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Epistemologia della Pandemia

Epistemologia della pandemia/ I Modulo/ La mente del ricercatore, il funzionamento delle comunità scientifiche, gli impatti sociali della scienza

Angelo Turco

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Che tipo di problema è “Covid 19” e quanti problemi si chiamano “Covid 19”?

a)  In guisa di premessa: il modello popperiano

Come funziona la mente del ricercatore? Quali sono i passi che egli compie per “capire” quel che sta succedendo? E per l’appunto: che sta succedendo? La scienza che studia la dinamica della scienza si chiama epistemologia: un nome difficile, lo so, che però faremmo bene a tenere a mente se vogliamo capire la genesi e lo svolgimento di questa crisi. E renderci conto che le voci dei molti scienziati che stiamo sentendo in questi giorni sono solo apparentemente dissonanti, e a volte stridenti: di fatto esse restano un “coro” e non la cacofonia di cui qualche incauto commentatore ha parlato, anche su riviste prestigiose come “Lancet”. La scienza della scienza ci dice che la scienza, appunto, è un sistema interconnesso di comprensioni. La prima di queste comprensioni riguarda il problema che stiamo studiando: e quindi, per dire, di che parliamo quando parliamo di Covid 19? La seconda riguarda la teoria, cioè le risposte “concettuali” che diamo alle interrogazioni di partenza: e quindi, se io ho “questo” problema che si chiama Covid 19, che strumenti ho per risolverlo? La terza riguarda l’uso di quegli strumenti: ciò che abitualmente si chiama “metodologia”. L’ultima, importantissima, è la “verifica empirica”: dato “quel” problema, con “quegli” strumenti, utilizzati in “quel” modo, ho risolto “veramente”e in quale misura il problema iniziale? In altri termini: se il problema è Covid 19 (problematica), io appronto certi strumenti per affrontarlo (teoria), li metto in pratica seguendo un certo percorso, li uso in un certo modo (metodologia), infine mi accerto che la realtà non smentisca la mia procedura (verifica o falsificazione empirica). Un modello poperiano, come si vede. La comprensione migliore è quella che arriva al termine del processo cognitivo nel modo più “rapido” e più “efficace”: cioè “spiegando” quel che succede in modo chiaro (chiaro qui vuol dire inequivoco), accessibile a tutti (e quindi controllabile dalla comunità scientifica), suscettibile di essere messo a confronto con la realtà in modo da poter dare una valutazione di “quanto” la spieghi.

b) La “metafisica influente” e i paradigmi scientifici

Naturalmente, non bisogna interpretare in modo troppo meccanicistico il “modello popperiano”. Sulla mente del ricercatore agisce anche una “metafisica influente”, largamente implicita, che potremmo definire come l’insieme dei fattori extra-scientifici che incidono “in qualche modo” sull’attività scientifica: 

  • La casualità
  • Un evento memorabile: un incontro, una festa, un lutto, una lettura (Walter Christaller, padre di una teoria geografica famosa, la teoria delle “località centrali”, ricorda che alla fine, si è messo a fare quel mestiere per via di un certo Atlante del mondo che gli fu regalato da bambino…) 
  • Una credenza religiosa
  • Un orientamento ideologico
  • (…..)

Ma vi sono anche altri fattori che impattano col modello popperiano standard, e che possiamo situare a mezzo, tra quelli scientifici e non scientifici: cioè sono ibridi, partecipano di una duplice natura. La carriera – universitaria o altra – è certamente uno di questi fattori ibridi: faccio certe scelte (ad esempio decido di fare il medico infettivologo piuttosto che il pediatra), in parte per inclinazione di ricerca, in parte perche mi si offre un’opportunità….

