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Di Maio chiude a metà ad altre alleanze con il Pd, Beppe Grillo ironico sul voto in Umbria: pensavo peggio!

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Con la sconfitta arrivano anche le polemiche. Al M5S il voto umbro restituisce un incubo che era difficile prevedere: una inarrestabile caduta di consenso. Il patto col Pd è andato di traverso. Luigi Di Maio non dice “ve l’avevo detto” che l’alleanza col Pd era peggio che con la Lega, ma non assume  sulle sue spalle tutta la responsabilità della disfatta. E lo fa capire. “L’esperimento in Umbria non ha funzionato”, ragionano i suoi che riportano il Di Maio pensiero, ovvero il pensiero del capo politico del Movimento più scettico che però segue le indicazioni di Beppe Grillo. Dunque sto alle alleanze con il Pd.  Ma la chiusura di Di Maio al Pd non è totale. Domani il leader M5S vedrà gli eletti di Emilia-Romagna e Calabria e mercoledì, probabilmente, parlerà ai deputati e senatori. “Mi dicano cosa vogliono”, è il messaggio che recapiterà ai gruppi. È sulle divisioni interne che Di Maio vuole battere subito. Blindando, così, la sua leadership. Una leadership che, dopo la sconfitta umbra, torna nel mirino degli scontenti della linea politica. C’è chi, come Barbara Lezzi, chiede un’assemblea del M5S. Chi, come Mario Michele Giarusso, attacca senza mezzi termini i “governisti” Spadafora, Castelli e Buffagni. Sui social, per ora, arriva solo una piccola parte dei malumori interni al M5S. Le chat interne ribollono, più di un esponente, a taccuini chiusi, si chiede se Di Maio, proprio per il suo scetticismo sul Pd, non abbia “sabotato” la campagna elettorale e pretende che il capo politico faccia autocritica: “dare la colpa solo all’alleanza con i Dem è follia, da soli non sarebbe andata molto meglio”, si sfoga un parlamentare assai mite e molto influente nel Movimento, tenuto fuori però dalla cerchia ristretta del gruppo govenrista perché è uno che ragiona “troppo”. Di Maio dopo la batosta umbra sceglie la via della semi-chiusura con i Dem, anche perchè l’alleanza, già prima dell’Umbria, non era ben vista dalla base nè in Emilia-Romagna nè in Calabria. E in prospettiva c’era anche la Campania che a maggio 2020 va a votare. L’approccio del M5S, per ora, è quello di sempre. Qualche intervista qua e la, ma poca è un approccio basato su un concetto: in Umbria l’esperimento è stato importante, qualsiasi nuova iniziativa è importante perchè si sperimenta ma poi….  Beppe Grillo, il “padre nobile” dell’alleanza con il Pd non va oltre un ironico tweet (“Pensavo peggio…”). Tweet che brucava troppo, infatti è stato cancellato. Del resto già a Italia 5 Stelle il Garante avvertiva i big e base del M5S che la strada di un’alleanza con il Pd “è giusta ma molto lunga”.

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La “coalizione baraonda De Luca”: nomi, liste, listarelle e affari di famiglia in vista delle elezioni regionali

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Ci sono quelli della sinistra più rivoluzionaria e massimalista, le anime belle della sinistra moderna e governista, gli ipergarantisti, i giustizialisti epigoni del dipietrismo, i centristi riformisti, il partito degli assessori, i leader nazionali del cattolicesimo democratico. Ci sarà un pezzettino di destra sociale nostalgica di Gianfranco Fini scacciata da Giorgina Meloni. Ci saranno un po’ di figli di papà e mammà, liste civiche presidenziali e infine la vecchia Balena Bianca che ritorna alla grande tutta assieme appassionatamente.

La ricandidatura di Vincenzo De Luca, 0’ governatore, così lo appellano i sostenitori, è una banale formalità. Che per questione di forma ha formalizzato facendo firmare un documento dai rappresentanti di 18 liste, per ora, comprese le due civiche Campania libera (Tommaso Casillo) e De Luca presidente guidata dall’assessore regionale Lucia Fortini. Alla firma del documento di adesione alle tesi della “concretezza amministrativa” e alla “gran cassa dell’uomo solo al comando che ha preso a mazzate il virus” c’erano decine di brave persone, molte anche assai anziane, pensionati, nonni che in passato si sono guardati in cagnesco e si sono pure insultati in altri teatrini della politica. Oggi però sono tutti assieme. Il loro collante filosofico, ideologico, il loro leader è Vincenzo De Luca. Diciotto liste (per ora), una falange armata che sulla carta non incontrerà alcuna resistenza nel riconquistare in libere elezioni democratiche Palazzo Santa Lucia.

