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Confindustria, caccia al presidente che subentrerà a Boccia: in pole position la napoletana Mattioli e l’eterno lombardo Bonomi

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Forse il nuovo presidente di Confindustria sarà una donna. E se sarà lei, Licia Mattioli, avremo a capo degli industriali d’Italia una napoletana (torinese di adozione) che succede ad un salernitano, Vincenzo Boccia, numero uno di Viale dell’Astronomia in carica. La signora Mattioli si occupa di gioielli. La sua azienda ci dice che fa un fatturato di 70 milioni e dà lavoro a 260 dipendenti. Per ora è l’unica candidata donna. I candidati potranno farsi avanti solo dal 23 gennaio.
Si parla con insistenza di una sua candidatura. A questa se ne aggiungono altre quattro potenziali candidature. Tutte del Nord industriale. Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda; Andrea Illy , presidente di Illycaffè di Trieste; Emanuele Orsini, emiliano, presidente di Federlegno; Giuseppe Pasini, siderurgico, presidente degli industriali di Brescia. Nessuno finora si è candidato ufficialmente perché il rigido regolamento stabilisce che lo si possa fare solo dopo la nomina dei tre saggi che consulteranno la base e che saranno sorteggiati (tra i nove nomi indicati dai “past president”) il 23 gennaio prossimo. Ma tutti e cinque informalmente sono già scesi in campo, incontrando i colleghi nei territori, convocando riunioni, costruendo i propri staff. Alla fine, stando ai rumors confindustriali, la sfida finale potrebbe essere quella tra Carlo Bonomi e Licia Mattioli.

Il sistema confindustriale (oltre 150 mila le aziende iscritte con più di cinque milioni di lavoratori dipendenti) esce da una  stagione di crisi di rappresentatività dei corpi intermedi. La Confindustria di Vincenzo Boccia non ha manifestato certo una chiara identità. Boccia ha incassato gli effetti (positivi per gli imprenditori) del Jobs Act e di Industria 4.0 (governi Renzi e Gentiloni) ma con le elezioni del 2018 ha provato a corteggiare la Lega di Salvini rimanendo alla fine isolato, senza più un interlocutore al Governo (dopo che Salvini è passato all’opposizione)  e con la ostilità latente dei Cinquestelle. Insomma per Vincenzo Boccia è un fine mandato non proprio esaltante. E quello che troverà a Salerno, dove c’è la sua azienda, la Arti Grafiche Boccia (Agb), industria grafica campana controllata da lui, non è proprio qualcosa di positivo.
Qualche giorno fa, infatti, a Salerno, nella sede legale di Arti Grafiche Boccia si è tenuta una riunione del consiglio d’amministrazione convocato dal presidente Orazio Boccia, padre di Vincenzo. C’erano i due figli, il presidente di Confindustria e Maurizio. La riunione ha deciso che, “preso atto della crisi finanziaria in cui versa la società”, di depositare in tribunale una domanda ex articolo 182 della legge fallimentare “affinché possa essere concesso dal tribunale competente il divieto per i creditori di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive e di acquisire titoli di prelazione non concordati”. Il presidente di Arti Grafiche Boccia, Orazio Boccia, ha precisato che l’azienda ha avviato “un percorso di ristrutturazione, tramite un piano industriale e una correlata manovra finanziaria”, il tutto “per pervenire a un accordo di ristrutturazione dei debiti”. A quanto ammontano questi debiti di Arti Grafiche Boccia? L’ultimo bilancio disponibile di AGB, quello del 2017,  s’è chiuso con una perdita di 3 milioni di euro su ricavi per 43,1 milioni, mentre a fronte di debiti per quasi 40 milioni (di cui 20 milioni verso banche) il patrimonio netto era di 12 milioni.

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Tirrenia ferma i traghetti, stop ai collegamenti con le isole: è scontro Onorato-commissari

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I traghetti della Tirrenia sospendono i collegamenti con Sicilia, Sardegna e isole Tremiti. E’ l’effetto della mossa a sorpresa dell’armatore Vincenzo Onorato dopo il sequestro dei conti correnti di Cin (acquistata nel 2015 da Onorato) eseguito dai commissari. Una decisione che scatena uno scontro acceso tra gli stessi commissari, che contestano le dichiarazioni “strumentali”, e l’armatore napoletano che parla di azione “irresponsabile” e chiede l’intervento del Governo che replica duramente all’armatore. “Per mesi Tirrenia non ha risposto alle richieste dei commissari e ora non puo’ scaricare le responsabilita’ sulla politica”,dice la ministra Paola De Micheli. “Il presidente Onorato e’ stato convocato da me e dal Ministro Patuanelli per rendere conto del comportamento di un’impresa che deve gestire un’attivita’ di trasporto di servizio pubblico con soldi pubblici. La pazienza ha un limite e il limite e’ stato superato”.