Ma il più noto e potente dei fattori ibridi può essere considerato quello che l’epistemologo e storico della scienza T. Kuhn chiama “paradigma scientifico”. Di che si tratta? Faccenda tanto complessa quanto affascinante, che ha il suo momento di avvio nella pubblicazione del libro di Kuhn “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”. Possiamo intanto dire che un paradigma scientifico è “una costellazione di credenze, valori, tecniche, esempi” che informa l’agire del ricercatore, lo motiva e lo gratifica, facendolo sentire membro di questa o quella comunità (io sono un fisico, uno storico, un biologo, un farmacologo, un economista). Quando la scienza evolve all’interno di un determinato paradigma, viene detta “normale”: procede per piccoli passi, per accumulazioni progressive, per “addizioni” che rispettano la regola della compatibilità delle conoscenze che si vengono via via acquisendo. Ma arriva un momento nel quale il “paradigma” non funziona più, non risolve più i problemi che la ricerca si pone, per spinte interne o sotto la spinta dei bisogni sociali emergenti (economici, politici, etici). Si apre allora una fase “rivoluzionaria” per la scienza, in cui viene sconvolto non già il modello popperiano, ma i modi in cui quello stesso modello veniva interpretato dai ricercatori: cambiano i problemi di cui ci si occupa, cambiano le teorie e, nel loro ambito, le ipotesi di base su cui si lavora, cambiano le metodologie che si applicano per mettere a confronto le teorie con la realtà (verificazione o falsificazione empirica). La questione delle “metodologie” è particolarmente importante perchè è in base ad esse, ai protocolli che le formalizzano, che si stabiliscono quelle che i ricercatori chiamano “evidenze”, ossia le prove che le “teorie” reggono all’impatto con i fatti: l’aereo non cade, il farmaco di guarisce invece di ucciderti e così via.

Set di osservazioni importanti: la comunicazione scientifica

  1. In via di massima, i ricercatori comunicano tanto più facilmente, intensamente e produttivamente tra loro, quanto più, all’interno di una disciplina data (la fisica, la chimica, la geografia), appartengano a un medesimo paradigma; l’efficacia di questa comunicazione è “massima” (anche se non sempre “ottima”) in condizioni di “scienza normale”.
  2. I ricercatori che, nell’ambito di una stessa disciplina, appartengono a paradigmi diversi (e a specialità diverse) allentano via via l’intensità della comunicazione, fino a comunicare tra loro “poco e male”.
  3. I ricercatori comunicano con intensità ed efficacia decrescente quando appartengano a discipline diverse. Un’importante eccezione è rappresentata dalla costituzione di quelli che I. Lakatos chiama “Programmi di ricerca”, che nascono per rispondere a problemi nuovi su base interdisciplinare.
  4. I ricercatori non sono abituati (e non hanno una spiccata propensione, salvo personali eccezioni) a comunicare in ambiti extra-scientifici: in particolare in ambito sociale e politico. 
  5. Il punto 4 ha implicazioni importanti:
  • Sul piano della chiarezza ed efficacia delle informazioni divulgate
  • Sul piano della manipolabilità (mediatica, politica e d’altro genere) del discorso scientifico pubblico. 

   

c) Scienza e società

I nessi che intercorrono tra scienza e società sono molteplici e fittamente intrecciati. Proviamo a riassumerli così:

  1. La scienza è un’impresa sociale: nasce e si sviluppa nel seno di dinamiche sociali (più o meno forti, più o meno esplicite).
  2. Il carattere di “impresa sociale” si accentuata in età contemporanea, fino ad istituzionalizzarsi, seppure con tempi, ritmi e modalità diverse nei diversi “Stati nazionali” e ambiti culturali: e ciò, per avere un punto di riferimento in Occidente, a partire dalla Rivoluzione Borghese e dalla Rivoluzione Industriale, quindi più o meno nell’ultimo quarto del ’700.
  3. Che voglia o no, che sappia o no, che abbia o no uno scopo pratico diretto e visibile, il ricercatore – così come le comunità scientifiche di appartenenza – vive “strutturalmente” una condizione sociale: in quanto “ricercatore” e non solo in quanto “cittadino” e in quanto “persona”. Una pista da non mancare, per approfondimenti eventuali, è M. Weber, La scienza come professione.

Osservazione epistemica importante per l’analisi comunicativa

Quando lo scienziato (Burioni, Galli…) va in televisione a spiegare quello che fa (e perché fa quello che fa e non altro), ci va non solo nella sua veste di “ricercatore” (una veste che non dismette mai), ma ci va altresì nella sua veste di “attore sociale”, riconosciuto (ad esempio, prende uno stipendio che gli viene pagato dallo Stato con il denaro dei contribuenti) ed investito di un ruolo (in virtù del quale si assume certe responsabilità, che vanno ad aggiungersi a quelle che gli derivano dalla sua forma mentis e dalla sua metafisica influente).

d) Il coronavirus come problema dal punto di vista scientifico

Fig. 1 –  Covid 19 NON è un problema, ma un “cluster problematico”

 

Fig. 2 – Design e comunicazione del “cluster problematico”

 

Bibliografia di sfondo 

(si può dare una sbirciatina, si può tenere sottomano per approfondire, anche solo singoli punti)

I. Lakatos, A. Musgrave (a cura), Critica e crescita della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1980

T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, u.e

K. R. Popper, Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino, u.e

M. Weber, La scienza come professione. La politica come professione, Einaudi, Torino, u.e.

Il romanzo della scienza 

(mettere tra i romanzi da leggere, prima o poi)

