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Cultura

Dania Mondini coautrice de “L’Affare Modigliani” parla di “necessità di ricostruire legalità e giustizia sociale in Italia”

Salvatore Calleri

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Dania Mondini, giornalista Rai, da 10 anni al TG1. Prima ha lavorato 10 anni nella carta stampata dove ha fatto cronaca ed economia. Ha condotto trasmissioni. E’ stata inviata e si è occupata di diritti e legalità in varie declinazioni: dal lavoro, alle donne ed ai minori.

Come mai ti sei dedicata al giornalismo? Come è nata questa passione?

Ho iniziato a scrivere nel 1986 occupandomi di una rivista di Italia Nostra che faceva inchieste sulla tutela del territorio. Sono sempre stata interessata al mondo del giornalismo. Era il mio sogno di ragazzina che leggeva i grandi reportage e libri di Oriana Fallaci e come tutte le giornaliste della mia generazione ho cercato di fare questo lavoro perché credevo di avere qualcosa da voler raccontare a modo mio o ritenevo che attraverso i miei racconti ed il mio lavoro di poter cambiare ciò che nella realtà non mi andava bene. Per anni ho lavorato per Ansa e Messaggero in cronaca denunciando abusi edilizi, discariche irregolari, traffici e politica corrotta con inchieste mie. Un modo di fare giornalismo ormai inesistente. Tutto passa dalle veline ufficiali, dai comunicati stampa, le inchieste sono un ambito delicato e non sempre ben visto. In Rai mi sono occupata di economia in rubriche e trasmissioni . La prova della vita, sicuramente con il libro “L’AFFARE MODIGLIANI” l’inchiesta nel mondo dell’arte che nessuna aveva mai pensato o voluto scrivere.

Oggi esiste un duplice problema nella informazione oltre alle solite fake news: il mascariamento che si usa per delegittimare. Me lo definisci?

Il mascariamento è un sistema di distrazione di massa: tutti colpevoli, nessun colpevole. Si tratta spesso di depistaggi e dubbi che vengono istillati in modo scientifico per screditare, per depotenziare la credibilità di una vittima o di un testimone in un processo. Si tratta comunque di un piano ai danni della verità.

Il nostro Paese vive una fase complicata. Come la vedi? E c’è speranza per le giovani generazioni?

Il nostro Paese ha grandi potenzialità di ripresa. Una delle condizioni è che i cittadini si riapproprino del valore etico del voto. La speranza è quella di ricostruire per i giovani l’Italia della legalità e della giustizia sociale, ma servirà più di una generazione purtroppo.

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Cultura

Zagaria rientra in cella, Maresca: è la certificazione del fallimento di chi mandò a casa con la scusa del Covid

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Il rientro in cella di Pasquale Zagaria, boss del clan dei Casalesi è la certificazione della sconfitta di chi ne favorì l’uscita per presunti allarmi contagio. Il mafioso torna in carcere alla scadenza precisa della misura di differimento dell’esecuzione della pena disposta dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari. Zagaria invece di stare in carcere ha goduto di cinque mesi di permesso ferie a casa. Ufficialmente per evitare il contagio da Coronavirus. I suoi legali avevano chiesto una proroga del differimento della pena ai domiciliari. Istanza rigettata dal Tribunale di Sorveglianza di Brescia. Di questa storia ne parliamo con il magistrato Catello Maresca, alla Procura distrettuale antimafia di Napoli per 12 anni, ha firmato decine di provvedimento con cui militarmente ed economicamente è stato intaccato il potere mafioso del clan dei Casalesi. Maresca è anche il pm che ha coordinato le inchieste che hanno portato alla cattura di padrini come Michele e Pasquale Zagaria, Giuseppe Setola, Antonio Iovine. Parliamo di spietati e sanguinari camorristi che ora sono inoffensivi.  

Dottor Maresca, lei aveva spiegato in tempi non sospetti che le scarcerazioni di decine di boss mafiosi ai tempi dell’emergenza Covid e della contestata circolare del Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria)  sembravano una resa dello Stato. Lei diceva che era molto pericoloso far tornare i boss nei luoghi di origine. Contento del ritorno in cella di Pasquale Zagaria? 

