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Salute

Cresce la fiducia degli italiani nella sicurezza dei vaccini

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In Italia negli ultimi anni e’ cresciuta la fiducia nei vaccini, che nel 2015 era tra le piu’ basse d’Europa mentre ora e’ ‘a meta’ classifica’. Lo afferma un aggiornamento dei dati del Vaccine Confidence Project coordinato dalla London School of Hygiene pubblicato dalla rivista Lancet, secondo cui nel nostro paese fra il 40 e il 50% delle persone riteneva a fine 2018 che le vaccinazioni fossero sicure, mentre nel 2015 gli italiani erano nella fascia piu’ bassa, sotto il 30%. Lo studio si basa su survey condotte in 149 nazioni tra il 2015 e il 2019, per un totale di circa 300mila persone contattate con domande sulle opinioni su sicurezza, efficacia e importanza delle vaccinazioni, con i tassi di risposta che sono stati confrontati con le coperture vaccinali. In Europa il paese piu’ scettico e’ risultato la Francia, con la Polonia che preoccupa per un peggioramento dei dati, mentre la Finlandia e’ quello con piu’ fiducia, con il 66% della popolazione che invece crede fortemente che le immunizzazioni siano sicure. “L’analisi – scrivono gli autori – suggerisce che e’ la fiducia nell’importanza dei vaccini, piu’ che nella sicurezza o l’efficacia che e’ legata maggiormente all’aumento delle coperture. Negli ultimi anni la maggior parte dei paesi europei ha mostrato un aumento dei livelli di fiducia su questo aspetto piu’ che negli altri”. Anche l’Italia sembra seguire questo trend. Per quanto riguarda le risposte all’affermazione che ‘i vaccini sono importanti’, nel 2015 era completamente d’accordo una percentuale tra il 50 e il 59,9% degli interpellati, mentre tre anni dopo era tra il 60 e il 69,9%.

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Ricerca, da Neuromed un metodo innovativo per la diagnosi precoce della demenza vascolare

Marina Delfi

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Una ricerca innovativa condotta dal Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale dell’I.R.C.C.S. Neuromed ha evidenziato un innovativo metodo per la diagnosi precoce della demenza vascolare. Ancora prima della comparsa di segni clinici, infatti l’ipertensione arteriosa può danneggiare i collegamenti tra le diverse aree cerebrali, rompendo la delicata sincronizzazione che governa le capacità cognitive.

In alcuni pazienti affetti da ipertensione arteriosa il danno alle strutture nervose inizia molto presto, ancor prima che siano comparsi segni clinici di deterioramento cognitivo o che la risonanza magnetica tradizionale possa identificare alterazioni evidenti a carico del cervello. Una ricerca condotta dal Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale dell’I.R.C.C.S. Neuromed evidenzia ora come sia possibile individuare precocemente le alterazioni nervose che potranno portare alla demenza vascolare.

Pubblicato sulla rivista scientifica Hypertension, lo studio ha utilizzato un particolare metodo di risonanza magnetica, la risonanza magnetica funzionale a riposo, o “resting-state fMRI” (rs-fMRI). Questo esame, eseguito su una persona completamente a riposo e non impegnata in alcun compito, permette di evidenziare le attivazioni neuronali nel tempo, cioè i pattern di attivazione dei network attraverso i quali le diverse aree cerebrali scambiano informazioni e si coordinano.

Lorenzo Carnevale con il professor Giuseppe Lembo

“Studiando 19 pazienti ipertesi, e confrontandoli con 18 soggetti non affetti da questa condizione – dice l’ingegner Lorenzo Carnevale, primo firmatario del lavoro scientifico – abbiamo potuto vedere una serie di alterazioni in alcuni network cerebrali, in particolare quelli che rispondono agli stimoli visivi, decidono la risposta a questi stimoli e quindi la eseguono. Sono funzioni che richiedono una stretta sincronizzazione, che invece negli ipertesi appare disturbata”.

Proprio questi cambiamenti funzionali sarebbero il primissimo segno di un danno determinato dall’elevata pressione arteriosa. “Anche se in questa fase il paziente può non essere consapevole del danno cerebrale e del deterioramento cognitivo in atto – spiega Carnevale – pensiamo che una serie di test specifici e dedicati (valutazione cognitiva e neuroimaging avanzato con rs-fMRI) possa evidenziare le sottili alterazioni in atto, che riteniamo possano aiutarci a individuare chi ha un rischio maggiore di evoluzione verso la demenza vascolare”.