R. Mccormach, Pensieri notturni di un fisico classico, Editori Riuniti, Roma, 1990

 

(Il corso è stato ideato ed è diretto dal professor Angelo Turco, africanista, è uno studioso di teoria ed epistemologia della Geografia, professore emerito all’Università IULM di Milano, dove è stato Preside di Facoltà, Prorettore vicario e Presidente della Fondazione IULM)

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Epistemologia della Pandemia

Epistemologia della pandemia (IV Modulo), epidemia e società: la cultura

Angelo Turco

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Epidemia e società: la cultura

  1. Seguiamo ancora la struttura del “cluster problematico” presentato nel Modulo I (Fig.1.1.), uscendo con questo modulo dall’area più strettamente medico-epidemiologica (e di sanità pubblica), per posizionarci in quella sociale. Nel disegnare il quadro d’insieme in cui si individua e si analizza il rapporto tra epidemia e società, parliamo da una panoramica ampia sulla “cultura”. A questa, seguiranno i temi concernenti la “politica” e, infine, l’”economia”. 
  2. L’epidemia è un fatto “intrinsecamente” sociale, nel senso che riguarda tutti membri di una comunità (Fig. 4.1). Viene dal greco epidemos, un termine con cui si indicavano coloro che non erano della città, i forestieri, in opposizione agli endemos, coloro che risiedono stabilmente in città, i cittadini, il popolo. Veicola un importante contenuto semantico, di tipo giuridico-politico e, insieme, geografico. L’epidemia non è un male endemico, cioè proprio del luogo, che vive con e come i cittadini, ma è qualcosa che viene da qualche parte e va verso qualche parte, come gli epidemos: scivola sopra l’insediamento demico, investe la città da fuori e ne esce qualche tempo dopo.  Insomma stabilisce un “dentro” e un “fuori”, con conseguente richiamo al confine, ed è temporaneo, passa “sopra” l’insediamento. E’ una prima, ma sostanziale individuazione del pensiero ippocratico in tema di epidemie, centrato sull’idea di un’origine alloctona del morbo. Quest’ultimo, peraltro, è dovuto all’influsso delle condizioni ambientali o astronomiche, le quali agiscono indipendentemente, ancorché contemporaneamente, su ciascun singolo essere umano. Si esclude, da ciò, l’idea stessa del “contagio”, cioè del passaggio della malattia per contatto interumano, diretto o mediato dagli oggetti (panni, mobili, ecc…).

 

  1. La visione ippocratica delle epidemie persiste in Europa almeno fino al tardo Medio Evo, nonostante i resoconti di osservatori non medici, come Tucidide per la peste di Atene, avessero chiaramente messo in rilievo l’importanza della propagazione del morbo per contatto interumano. La pandemia della Peste Nera, iniziata nel 1348) acuisce l’attenzione medica e politica sull’origine e la diffusione delle epidemie. Dopo il 1348 e nei tre secoli successivi, la peste diviene endemica in Europa:

 

              EPIDEMOS———-ENDEMOS

L’evidenza empirica, in questo pur lungo periodo, investe con tutta la sua forza dimostrativa il sapere medico consolidato: “falsifica” -come si direbbe oggi in termini popperiani- la teoria ippocratica di natura eminentemente geografica e pone l’esigenza di elaborare nuove teorie. In questo processo di ri-elaborazione teorica, un ruolo di grande rilevanza assume l’opera di Girolamo Fracastoro (1476-1553), medico veronese, professore all’Università di Padova, di cui oltre al trattato sul “morbo gallico”, ossia la sifilide, scritto in esametri latini e pubblicato nel 1530, si segnala il “De contagionibus et contagiosis morbis et eorum curatione” (1546), nel quale si formula per la priva volta la teoria secondo la quale la malattia contagiosa sia causata da esseri viventi microscopici e che la trasmissione interumana sia il risultato del passaggio di “semi” di questi esseri viventi dal malato al sano.   