Il regista. Fulvio Bonavitacola è l’uomo del presidente

A gestire questa folla plaudente che vuole arruolarsi nell’esercito di 0’ governatore c’è l’avvocato Fulvio Bonavitacola, amico-compagno di tante avventure, non solo politiche. La sigla del documento di adesione totale alle tesi attuali e a quelle future che verranno in mente a De Luca è avvenuta nella sala Calipso della Stazione Marittima di Napoli. Nella stessa sala Calipso, a giurare fedeltà a De Luca, seduti uno accanto all’altro c’erano esponenti del centrodestra come il sindaco di Benevento Clemente Mastella (la moglie Sandra è senatrice di Fi), il presidente dell’Asi Napoli, Giosi Romano, ex berlusconiano pentito. La linea politica, la mozione degli affetti politici a De Luca è tracciata da un navigato e bravo Clemente Mastella (un gigante della politica in una riunione dove ci sono molti nani, ballerine e qualche figurante). Mastella sarà della partita se faranno almeno il 90 per cento delle cose che per lui sono indispensabili per una battaglia politica vincente. Ed ha posto già condizioni. Intanto la firma di un documento di programma che De Luca dovrà approvare e poi rispettare. Poi, sempre Mastella, ha già fatto sapere che non vuole troppe liste civiche ma simboli di partito. L’ex ministro della Giustizia oggi sindaco di Benevento ha però voluto accontentare, almeno a livello semantico, quelli del Pd arrivati in sala con una delegazione. Ha promesso che in campagna elettorale, se lui sarà della partita, parlerà di “campo largo” per definire la coalizione baraonda. Ai Dem della Campania piace un sacco questa definizione. Insomma, questa è la linea politica per riportare (far restare) De Luca alla Regione: prendere o lasciare. Il regista è Fulvio Bonavitacola, l’eminenza grigia o azzurrina (Enrico Letta ci perdoni, ma Mastella è un animale politico niente male) è Clemente Mastella. Ci sono anche due supervisori di lusso, altri due animali politici che faranno un po’ da guardiani della restaurazione: Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino. Che come tutti sanno si sono sempre più o meno politicamente schifati. Diciamo che “schifati” non è un termine chic, ma non sappiamo trovarne uno migliore. Chiediamo scusa, dunque, ai deboli di stomaco. L’ex premier filosofo della Magna Grecia ha già avuto rassicurazioni da ‘o governatore di un posto alla figlia Antonia, oggi in affari a Roma con una società di marketing che offre servizi al Qui rinale. C’è da trovare qualcosa pure per il nipote Giuseppe De Mita, che ieri non c’era ma “è un sostenitore di questa iniziativa” si è affrettato a far sapere Bonavitacola. In questa riunione di coordinamento, dove tutti i leader, leaderini, vecchi e nuovi cacicchi si sono conosciuti, hanno potuto ascoltare Mastella parlare di politica e ottenuto rassicurazioni che figli, figlie, amori, mogli e “tengo famiglia” avrebbero trovato una collocazione, hanno avuto anche l’onore e l’onere di apporre la loro firma ad un ‘documento politico e pre-programmatico’ dal titolo vagamente democristiano (non è una offesa, manco ironia) “Intesa politica per le elezioni regionali”. Un documento in cui non c’è scritto nulla, ma davvero nulla, dove però si precisa che  “la nuova stagione consiliare dovrà dare nuovo impulso all’identità regionale, con pieno e convinto sostegno per la conferma di Vincenzo De Luca”. Cioè nulla.

E pure è tanta roba circa i contenuti programmatici del documento illustrato da Mastella con la regia di Bonavitacola. Ah, la linea (che ancora non c’è ma verrà spiegata tra qualche settimana)  è stata approvata poi all’unanimità dai presenti. Chi erano i presenti? Tanti, tantissimi perchè 0’ governatore De Luca gode da sempre di stima, di un amore, di una accettazione quasi fideistica delle sue tesi da quanti oggi lo sostengono. Per il Pd c’erano in primissima fila (De Luca è “l’orgoglio del Pd al Sud” per la sua concretezza amministrativa) il segretario regionale filosofo Leo Annunziata e la sua vice Armida Filippelli.

C’erano Francesco Dinacci e Michele Gravano in rappresentanza di Articolo 1. I renziani  Giovanni Palladino e Michela Rostan per Italia Viva. La lista futura “Noi Campania con Mastella” con Luigi Barone e Luigi Nocera. Pare possa esserci anche “Più Europa” ma  Bruno Gambardella che era presente non ha ancora il permesso di esibire le insegne. Michele Tarantino rappresentava il Psi. Enzo Varriale è il condottiero dei Moderati. Il suocero di Varriale, Nello Formisano, tirerà su una lista che si chiama Demos. C’è ancora Salvatore Piro per i Repubblicani. I Verdi hanno mandato avanti Dino Di Palma e Fiorella Zabatta. Il loro leader Francesco Emilio Borrelli era a corto di Malox ed ha preferito non gustare ancora la pietanza servita. Poi c’è il Centro Democratico di Raimondo Pasquino. Altri Repubblicani, i Repubblicani democratici di Giuseppe Ossorio. Sono della partita anche il Partito Animalista di Vincenzo Ferrara. Gioacchino Alfano correrà o farà correre qualcuno con Alleanza per i territori.  Giosi Romano insieme all’assessore regionale alle Attività produttive Antonio Marchiello hanno inventato “Fare democratico”.