“Mentre gli effetti acuti dell’ipertensione sul cervello, come nel caso dell’ictus, sono ben noti da tempo – commenta Giuseppe Lembo, Professore ordinario dell’Università Sapienza di Roma e Responsabile del Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale del Neuromed – c’è anche un danno cronico, progressivo e silenzioso, che può colpire le funzioni cognitive. Ricordiamo che nel 50% dei casi di demenza si riscontra una patologia vascolare. Per questo è importante che i clinici possano avere a disposizione strumenti migliori per determinare se un paziente iperteso sia a rischio di evoluzione verso il declino cognitivo, in modo da affrontare nel modo più adeguato la situazione”.

Lorenzo Carnevale, Angelo Maffei, Alessandro Landolfi, Giovanni Grillea, Daniela Carnevale, Giuseppe Lembo, Brain functional MRI highlights altered connections and functional networks in hypertensive patients, Hypertension

DOI: https://www.doi.org/10.1161/HYPERTENSIONAHA.120.15296

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Tumore seno, nuova terapia riduce rischio recidive

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Una molecola in combinazione con la terapia endocrina, ha dimostrato di essere capace di ridurre fino al 25% il rischio di recidive nelle donne con tumore al seno in fase iniziale HR+ HER2- ad alto rischio di recidiva, una condizione che riguarda dal 20 al 30% dei 53.500 casi di tumore al seno che si registrano ogni anno in Italia: lo dimostrano i primi risultati dello studio di fase 3 monarchE, che ha valutato gli effetti di due anni di trattamento con Abemaciclib in combinazione con la terapia endocrina. I dati sono stati presentati durante il Presidential Symposium del congresso virtuale 2020 dell’European Society for Medical Oncology (ESMO) sono stati pubblicati in contemporanea sul Journal of Clinical Oncology (JCO). Abemaciclib e’ una molecola sviluppata e prodotta da Eli Lilly, Questo beneficio corrisponde a un miglioramento del 3.5% nel tasso di sopravvivenza libera da malattia invasiva a due anni. L’aggiunta di Verzenios alla terapia endocrina ha comportato anche una riduzione clinicamente significativa del 28.3 % del rischio di ricadute di malattia a distanza, ovvero dello sviluppo di malattia metastatica. “Questi dati costituiscono una novita’ decisiva per le persone con un carcinoma mammario in fase iniziale HR +, HER2- ad alto rischio. Potenzialmente si tratta di uno dei piu’ importanti progressi nel trattamento di questa popolazione di pazienti negli ultimi due decenni”, osserva Valentina Guarneri, Professore Associato di Oncologia Medica presso L’Universita’ di Padova-Istituto oncologico veneto,” In questi pazienti con un rischio di recidiva elevato Abemaciclib, aggiunto alla terapia endocrina adiuvante, ha migliorato significativamente la sopravvivenza libera da ripresa di malattia. L’effetto e’ infatti molto evidente non solo sulle recidive locali, ma soprattutto su quelle a distanza che sono poi responsabili di malattia metastatica: evitarle implica percio’ non soltanto allungare la sopravvivenza, ma soprattutto aumentare la probabilita’ di guarigione. I dati raccolti sono molto positivi e incoraggiano senz’altro a proseguire”. “Fino al 30% delle persone con carcinoma mammario in fase iniziale HR + puo’ avere una recidiva: questi dati sono percio’ molto incoraggianti, soprattutto perche’ lo studio ha incluso uomini e donne sia in pre che in post-menopausa. Inoltre, non sono emerse novita’ in materia di sicurezza rispetto a quanto noto per Abemaciclib, a oggi gia’ utilizzato per la terapia della malattia metastatica. Questi dati indicano che l’impiego del farmaco potrebbe essere allargato ai pazienti ad alto rischio di recidiva con i requisiti identificati dallo studio monarchE”. E’ ancora presto per i risultati sulla sopravvivenza globale e monarchE continuera’ fino alla data di completamento, stimata per giugno 2027. Lilly presentera’ i dati di monarchE alle autorita’ regolatorie entro la fine del 2020.

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Trapiantata bimba un anno colpita leucemia e positiva al Covid

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Una bambina di un anno e cinque mesi, positiva al Coronavirus, e’ stata sottoposta lo scorso agosto a un trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche per curare una forma di leucemia mieloide ad altissimo rischio. Lo rende noto l’Azienda ospedaliero universitaria del pediatrico Meyer di Firenze dove e’ stato effettuato il trattamento. “Una scelta difficile” si sottolinea,, quella fatta dai medici del Meyer che si sono trovati ad affrontare un caso che “non ha precedenti in Italia”. La piccola, si spiega, doveva essere sottoposta a trapianto in tempi rapidi, ma i tamponi rino-faringei a cui e’ stata sottoposta nell’arco degli ultimi mesi continuavano a dare sempre lo stesso responso di positivita’ al virus.

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