  1. Il nesso tra epidemia e cultura si può declinare in molti modi. Qui ne mettiamo in risalto alcuni (Fig. 4.2.), cominciando proprio con il sottolineare quelli che hanno a che fare la cultura medica, non dimenticando che l’epidemia, come abbiamo detto ad inizio di questo Corso, è un ambiente di apprendimento (Fig. 4.3, 4.4). Le vicende richiamate sopra nel paragrafo 3 ci fanno gia capire come laprofessine medica si basi su un miscuglio di pratiche e di riflessioni su di esse. Oggi come ieri, il medico “apprende” dall’epidemia, con i suoi saperi e attraverso la sua pratica, riversa poi sulla società le nuove conoscenze attraverso i suoi propri “discorsi”, da sempre alla base dell’atto ippocratico: discorsi che il medico ascolta (anamnesi), discorsi che il medico fa (diagnosi, prognosi). E che pertanto, proprio in quanto “discorsi”, rientrano nelle categorie interpretative della “analisi del discorso” (Foucault).
  1. Complesso ed importante è il nesso che l’epidemia sviluppa con la territorialità (Fig. 4.5). 
  • I) Da un lato, si pongono le informazioni geografiche di tipo medico ed epidemiologico (contagi, ricoveri, rianimazioni, letalità, guarigioni, dotazioni sanitarie, compresi i dispositivi di protezione come tute e mascherine). Dall’altro lato, si pongono quelle di tipo socio-economico, in termini di impatto della crisi e di risposta dei territori.
  • II) Ma c’è un aspetto nel quale la geografia della crisi può giocare un ruolo importante attraverso la mappa della diffusione epidemica: come avviene lo spread territoriale del contagio, quale è la sua velocità, la sua intensità: e cioè questi valori sono continui o discontinui. Nel primo caso, ci muoviamo in un contesto spaziale paratattico, nel secondo si tratterebbe di spazio liminare. Ma oltre al contagio, c’è anche un elemento cruciale di tipo diffusivo: la morbilità e la letalità. E quindi, qual è il rapporto tra gli ammalati e i contagiati?) Qual è il rapporto tra gli ammalati e i decessi?  
  1. La religione sovrasta, si può dire, la cultura dell’epidemia (4.6), ispirando opere d’arte, monumentali, architettoniche numerosissime e di immenso valore. Nella tradizione occidentale, le attestazioni sono antiche e vanno dalla poesia epica di Omero ai resoconti storici: Tucidide (Guerra del Peloponneso) ricorda le invocazioni e i sacrifici agli dei in occasione dell’epidemia attica. 
  • I )L’epidemia è considerata non di rado come una punizione di Dio nei confronti di un’umanità peccatrice, indegna del suo amore e, dunque, della sua protezione [anche nel caso del coronavirus qualche voce si è levata in questo senso, invero con poca credibilità e poco seguito].
  • II) Come che sia, di fronte a un male terribile e misterioso, he decima le popolazioni e infligge tanta sofferenza, ci si rivolge a Dio invocandone il perdono per gli eventuali peccati e soprattutto la benevolenza perché allontani al più presto la pestilenza dalla città e dal territorio [vedi più oltre ai punti 7 e 8).
  • III) Si pone il dilemma delle invocazioni e delle preghiere collettive che se da una parte sono molto più potenti di quelle individuali [e quindi da incoraggiare], dall’altra parte sono occasioni di contagio [e quindi da scoraggiare].
  • Esempi:
  • Nella storia, la tormentata decisione del cardinal Federigo Borromeo di esporre in pubblica processione le spoglie di San Carlo
  • Nella circostanza del coronavirus: a) la solitaria cerimonia di preghiera e di invocazione del Papa in piazza San Pietro; b) la sospensione in diversi Paesi islamici della Grande Preghiera collettiva del Venerdì; c) la posizione degli evangelicci brasiliani –e segnatamente del pastore fluminense Silas Malafaia che, invitando i fedeli a “non entrare in una nevrosi folle”, li richiama alla preghiera in chiesa  giacché: “Noi crediamo che Dio ha il controllo di ogni cosa. Noi crediamo al potere della preghiera. E’ la nostra arma”.    
  1. L’etica intercetta a diverse riprese e sotto molte forme l’esperienza epidemica (4.7). Qui richiamiamo tre nodi importanti che hanno a che fare: 

I) col tema già sollevato della “medicina d’urgenza” quando si trova a dover scegliere quale paziente curare e salvare tra due, non potendoli assistere entrambi;

II) col tema della “sperimentazione accelerata” quando, per mettere a punto un più efficace sistema di cura, non rispetta integralmente i protocolli e punta al “risultato efficace” a discapito del “risultato sicuro”, cioè privo di effetti collaterali per il paziente:

III) infine, col tema dell’”occultamento statistico” del valore della vita, venuto alla luce precipuamente in occasione del coronavirus. Si tratta del confronto tra due ragioni, che vale la pena seguire. 

