle strutture, sono in corso pure sull’Istituto Palazzolo Fondazione Don Carlo Gnocchi di Milano (“nessuna negligenza”, ha ribadito l’istituto), su una casa famiglia di Affori, quartiere di Milano, ma anche su molte altre case di riposo, tra cui una nel quartiere Corvetto.

 

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