Il rientro in carcere di Pasquale Zagaria è stato disposto dal Magistrato di Sorveglianza di Brescia con un provvedimento che è un segno inequivocabile di coerenza, credibilità ed equilibrio. E queste sono caratteristiche indispensabili per ogni sistema giudiziario serio ed efficace. È la prova che il sistema giudiziario funziona, mentre quello politico dà l’impressione – su certi temi – di essere improvvisato, approssimativo e poco lungimirante. 

Pasquale Zagaria. Per candida ammissione del Direttore Trattamento del Dap dimessosi, la scarcerazione di questo mafioso viene definito un errore

Per lei quel “liberi tutti”, quel “porte aperte” a decine di mafiosi nel mese di aprile è stato un passo indietro nella lotta alla mafia?

A me non piace fare ragionamenti col senno di poi. E non comincerò oggi a dire “l’avevo detto”. Ma restiamo ai fatti. Nessuno, nessun detenuto al 41 bis, nessun mafioso del circuito di alta sicurezza rimasto in cella si è ammalato di Covid. Quel provvedimento del Dap per evitare il contagio di persone che si trovano in isolamento e dunque senza alcuna possibilità di essere contagiati resta un mistero. Da poco abbiamo ricordato la decorrenza di 30 anni dalla uccisione di Rosario Livatino, il giudice ragazzino, ed 40 anni dagli omicidi di Gaetano Costa e Guido Galli, tutti magistrati caduti per la giustizia. Per onorare la loro memoria e quella di tutti gli altri servitori dello Stato uccisi da mafiosi e terroristi e per rispetto verso quelli ancora vivi, abbiamo l’obbligo di continuare a credere nella lotta senza confini alle mafie. Per credere però bisogna capire e per capire si deve avere l’umiltà di ammettere di poter sbagliare e la capacità di accettare gli errori. Solo chi ha il coraggio di fare sbaglia. Poi dalle esperienze si è capaci di ricavare gli insegnamenti per raggiungere il risultato. Oggi, purtroppo,  abbiamo una classe dirigente che pensa di poter decidere senza aver fatto. 

Michele Zagaria. È l’ultimo capo della Cupola mafiosa casalese detenuto al 41 bis, trasferito da Tolmezzo al carcere di Badu e Carros, lo stesso dove lo Stato “ospitava” il fratello Pasquale che oggi è ristretto vicino casa a Opera

Che cosa intende dire che quel provvedimento del Dap fu un errore? 

Lo affermai subito che era un errore. Dissi subito che quella nota, quella circolare, quella cartuscella su carta intestata del Dap avrebbe determinato una valanga di scarcerazioni. E così fu. Qualcuno mi insolentì e mi disse di studiare le leggi per spiegarmi che sbagliavo. Quel che è accaduto è sotto gli occhi di tutti. Purtroppo quando certi errori vengono commessi da chi è in posizioni apicali comportano gravi conseguenze e spesso non sono facilmente rimediabili. Basta vedere che cosa è accaduto per le scarcerazioni dei mafiosi ai tempi della più grave emergenza Covid.

Beh, a dire il vero il Governo dopo le sue durissime critiche e le prese di posizione altrettanto dure di suoi colleghi magistrati come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri provò a correre ai ripari con ben due leggi.

Certo, ma i risultati non sono stati certo entusiasmanti. Pasquale Zagaria ha concluso la sua vacanza domiciliare alla scadenza dei 5 mesi previsti dai magistrati di Sassari. Il magistrato di sorveglianza di Brescia ha solo constatato il venir meno delle condizioni che avevano portato alla scarcerazione di Zagaria e non ha concesso la proroga. Oggi, e non ad aprile, il sistema penitenziario riesce a garantirgli gli standard di assistenza sanitaria che la sua patologia richiede. Praticamente è la certificazione degli errori commessi ad aprile. La conferma che solo su basi solide si può costruire una soluzione credibile.

Antonio Iovine. Boss dei Casalesi arrestato da Maresca

Qualcuno ad aprile non capì i rischi connessi a quella valanga di scarcerazioni di detenuti al 41 bis e del circuito di alta sicurezza? 

Guardi, da qualche tempo a questa parte tendo a distinguere le persone in chi ci crede e chi no. Ma quelli che ci credono devono dimostrare di aver fatto e di saper fare. Con  il ritorno in carcere di Pasquale Zagaria e di altri mafiosi che hanno goduto di vacanze domiciliari, le persone perbene festeggiano la vittoria della “giustizia giusta”. Ma il problema vero non è questo.