  • La prima dice: non fermiamo niente, niente misure di confinamento, non rechiamo danni pesantissimi all’economia che produrranno a loro vota temibili conseguenze sociali——-perché abbiamo visto che, alla fine, la letalità è infima in rapporto alla popolazione totale, è modesta in rapporto agli infetti (reali e non solo quelli censiti) e perché le categorie a rischio sono gli ultrasessantacinquenni, su cui concentriamo gli sforzi di prevenzione del contagio con i confinamenti (4.8.)—— corriamo dunque il rischio di un’espansione incontrollata del contagio, poco letale, che peraltro dovrebbe essere temperata da una “immunità di gregge”.
  • La seconda dice: affronto i disagi sociali e i costi economici del contenimento capillare del contagio (modello cinese o modello coreano)——perché conosciamo poco sul comportamento del virus e, dunque, anche sulla sua aggressività (tutte le categorie sono a rischio) e sulla sua letalità (le morti possono essere superiori anche di molto a quanto oggi prevedibile)— ein ogni caso, “una vita è una vita” e salvarne anche solo una, piuttosto che perderla, è un obiettivo che vale la pena perseguire, anche politicamente, quali che siano i costi economici e sociali da pagare.
  1. Nelle sue molteplici espressioni -dalla letteratura alla musica, passando per le arti visuali, plastiche, performative, come la recitazione o la danza- l’arte riflette ed alimenta l’esperienza pandemica (4.9). Nutre l’immaginario sociale e potentemente se ne nutre, attingendo alle conoscenze scientifiche, alla memoria collettiva, alle situazioni locali, allo spirito del tempo, senza dimenticare le esigenze della committenza. Va sottolineato peraltro che, di là dai contenuti estetici, stilistico-formali, iconologici, la rappresentazione artistica dell’epidemia si connette ad un possente network ideologico, politico, economico che coinvolge praticamente l’intera società. In questo senso, possiamo dire che l’arte rappresenta un nucleo inaggirabile degli orientamenti e dei saperi, dei bisogni e delle aspirazioni espresse dai corpi collettivi.
  1. ESERCITAZIONE 1—PITTURA/Selezionare almeno due dipinti incentrati sull’epdemia (peste o altro) per i diversi casi, e sviluppare le proprie riflessioni sugli aspetti estetici, descrittivi, simbolici, iconologici (e altri, a scelta) relativamente alle seguenti città:

I) Milano

II) Firenze

III) Roma

IV) Napoli

  1. 10.ESERCITAZIONE 2—- CINEMA/ Elaborare la recensione di uno dei film seguenti, ponendo al centro dell’attenzione l’epidemia:

I) Contagion, di Steven Soderbergh (2011)

II) Il settimo sigillo, Ingmar Bergman, 1957

 

  1. APPROFONDIMENTO—–COMPLESSITA’ DELLA RAPPRESENTAZIONE ARTISTICA—–ARTE SCULTOREA ED EPIDEMIA A VENEZIA

Il corpo delle donne: epidemia, iconografia, ideologia. Tutti conoscete la Madonna della Salute a Venezia, sulla punta di Dorsoduro, tra il Canal Grande e quello della Giudecca. E, anche se non ci siete andati apposta per quello, tutti vi siete fermati ad ammirare la grande macchina scultorea dell’altare. E’ l’opera somma del “fiamengo scultore” Giusto Le Court (1627-1679), e porta infine a compimento un voto, qualche decennio dopo la costruzione della chiesa su progetto del brillante architetto lagunare Baldassar Longhena (1596-1682), che disegna “un’opera d’inventione nuova et non mai fabricata niuna a Venetia”. E’ il voto del doge Nicolò Contarini che nel 1630, di fronte all’incalzare della pestilenza, si affida alla Madonna promettendo di erigerle “una chiesa magnifica con pompa”. Quest’opera di straordinaria bellezza, è densissima di significati culturali. L’altare, intanto, è il racconto scenicamente perfetto di una storia al femminile, con figure maschili relegate in piano defilato. Figure femminili, a cominciare dal quadro incorniciato, proveniente da Candia, che rappresenta un’icona bizantina: la Madonna Mesopanditissa. Vedete dunque in alto la Vergine che, rispondendo alla supplica di Venezia, rappresentata da una fanciulla in età fertile, scaccia la peste, rappresentata da una vecchia laida, che urla la sua paura e la sua cattiveria. Un’autentica rivoluzione iconografica se consideriamo che tradizionalmente i riferimenti apotropaici della peste sono rappresentati dai santi Sebastiano e Rocco, sotto l’alto patrocinio dell’evangelista Marco. Perché questa trasformazione iconica? Il fatto è che Venezia è impegnata nella ricostruzione della sua economia e, soprattutto, della sua demografia visto che in poco più di un anno, tra il luglio del 1630 e l’ottobre del 1631, ha perso 1/3 della sua popolazione, cioè quasi 50.000 abitanti. Protagoniste di questa ricostituzione della vitalità urbana diventano, nei pubblici propositi, le donne, coloro che generano i nuovi piccoli veneziani, li accudiscono, li educano, li proteggono. Tutto questo, non è solo retorica. E’ ideologia della ripresa economico-produttiva e sociale, che si trasforma in “buona politica”. La Venezia che aveva inventato nel ‘400 il sistema dei lazzaretti per il trattamento differenziato del malato (uno per la quarantena e la prima cura; e l’altro, per la fase più grave della malattia, sull’isola di S. Maria di Nazareth, da cui deriva il termine che utilizziamo), quella stessa Venezia attentissima al benessere fisico ed economico dei cittadini, inventa le istituzioni mediche per la maternità e l’infanzia. Un lungo percorso, si capisce, che rafforza sempre più il controllo della mortalità neonatale e porta all’apertura della Scuola di Ostetricia nel 1770. Grandi lezioni d’arte e di politica dalla nostra cultura medica e sociale delle epidemie.