La decisione di sospendere gia’ da oggi tutte le corse dei traghetti Tirrenia verso Sardegna, Sicilia e Tremiti arriva a meta’ mattinata, affidata ad una nota di Tirrenia Cin. Il motivo, si spiega, la decisione dei commissari di Tirrenia in amministrazione straordinaria, “malgrado Cin abbia piu’ volte comunicato la propria disponibilita’ ad offrire garanzie di pagamento”, di eseguire “in questo momento cosi’ drammatico per il Paese, un sequestro conservativo sui conti correnti di Cin”: un blocco che nonostante la liquidita’ della societa’, si spiega, ne “impedisce l’operativita’” e paralizza la compagnia. La replica dei commissari e’ irritata. Il sequestro e’ “per legge un atto dovuto” e rappresenta un “rimedio indifferibile a tutela dei creditori”, spiega la terna composta da Stefano Ambrosini, Beniamino Caravita e Gerardo Longobardi, che replica punto su punto per poi chiosare: “il tentativo di Cin di strumentalizzare a proprio favore il drammatico frangente in cui si trovano l’Italia e il mondo intero si commenta davvero da se'”. Accuse cui risponde a questo punto direttamente Onorato, che sferra l’affondo, chiedendo che il Governo intervenga sui commissari richiamandoli al “senso di responsabilita’”. Al di la’ della polemica, la decisione fa scattare l’allarme nelle isole interessate. “Se bloccano la nave, qui si ferma la vita”, avverte il sindaco dell’Arcipelago delle Tremiti, dove Tirrenia e’ l’unica ad occuparsi del trasporto di beni di prima necessita’, tra cui il carburante per la centrale elettrica e i container carichi di rifiuti. Il Governo pero’ interviene subito, attraverso i Ministeri dei Trasporti e dello Sviluppo per garantire i trasporti per le isole. “In questa fase critica per il Paese, in emergenza COVID-19, attraverso l’operativita’ di altri armatori non ci saranno problemi di trasferimento delle merci, in particolare alimentari e farmaceutiche, e di collegamenti con la Sicilia, la Sardegna e le isole minori”, assicura una nota del Mit, aggiungendo che, in caso di particolari necessita’ o imprevisti, si attuera’ un piano straordinario per tutti i collegamenti. Intanto per la Sardegna si attiva lo stesso Onorato, che per “un obbligo morale” verso l’isola cui e’ legata da piu’ di un secolo la sua famiglia, ripristinera’ quanto prima la tratta Civitavecchia-Olbia con una nave Moby.

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Economia Italiana già in frenata prima dello shock da Coronavirus

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L’economia italiana “perdeva vigore” gia’ prima che deflagrasse l’emergenza Coronavirus. La Brexit, la guerre commerciali e il rallentamento della locomotiva tedesca avevano fiaccato le prospettive di crescita, generando “incertezza” a livello internazionale. La diagnosi arriva dall’Istat. Ma i fattori di rischio presenti sul finire del 2019 nulla hanno a che vedere con lo shock innescato dall’epidemia, di cui, sentenzia l’Istituto di statistica, “e’ ancora impossibile prevedere sviluppi ed effetti”. Guardando a quel che e’ stato, al 2019, secondo quanto ricostruito dall’Istat nel rapporto sulla competitivita’, la partita che conta l’hanno giocata Usa e Cina. O meglio, le tensioni tariffarie tra i due giganti. Nell’area euro qualcosa si e’ mosso, anche se alla fine i ‘piu” vengono neutralizzati dai ‘meno’. Ecco che l’Italia ha un po’ accorciato le distanze con la Germania, prima manifattura del Vecchio Continente, ma allo stesso tempo ha perso terreno nei confronti di Francia e Spagna. C’e’ poi da dire che il recupero sui tedeschi e’ stato merito, piu’ che di un nostro balzo, di un loro arretramento. Alla fine, scrive l’Istat, nella graduatoria Ue l’Italia rimane dove era: il differenziale tra l’Italia e l’area euro resta pressoche’ “stabile”, vicino “a un punto percentuale”, calcola l’Istat. Tra le zavorre, almeno nella prima parte del 2019, compare anche “l’andamento del costo del lavoro”. Trend, si legge nel Rapporto, che in Italia e’ risultato “piu’ vivace rispetto ai tre partner europei (in particolare per la componente degli oneri sociali)”. Probabilmente ha inciso il venire meno di alcuni sgravi. Che la questione rappresentasse una criticita’ era comunque noto. Da qui, infatti, il taglio del cuneo fiscale. Anche stavolta a fare da ancora di salvezza in acque agitate e’ l’export. Nonostante il rallentamento generale delle scambi con l’estero, l’Italia ha disgelato una curva “piu’ brillante” (+2,3%) rispetto alla Germania (+0,7%) e alla Spagna (+1,5%), e i beni italiani hanno aumentato le proprie quote di mercato in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera e Stati Uniti. Stando allo studio dell’Istat la strategia di Roma ha pagato. Lo scorso anno le nostre imprese avrebbero reagito al rallentamento globale “concentrandosi sui mercati dove sono piu’ presenti, difendendo o allargando le proprie quote”. Tutto cio’ potendo puntare su settori competitivi come gli alimentari, l’abbigliamento e l’elettronica. Quelle tedesche invece si sarebbero orientate alla ricerca di nuovi prodotti e sbocchi. Quanto l’economia italiana poggi sull’esportazione, lo dimostra anche quello che l’Istat definisce “una simulazione puramente tecnica” ma che in tempi di Coronavirus fa riflettere: un azzeramento delle vendite oltre confine significherebbe perdere il 27% della produzione.