E qual è?

Il problema serio è quello della riforma del sistema carcerario e dell’esecuzione della pena dalle fondamenta. Occorre evitare che accadano simili aberrazioni. Si deve rendere effettivo uno dei principi costituzionali, forse addirittura un  valore assoluto, che fino ad oggi è rimasto solo sulla carta. Parlo della funzione della pena come rieducazione del detenuto prima di restituirlo alla società. Ma anche qui occorre metterci le mani con equilibrio, competenza, coerenza e credibilità.

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Cultura

NAPOLI LIBERTY, ancora uno splendido allestimento per l’ultima mostra a Palazzo Zevallos Stigliano

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Come un tratto di matita che segna la chiusura di un cerchio o come il segno finale che sancisce la chiusura di un ciclo, la prima mostra post emergenza CoVid19 di Gallerie d’Italia a Napoli è di fatto l’ultima allestita nelle storiche sale espositive di  Palazzo Zevallos Stigliano. Dalla prossima non ci sarà più la spettacolare cornice del seicentesco palazzo nel centro di Napoli, ma si dovranno attraversare i portoni dell’adiacente edificio, sempre in via Toledo, di quella che fu la sede storica del Banco di Napoli costruita negli anni trenta del secolo scorso su progetto di Marcello Piacentini, architetto e urbanista.

L’ultima mostra a Palazzo Zevallos Stigliano è dedicata a Napoli, la Napoli dello stile Floreale, quello più universalmente conosciuto come lo stile Liberty. Napoli, di questo stile, ne fu grande testimone come ancora si apprezza in vari quartieri della città e come confermano i 71 pezzi in esposizione tra dipinti, sculture, disegni, mobili e inediti gioielli.

NAPOLI LIBERTY. N’ARIA E PRIMMAVERA, è questo il nome della mostra, curata da Luisa Martorelli e Ferdinando Mazzocca che sarà visitabile dal 25 Settembre 2020 al 24 Gennaio 2021 è splendidamente allestita seguendo il progetto e la sensibilità dell’architetto Lucianna Iovieno, che ne ha curato i dettagli espositivi di luce e di ambiente con quella che oramai è la sua cifra stilistica alla quale ci ha educato per tutte le ultime ed importanti mostre di Gallerie d’Italia/Palazzo Zevallos Stigliano, come per gli Ospiti illustri, Antonello da Messina, Leonardo, Picasso, e le mostre su Fergola, De Nittis, New York/New York, London Shadow, da Rubens a Van Dyck il rispetto per le opere, siano esse classiche o moderne, la loro collocazione negli ambienti ricreati, l’illuminazione delle tele o delle sculture rasenta la perfezione facendo si che se ne apprezzino e si possa godere di ogni dettaglio dell’opera d’arte messa in mostra. Anche questa volta l’architetto allestitore ci stupisce con un bilanciamento delle luci che accompagna dalla prima tela all’ultima scultura dell’accurato percorso, facendoci “leggere” tutti i pezzi in mostra senza che gli occhi si affatichino a diaframmare tra diverse intensità luminose. La scelta delle bacheche e dei vetri antiriflesso è poi un’altra prerogativa della mostra, che se non fosse per i montanti che sorreggono i vetri, parrebbe che le statue, le sculture e i gioielli, al loro interno, siano a portata di mano. I gioielli, poi, di famosissimi orafi partenopei come Emanuele Centonze, Gaetano Jacoangeli, Vincenzo Miranda e della Manifattura Ascione stimati in tutta Europa per diademi, spille, fermagli dalle infinite varianti, adagiati su cubi e parallelepipedi di vetro lavorato in classico stile liberty, completano l’accuratezza di un allestimento che non solo fa appieno godere delle opere esposte, ma le fa leggere e studiare realmente senza nulla nascondere.