  1. 12.Capitolo fondamentale del nesso Epidemia/Società è la “Comunicazione” (Fig. 4.10). Vastissimo tema, che suggeriamo di trattare nei suoi aspetti generali, articolando tra “Informazione” (sovrabbondante), “disinformazione” (più o meno intenzionale) e controinformazione. A questi aspetti generali, ne vanno aggiunti di specifici: tra essi, da non mancare:

I) le teorie del complotto [pensiamo che il 31 marzo, dopo che è stato detto tutto quanto si poteva dire su questo punto, “Le Monde” rivela che 1 francese su 4 crede che COVID 19 sia stato fabbricato in laboratorio]

II) il negazionismo: esempi illuminanti offrono l’Algeria e la Turchia

III) la censura mediale dell’informazione politica socialmente rischiosa (Trump e Bolsonaro).

  1. 13. EPIDEMIA E SOCIETA’ (Fig. 4.11): dalle retoriche del magistero—- nulla sarà più come prima; riscopriremo valori dimenticati (la solidarietà, il contatto umano); alle lezioni per le politiche economiche (es.: rivedere la nozione di “produzioni strategiche” e non delegare più le industrie che potrebbero rivelarsi strategiche a Paesi terzi) e per le politiche sanitarie (più equilibrata ripartizione territoriale dei presidi ospedalieri e potenziamento di taluni servizi, in specie le rianimazioni).  
  1. 14. BIBLIOGRAFIA DI SFONDO

(si può dare una sbirciatina, si può tenere sottomano per approfondire, anche solo singoli punti)

Carpentier E., Une ville devant la peste. Orvieto et la peste noire de 1348, De Boeck, Paris, 1993

Cipolla C.M., Contro un nemico invisibile, Il Mulino, Bologna, 2007 

Cipolla C.M., Cristofano e la peste, Il Mulino, Bologna, 2013

Cliff A., Haggett P., Smallman-Raynor M., World Atlas of Epidemic Diseas, Arnold, London, 2004

Vanzan Marchini N.-E, Rotte mediterranee e baluardi di sanità. Venezia e i lazzaretti mediterranei, Skira, Milano, 2004

  1. 15. IL ROMANZO DELL’EPIDEMIA

(mettere tra i romanzi da leggere, o da rileggere, prima o poi)

I) Camus, La peste, Bompiani, Milano, u.e.

  1. 16. SITOGRAFIA ESSENZIALE

Ministero della Salute

http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioNotizieNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=4386

Il termometro dell’epidemia della Fondazione Hume

http://www.fondazionehume.it/societa/coronavirus-come-stanno-andando-le-cose-3/

Comunicare in tempo di crisi: l’Osservatorio di S. Rolando

https://www.iulm.it/it/sites/osservatorio-comunicazione-in-tempo-di-crisi/comunicare-in-tempo-di-crisi

Articoli su juorno.it di A. Turco su “cultura” e “comunicazione” con riferimento all’epidemia.

https://www.juorno.it/epidemia-cultura-e-societa-si-minacciano-repliche-di-cose-gia-viste/

https://www.juorno.it/la-comunicazione-pubblica-al-tempo-del-coronavirus-cross-mediale-asimmetrica-prismatica/

 

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Epistemologia della Pandemia

III Modulo. Epistemologia della pandemia. La dimensione della crisi: sanità pubblica, clinica