Antonia De Mita. Sarà lei la stella nascente della politica irpina?

Diciamo che al momento queste sono le liste che hanno già siglato la loro adesione. Per chiudere il cerchio e rappresentare al meglio tutte le “esperienze e sensibilità regionali” (così pare si dica) mancano ancora una lista vegana, una lista arcobaleno e forse, per essere politicamente corretti, un qualche movimento che si ispiri in qualche modo all’Islam moderato che pure non ci starebbe male. Mancano ancora molte settimane, c’è tempo per provare a completare la “coalizione baraonda”. Ovviamente il programma politico è importante. Non bisogna scriverlo però. Già c’è. Basta prenderne uno qualunque aggiornato in questi anni. L’importante è parlare di Fisco regionale equo, lavoro, sicurezza, salubrità dell’ambiente spendendo i soldi della Terra dei Fuochi che per De Luca è una invenzione ma è utile e la sburocratizzazione. Sulla sburocratizzazione e la concretezza amministrativa ci si gioca tutto. Molti si sono già giocati la faccia e una vita intera di “coerenza”.

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Opposizione boccia riforma Csm, ‘proposte irricevibili’

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Parte in salita il confronto del ministro della Giustizia con l’opposizione sulla riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario, che Bonafede continua ritenere “non rinviabile”, dopo le nuove intercettazioni legate al caso Palamara, che stanno facendo fibrillare ancora la magistratura. A certificare il fallimento del primo faccia e faccia sono i capigruppo in Commissione Giustizia al Senato dei tre partiti del centro-destra, Senato Simone Pillon (Lega), Giacomo Caliendo (FI) e Alberto Balboni (FdI). “Le proposte del ministro Bonafede agli esponenti di centrodestra sono irricevibili, nel merito e nel metodo” affermano in una nota congiunta, diffusa a distanza di ore dal vertice, in cui definiscono la riforma “assolutamente insufficiente e non risolutiva”. Dal ministro “le opposizioni sono state semplicemente informate ma non coinvolte e, fatto ancora piu’ grave, per l’ennesima volta il governo intende usare lo strumento della legge delega e successivo decreto legislativo di competenza del governo”, protestano i rappresentanti del centro-destra. Una presa di posizione che sembra prendere in contropiede il ministro.

“Rimango stupito nell’apprendere che secondo gli esponenti delle opposizioni avrei fatto proposte irricevibili: oggi e’ stata una giornata di ascolto e di confronto che, almeno finche’ erano dentro al Ministero, e’ stato costruttivo” replica il Guardasigilli, che assicura di essere assolutamente aperto al dialogo. “Questa legge non parte da pregiudizi ideologici, tutti possono contribuire per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti: porre al centro il merito, mettere fine alle degenerazioni del correntismo e separare nettamente politica e magistratura”, garantisce annunciando che venerdi’ incontrera’ i rappresentanti di avvocati e magistrati e che dopo un nuovo vertice di maggioranza, tornera’ a incontrare le opposizioni. Tre le richieste che il centro-destra ha messo sul tavolo: membri togati del Csm eletti per sorteggio; proporzioni invertite tra i componenti rappresentativi dei magistrati e i laici, che non sarebbero piu’ indicati dal Parlamento, ma dagli avvocati e dai professori universitari in materie giuridiche; separazione delle carriere. “Le risposte che ci verranno date saranno la cartina di tornasole della reale volonta’ della maggioranza di fare riforme condivise”, avverte il responsabile Giustizia del Pd Enrico Costa. Quello che e’ chiaro, dal nuovo giro di confronti annunciato dal ministro, e’ che la riforma non andra’ al Consiglio dei ministri in questa settimana.Anche perche’ se nella maggioranza c’e’ un sostanziale accordo sul testo, resta qualche questione aperta: come la ineleggibilita’ al Csm dei parlamentari, ipotesi che vede contrari Pd, Leu e Italia Viva, che vorrebbero escludere dai membri laici del Csm solo chi proviene dal governo. E in campo entrano anche nuovi possibili dettagli sul sistema elettorale del Csm, che sara’ un doppio turno maggioritario. Come quella su cui spinge il ministro di prevedere che il ballottaggio, tra i candidati che non hanno raggiunto la maggioranza prescritta, avvenga a strettissimo giro, in modo da evitare gli accordi sotto banco delle correnti. Correnti che ormai agiscono come “sistema di potere”, come ha riconosciuto lo stesso Palamara che in un’intervista a Porta a porta ha ammesso che “si va al Csm e all’Anm se si e’ indicati dalle correnti”,ha chiesto scusa ai magistrati estranei a queste logiche, ma ha escluso di aver fatto “favori”. Domani intanto proprio il Csm dovra’ decidere se dare il suo via libera al nuovo capo di gabinetto di Bonafede Raffaele Piccirillo, destinato a succedere a Fulvio Baldi, che si e’ dimesso per le sue chat con Palamara. Il voto ,previsto per oggi, e’ slittato. E l’esito non e’ affatto scontato.