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“Pochi soldi per gli aiuti”, i comuni chiedono di più ma per ora si accontentano

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I comuni chiedono di più per fronteggiare l’altra emergenza del coronavirus, quella dell’aumento della poverta’. Sono favorevoli al pacchetto di misure predisposto dal governo per fronteggiare i bisogni dei meno abbienti ma anche dubbiosi sull’esiguita’ delle risorse messe in campo. Nelle file dell’Anci c’e’ apprezzamento per la centralita’ assegnata ai sindaci, ma anche tanta preoccupazione per la gestione concreta dell’erogazione delle risorse sui territori. Il vicepresidente Roberto Pella giudica appena sufficienti i 400 milioni stanziati per cibo e buoni spesa e chiede di stanziare un miliardo. Sul disagio economico poi insiste anche l’allarme della Commissione Antimafia, che parla di un combinato disposto “su cui le mafie sono pronte ad approfittare”. “Quattrocento milioni possano bastare soltanto fino alla prima meta’ di aprile, bisogna pensare invece ai mesi che verranno, e la cifra di 1 miliardo puo’ essere una prima risposta efficace per gli 8mila comuni italiani”, spiega Pella. Questo perche’ “le famiglie sono molto provate e il numero delle richieste e’ destinato ad essere molto alto”. I dubbi dei Sindaci riguardano anche l’utilizzo degli attuali 4,3 miliardi del Fondo di Solidarieta’ Comunale (Fsc), destinato finora alle necessita’ sui territori e che per forza di cose “dovra’ essere rifinanziato”. Unanime poi la richiesta affinche’ le misure del governo possano consentire “di poter operare ‘su misura’ per soddisfare le esigenze dei territori, soprattutto a sud, tenendo conto degli indici di poverta’ locali”. Mugugni arrivano da Nord a Sud, da amministratori che temono di passare dal dramma coronavirus a quello sociale in una interminabile continuita’ emergenziale. Tranchant il sindaco di Treviso Mario Conte, che e’ anche presidente di Anci Veneto, che parla di “elemosina ai Comuni” e chiede di stanziare almeno 5 miliardi di euro. I dubbi sulla capacita’ di rimediare a quella che giudica “un’emergenza sociale” li esprime anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, secondo il quale 400 milioni per le derrate alimentari potranno bastare “solo per qualche settimana”. Ci sono poi i sindaci della Lega dell’Emilia Romagna, per i quali “non un euro di nuove risorse il premier ha fatto arrivare”, in piu’ annunciando fondi “che sono gia’ dei Comuni (Fsc), che proprio questo governo aveva tagliato”. Sulla stessa linea i primi cittadini lombardi del Carroccio: “non c’e’ limite al peggio” commenta il sindaco di Lodi Sara Casanova che parla di “una presa in giro per i Sindaci che in questi giorni sono in prima linea ad affrontare l’emergenza”. Non e’ convinto neanche il sindaco di Potenza Mario Guarente (Lega): “i 400 milioni sono la sola cifra aggiuntiva reale, mentre i 4,3 miliardi di euro sono un anticipo sul fondo di solidarieta’ comunale, divisi per ottomila Comuni italiani daranno una cifra pro capite compresa fra 14 e 28 euro per le famiglie in difficolta’ in una citta’ come Potenza”. Qualche giudizio non favorevole arriva anche dalle Regioni. La governatrice della Calabria, Jole Santelli, parla di “una messa in scena umiliante per i cittadini”. “Rispetto all’annuncio roboante di 4,3 miliardi che rischia di ingenerare aspettative dei cittadini nei confronti degli amministratori locali, l’unico trasferimento destinato ai comuni per il sostegno alle fasce piu’ deboli – osserva – e’ rappresentato dai 400 milioni che la protezione civile suddividera’ per gli 8100 comuni presenti sul territorio”. Di “bomba sociale” parla il presidente della regione siciliana Nello Musumeci, ricordando lo stanziamento da parte della sua giunta di “ben 100 milioni destinati esclusivamente all’assistenza alimentare”, quindi “sono ben contendo che su questo esempio il governo nazionale ha adottato altri provvedimenti”. Soddisfatto a meta’ il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini (nella foto in evidenza): “qualcosa e’ meglio di niente, ma non sono 4 miliardi, ma 400 milioni in piu’. Non sono per tutta la popolazione, molti cittadini non avranno bisogno del buono spesa, saranno ripartiti per quelle persone che hanno bisogno di avere una mano e i sindaci sapranno come utilizzarli”.

Di seguito la lista completa degli ottomila comuni con relative risorse da distribuire.

 

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