Angelo Turco

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III Modulo

  1. Seguendo la struttura del “cluster problematico” presentato nel Modulo I, (Fig.1.1.) questo Modulo III si concentra sugli aspetti medici della Pandemia, rilevandone le connessioni più rilevanti con gli aspetti sociali. Gli aspetti medici,a loro volta, ricomprendono due ambiti tematici e quindi due nuclei problematici, differenti ancorché più o meno strettamente collegati:
  • I) Il primo riguarda più propriamente la dimensione individuale e clinica: il singolo malato deve essere curato come tutti gli altri malati, in strutture dedicate (reparti COVID), appropriate (ospedali, case di cura, pronti soccorsi) o “in qualche modo” (per esempio a domicilio).
  • II) Il secondo riguarda la dimensione collettiva e coinvolge in misura massiccia le istituzioni pubbliche nei loro apparati tecnico-organizzativi (sanità, protezione civile, ordine pubblico) e politici.
  1. CLINICA 

E’ “l’arte di curare il malato a letto; quindi, nell’accezione comune, la parte delle scienze mediche indirizzata allo studio diretto del malato e al conseguente trattamento del malato” (Treccani). Con riferimento alla Fig. 1.1., parte alta, seguire le Fig. 3.1, 3.2, 3.3, 3.4, 3.5, 3.6, 3.7

  1. EPIDEMIOLOGIA E SANITA’ PUBBLICA.

E’ il secondo ambito che va a comporre l’aspetto medico della pandemia, che tuttavia presenta molti risvolti sociali. In pratica si tratta di un ibrido in cui aspetti epidemiologici e aspetti di politiche concernenti la sanità pubblica di intrecciano. Sempre con riferimento alla Fig. 1, parte alta, sequenza

PANDEMIA———ASPETTO MEDICO——- DIMENSIONE COLLETTIVA

  • Seguire le Fig. 3.8-3.10
  1. QUADRI DI RIFERIMENTO

Tenere sottomano le seguenti Illustrazioni nel corso:

  • I) Dello studio dei diversi set di Diapo PP (Fig. 3.1-3.7 e 3.8.-3.10)
  • II) Dello sviluppo individuale dei seguenti punti 5 e 6

Illustrazione 1: Efficacia delle misure di distanziamento sociale

Le misure di distanziamento sociale puntano a “comprimere” e a “ritardare” il picco epidemico. Nell’Illustrazione proposta, si ipotizza che per effetto delle misure di distanziamento sociale, e quindi del ritardo e della riduzione del picco, la crisi epidemica possa essere contenuta entro i limiti della capacità di risposta del SSN.

 

  • Illustrazione 2: Setting assistenziale

Si osservano su base regionale le diverse modalità di assistenza. Queste ultime non riflettono le modalità “nazionali” di politica sanitaria (chi viene ricoverato, a quale stadio della malattia….), ma gli orientamenti delle singole Regioni (competenti in materia sanitaria) e, soprattutto, la pressione delle urgenze e delle differenziate situazioni locali.

  1. ESERCITAZIONE. 

Descrivere comparativamente nella Tabella 3.1. i tre modelli indicati (Cinese, Coreano, Inglese), rilevando i due caratteri fondamentali relativi all’esecuzione dei tamponi

FONTE: Media.

NB – Il modello inglese, annunciato dal Premier Boris Johnson e poi rinunciato, fa riferimento alla strategia di lotta al virus Ebola posta in atto dalla Cooperazione britannica in Sierra Leone qualche anno fa. 

  1. APPROFONDIMENTO: LO SPAZIO EPIDEMIOLOGICO
  • Nella “fabbrica di conoscenze”  che nel nostro apparato concettuale la crisi rappresenta, c’è un’assenza vistosa: un modello spaziale di diffusione del coronavirus. 
  • In buona sostanza noi rileviamo a posteriori: i. la diffusione quantitativa dell’epidemia, nelle sue caratteristiche fondamentali (contagiati, infettati, deceduti, guariti); la distribuzione spaziale della stessa.
  • Dalle caratteristiche che riusciamo a mappare, appare chiara la natura “liminare” e non “paratattica” dello spazio epidemiologico: il contagio si diffonde e realizza i suoi picchi di intensità (zone rosse, Lombardia, Bergamo) non per contiguità, ma in modo discontinuo, a macchia di leopardo, e secondo direzioni ed esplosioni aleatorie. [Vedi Slide: CONCETTI/1 e CONCETTI/2]
  • Ai fini della previsione e della prevenzione, e quindi per non doverci limitare a “correre appresso” alla geografia che il coronavirus sembra disegnare secondo una specie di moto browniano, ci servirebbe enormemente avere due elementi aggiuntivi per qualificarne lo spazio epidemiologico:   
  • I) quale è la probabilità che i focolai epidemici (ossia l’impennata dei contagi prenda una direzione o un’altra, ovvero si verifichi in un’area o in un’altra); 
  • II) a cosa può essere associata l’elevazione della letalità (percentuale dei morti sui contagiati) nei focolai epidemici.