La mostra La mostra si apre con una sala dedicata ai dipinti del soggiorno a Napoli di Felice Casorati, che preludono, nelle sale successive, le opere dei protagonisti di quel movimento d’avanguardia, denominato Secessione dei 23, nato a partire dal 1909 per iniziativa di Edgardo Curcio, Francesco Galante, Edoardo Pansini, Raffaele Uccella e Eugenio Viti, insieme agli scultori Costantino Barbella, Filippo Cifariello e Saverio Gatto

Uno spazio rilevante viene riservato alle arti applicate che, durante la stagione del Liberty, si integrano con le arti maggiori in una prospettiva di produzione moderna nella nuova era del consumo. Sarà esposta La fontana degli Aironi (1887),lezione esemplare di Filippo Palizzi, anticipatore in tale ambito artistico che seppe infondere alle generazioni successive le basidi un decisivo rilancio nel campo delle manifatture

esposte opere di artisti di fama nazionale e internazionale, quali Leonetto Cappiello, Marcello Dudovich, Vincenzo Migliaro, Pietro Scoppetta e tanti altri, poi manifesti pubblicitari, prime pagine de“Il Mattino” di Napoli, oltre a copertine realizzate dalle Arti Grafiche Ricordi o dall’Editore Bideri, celebre stampatore dei periodici musicali dedicati alla “Piedigrotta”, appuntamento rituale della canzone napoletana

Oltre 70 opere che possono anche sembrare poche, ma cosi esposte e ricercate danno l’esatto segnale di un tempo che come recita il secondo titolo della mostra, inserito anche per ricordarci il vicinissimo passato che il mondo ha affrontato e continua ad affrontare: e’ n’aria e primmavera.

 

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Ischia, nuove scoperte su Aenaria: i resti di una villa marittima e il relitto di una imbarcazione

Annunciate dalla Soprintendenza nel corso di una giornata di studi: la struttura in muratura si trova all’interno del porto, alla base del tondo di Marco Aurelio. Ai tempi dei Romani l’isola era decisamente “viva”

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I resti di un relitto di una imbarcazione, frammenti di legno sepolti sotto la sabbia della baia di Cartaromana, e soprattutto consistenti resti di murature attribuibili a una villa marittima, all’interno del porto, alla base del cosiddetto tondo di Marco Aurelio.

 

Il mare dell’isola d’Ischia continua a restiturci tesori archeologici sommersi: nuovi tasselli utili alla conoscenza del passato remoto dell’isola e, in particolare, all’epoca romana.
Scoperte rese note, nel corso di una giornata di studi organizzata dall’associazione “Il borgo di Mare”,  da Teresa Elena Cinquantaquattro, responsabile della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli.

 

“Il grande pubblico conosce Ischia soprattutto perché è stata il più grande stanziamento greco d’Occidente.  – ha sottolineato Teresa Elena Cinquantaquattro – Ma le nuove evidenze approfondiscono una fase storica in larga parte inedita, legata all’epoca romana, quando l’isola era Aenaria”.

Non sarebbe dunque vero, come pure la storiografia ha in parte tramandato, che i Romani avessero snobbato l’isola verde, preferendole Capri, l’isola dell’imperatore Tiberio: piuttosto, il recente boom edilizio e un consistente arretramento della linea costiera hanno reso più complesse le ricerche. Ma negli ultimi dieci anni la svolta è arrivata grazie al lavoro di Alessandra Benini, archeologa subacquea titolare della concessione di scavo, rilasciata dal Mibact ed eseguita – nell’ultimo decennio – in collaborazione con la cooperativa di Marina di Sant’Anna, formata in parte da barcaioli e pescatori che, sotto la guida di Giulio Lauro, hanno intuito le potenzialità di sviluppo del turismo culturale.

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L’area di scavo nella baia di Cartaromana, a Ischia Ponte, ha già portato alla luce frammenti di ceramica, lingotti di piombo e soprattutto una cassaforma di legno in larga parte intatta, venti metri di lunghezza e tre di altezza, con 80 tavole infisse verticalmente nel fondo. Una vera e propria struttura portuale.
Il sospetto, confermato dai confronti con l’Ingv, è quello di un evento traumatico – una eruzione o uno tsunami – che nel I secolo dopo Cristo potrebbe aver costretto la popolazione ad abbandonare frettolosamente il porto e le aree limitrofe.

“Le nuove scoperte – ha aggiunto Maria Luisa Tardugno, responsabile di zona per la Soprintendenza – ci persuadono nel portare a termine il progetto di un parco archeologico sommerso –  annuncia Maria Luisa Tardugno, responsabile di zona per la Soprintendenza – mentre i reperti romani della baia ispireranno un percorso museale all’interno della Torre di Guevara”.

 

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