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Patto sociale diventa snodo per governo legislatura

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Un patto di legislatura nel nome della rinascita post-Covid e di un programma di riforme di lungo periodo. Nella conferenza stampa che inaugura la “fase 3” il Giuseppe Conte mette in campo il suo “scudo” contro un possibile ribaltone in autunno. E “l’ex avvocato del popolo” lo fa a modo suo: chiamando tutti gli attori del sistema Italia e non solo la mera politica ad una rinnovata condivisione perche’ e’ nel malcontento sociale che Conte intravede la trappola piu’ pericolosa per il suo governo. Una trappola che il presidente del Consiglio puo’ evitare solo con un forte patto con sindacati e imprese. “E’ un progetto di visione”, spiegano a Palazzo Chigi dopo la conferenza stampa, confermando che, nella strategia del premier, si e’ passati dalla fase dell’emergenza a quella della ricostruzione, in linea con un’esigenza piu’ volte fatta filtrare dal Colle, quella di un’Italia che non puo’ piu’ vivacchiare. Ed e’ una fase in cui Conte non puo’ navigare da solo. La lettera di Silvio Berlusconi non e’ passata inosservata dalle parti del governo, consapevole che, almeno in una parte di FI, una sponda per la realizzazione del programma di riforme e’ possibile. Tocchera’ al premier giocare sul tavolo del dialogo con l’opposizione (che al momento non vede in alcun modo la disponibilita’ di Fdi e Lega) evitando che si sfoci in un rimpasto di governo. I motivi sono diversi e vanno dal rischio caos legato alla sola possibilita’ di toccare una casella del governo fino all’idiosincrasia del M5S per una FI in maggioranza.

Ma Conte punta al suo piano di rinascita forte di un altro dato: senza i fondi europei questo piano non e’ neanche concepibile ma senza un progetto che vada a toccare le profonde criticita’ del Paese i fondi Ue non arriveranno nelle modalita’ e nella quantita’ auspicata da Roma. Del resto, a tarda sera, nel governo la mettono cosi’: la partita politica dei prossimi mesi si giochera’ sulla capacita’ di spendere i fondi del Recovery Fund. E da Bruxelles, al premier, lo hanno fatto capire in maniera netta. Un esempio? “Non e’ che con i fondi Ue possiamo fare la flat tax…”, spiega una fonte di maggioranza. Del resto la trattativa con l’Europa occupera’ il governo almeno fino a luglio e molto, nel peso economico della manovra d’autunno, dipendera’ da quanto l’Italia riuscira’ ad ottenere in termini di fondi Sure e di anticipo del Recovery Fund. E il Mes? Sul dossier, ancora una volta, Conte rimanda alle Camere e ai regolamenti, non disdegnando di ricordare ad alcuni suoi alleati che si tratta, pur sempre, di un prestito. Ma sul fondo salva-Stati il “muro” del M5S e’ invalicabile. E anche su altri temi chiave, come il Ponte sullo Stretto, Conte dovra’ ben guardarsi da accelerazioni che possano irritare l’ala dura del Movimento. “E’ un’opera di cui si parla da tempo, mica la faremo…”, scherza un parlamentare pentastellato. Con la conferenza della fase 3 comincia la navigazione in “mare aperto” del premier. Che, non a caso, manda segnali a tutti, toccando temi cari al Pd o a Leu(sburocratizzazione e fiscalita’ progressiva), al M5S (come il dossier ambientale o il riferimento alla dottrina Olivetti, tanto cara alla vecchia guardia) e anche Iv (le infrastrutture, in primis). Ma il rischio corto circuito e’ dietro l’angolo. E forse non e’ una coincidenza che, proprio oggi, Matteo Renzi riporti a galla l’esigenza di una riforma elettorale riproponendo quell’elezione diretta del premier che piace tanto ad una parte del centrodestra. Il clima politico, insomma, e’ tutt’altro che tiepido e le Regionali di settembre contribuiranno a surriscaldarlo. Senza un patto sociale che porti a piu’ miti interventi Confindustria e “congeli” la rabbia dei nuovi disoccupati il rischio, per Conte, sarebbe quello di essere travolto.

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