NB – Chi volesse approfondire questo punto, anche solo sotto il profilo bibliografico, si metta in contatto. 

  1. BIBLIOGRAFIA DI SFONDO

(si può dare una sbirciatina, si può tenere sottomano per approfondire, anche solo singoli punti)

C. M. Cipolla, Il pestifero e contagioso morbo, Il Mulino, Bologna, 2012 

G. Cosmacini, L’arte lunga, Laterza, Bari, u.e. 

S. Cunha Ujvari, Storia delle epidemie, Odoya, 2012  

P. Vineis, Salute senza confini. Le epidemie al tempo della globalizzazione, Codice, 2014

  1. IL ROMANZO DELL’EPIDEMIA

(mettere tra i romanzi da leggere, o da rileggere, prima o poi)

D. Defoe, Diario dell’anno della peste, Elliot, Roma, 2014

  1. SITOGRAFIA ESSENZIALE

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Epistemologia della Pandemia

Epistemologia della pandemia, Modulo II e relative slides: la crisi pandemica, comprendere per agire

Angelo Turco

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  1. Questo Modulo, a partire dall’idea di “cluster problematico” presentata la volta scorsa, intruduce i concetti fondamentali per intendere che significa “capire la crisi” – che è una “fabbrica di informazioni”, un “corpo mediale” e, insieme, un “ambiente di apprendimento” – e come concretamente si gestisce:
  • 1.1  grazie alla “strategia brancolante”, nei tre livelli della governamentalità individuati da Michel Foucault (governement, governance, governmentality), 
  • 1.2 …. e col rischio incomberte, ma necessariamente da correre, dello “Stato d’eccezione”.
  1. Si compone, oltre che di questa breve traccia, di 4 Diapositive, (Fig. 2.1, 2.2, 2.3, 2,4) intervallate da altrettanti video (Video 2.1, 2.2, 2.3, 2.4).
  1. ESERCITAZIONE [Da diapo e video 2] 
  • 3.1 Introdotti i concetti di “specificità” e di “interconnessione” di ciascun elemento del cluster problematico, 
  • 3.2 e posta l’ipotesi di lavoro che quando si tratta di specificità di un elemento ci muoviamo abbastanza correttamente mentre abbiamo più difficoltà ad individuare le interconnessioni tra un elemento e tutti gli altri
  • 3.3 viene proposta una ESERCITAZIONE [cf. video 2] grazie alla quale il corsista evidenzia graficamente, per i due esempi  MEDICALI proposti in Diapositiva 2, la “specificità” [di che parliamo?] e l’interconnessione in particolare con gli elementi SOCIALI indicati nella parte destra [Economia, Politica, Cultura].

4. Bibliografia di sfondo

(si può dare una sbirciatina, si può tenere sottomano per approfondire, anche solo singoli punti)

Agamben G., Stato d’eccezione, Bollati Boringhieri, Torino, 2003 

Bateson G., Verso un’ecologia della mente,  Adelphi,  Miano, 1977

Crozier M., Friedberg E., L’acteur et le système, Seuil, Paris, 1977

Foucault M., Sécurité, territoire, population, Seuil, Paris, 2004,

Schmitt C., Le categorie del politico, il Mulino, Bologna, u.e. 

5. Il romanzo della scienza

(mettere tra i romanzi da leggere, o da rileggere, prima o poi)

Manzoni A., I promessi sposi, specialm. Cap. 31 e 32. Ma approfittate, tutti, per rileggerlo tutto. Ne vale davvero la pena, e non solo perché ci troviamo nella situazione in cui ci troviamo. Suggerirei di avere due copie a disposizione, magari le trovate per casa: una senza note e commenti, per gustare quel piacere della lettura di Manzoni che probabilmente a scuola non abbiamo potuto avere; l’altra, da utilizzare all’occorrenza, con un commento intelligente ed essenziale (per esempio BUR 2014, curata da F. De Cristofaro, suggerita da Beatrice Stasi). 

Ecco le 4 slides del Modulo 2 Slide

  

 

 

 

 

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