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Cronache

Casa ex ministra Trenta, procura militare archivia inchiesta su assegnazione alloggio al marito

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Nessun reato nell’assegnazione della casa dell’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta. La procura militare di Roma – che lo scorso novembre aveva aperto un fascicolo d’indagine per verificare eventuali irregolarita’ – ha archiviato dopo aver svolto accertamenti. La vicenda – emersa in seguito ad articoli di stampa – provoco’ forti polemiche politiche fino a portare Trenta a decidere di lasciare l’alloggio di servizio assegnatole da ministra e poi – una volta cessata dall’incarico – passato al marito, il maggiore dell’Esercito, Claudio Passarelli, in servizio al Segretariato generale della Difesa. L’ex titolare della Difesa in un primo momento aveva rivendicato il diritto di restare nell’ampio appartamento al centro di Roma, in zona San Giovanni (prima di entrare nell’esecutivo giallo-verde la donna abitava nel piu’ popolare quartiere Pigneto). “La casa – si era difesa in un’intervista – e’ stata assegnata a mio marito e in maniera regolare. Per quale motivo dovrebbe lasciarla? Io avevo bisogno di un alloggio piu’ grande”. Secondo i regolamenti, lei aveva tre mesi di tempo dalla cessazione dell’incarico di ministro per lasciare l’appartamento. Passato il tempo, il marito ha fatto domanda per l’assegnazione della casa e l’ha ottenuta, consentendo cosi’ alla coppia di restare nell’alloggio messo a disposizione dalla Difesa. Il caso ha pero’ scatenato attacchi che sono arrivati non solo dall’opposizione, ma anche dai Cinquestelle, con il leader Luigi Di Maio che ha definito “inaccettabile” la decisione di Trenta di mantenere l’alloggio: “questa cosa fa arrabbiare i cittadini e anche noi perche’ siamo quelli che si tagliano gli stipendi”. Trenta ha cosi’ ceduto. “Mio marito, che e’ il titolare, pur essendo tutto regolare e non essendoci nulla che ci debba far sentire in imbarazzo, per salvaguardare la serenita’ della famiglia, ha presentato istanza di rinuncia”, ha fatto sapere. E pochi giorni fa, in un post su facebook, ha annunciato che il 9 gennaio ci sarebbe stato “il tanto discusso trasloco dal famoso ‘Appartamento di Stato’, come e’ stato definito da alcuni media, che porra’ – speriamo – fine a questa squallida storia di fango mediatico”. Ora dopo gli accertamenti disposti dal procuratore militare di Roma, Antonio Sabino, arriva l’archiviazione del fascicolo a chiudere il caso.

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Cronache

Maresca: Reddito di cittadinanza, misura assistenziale che arricchisce mafiosi e non dà lavoro e dignità

Catello Maresca

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È di qualche giorno fa la notizia di altre 30 persone che hanno percepito indebitamente il reddito di cittadinanza. Non molto tempo fa li avrebbero definiti 30 furbetti.
Alcuni addirittura hanno ricevuto il reddito di cittadinanza nonostante fossero detenuti in carcere. È quanto ha scoperto la Guardia di Finanza di Foggia che ha denunciato 30 persone su 169 analizzate. Una percentuale che non è affatto rassicurante.
Tra i detenuti che hanno percepito il reddito di cittadinanza, ci sono anche persone in carcere per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, rapina, evasione. Non proprio delle “mammolette” , né tantomeno bisognevoli di aiuto. Altro dato sconfortante.
Secondo le prime notizie le posizioni ritenute illecite dalle Fiamme Gialle sono state segnalate all’Inps per la revoca e il recupero del beneficio economico. L’importo complessivo delle somme indebitamente elargite dall’Istituto nazionale di previdenza sociale, di cui si è proposto il recupero, ammonta a circa 200mila euro. Bella somma che con amarezza dobbiamo ritenere difficilmente recuperabile.

Luigi Di Maio. Il ministro del Lavoro del primo Governo Conte che ha voluto il Reddito di cittadinanza

Il fatto, l’ennesimo dopo oltre 50 casi tra cui alcuni mafiosi scoperti in Calabria questa estate e (pare anche) i fratelli Bianchi coi loro amici, autori del pestaggio costato la morte al giovane Willy Monteiro Duarte a Colleferro, inizia ad essere degno di una riflessione.
Premesso che il principio di aiutare i più deboli e le persone in difficoltà è sacrosanto ed indiscutibile, il problema è capire se lo strumento utilizzato è davvero efficace.
E se il rischio di perdere tanti soldi dello Stato che vanno a finire in mani sbagliate vale la candela.

Omicidio Monteiro. I fratelli Bianchi accusati dell’assassinio sono anche presunti percettori del Reddito

Dico subito la mia. A me non piacciono le misure assistenziali “fini a se stesse”.
Apro una parentesi, di natura filosofica ed ideologica, sperando di non essere pedante. Vi risparmio perciò le origini greche ( nella Repubblica di Platone o nell’Etica Nicomachea di Aristotele) e poi romane con Cirerone, della locuzione “fine a sé stesso”, ma se si vuole adottare una misura efficace, occorre sapere dove si vuole arrivare e come arrivarci.
Ecco in italiano l’affermazione di questa locuzione, se seguiamo i vocabolari, appare abbastanza recente e dà come prima attestazione la Letteratura italiana di Francesco De Sanctis del 1870; ma la frase era senz’altro in uso anche molto prima e già dalla consultazione di Google libri si può recuperare un’attestazione scritta precedente di quasi un secolo: nella nuova edizione delle Esposizioni sulla dottrina cristiana (Venezia, Remondini, 1781), nel terzo tomo, nel commento al I comandamento, si legge: “s’ei [l’uomo] non porta le sue intenzioni più là, che al nutrimento ed al vestito, queste cose sono il suo ultimo fine; o per dir meglio, egli è ultimo fine a se stesso, ei lavora per se, e non per Iddio”.

Lavoro: Una delle tante manifestazioni di disoccupati che chiedono lavoro e dignità

In questa direzione deve aver agito anche la relativizzazione del significato dell’espressione che è avvenuta nel corso dei secoli: da prerogativa di valori universali, l’essere fine a sé stesso è passato a indicare un limite di azioni e realtà umane; nella logica finalizzata al raggiungimento di un beneficio o di un vantaggio (personale o di un gruppo) ciò che è fine a sé stesso diventa ‘inutile’, perché non porta a nessun risultato esterno, concreto, tangibile.
Ecco, una cosa fine a se stessa è inutile.
Quindi il reddito di cittadinanza per non essere inutile deve puntare ad altro, che non sia la mera assistenza. Più in là del “nutrimento e del vestito”.
Allora occorre chiedersi cosa sia questo altro e se sia stato raggiunto o almeno possa essere raggiunto in un breve periodo.
Un primo elemento mi preoccupa non poco.
Per ora l’altro è stato anche arricchire delinquenti e mafiosi. E questo ovviamente non va bene. Sia per l’immagine di uno Stato fragile e che può essere facilmente fregato dal primo furbetto di turno. Sia per il risultato negativo dei soldi persi, molto difficilmente recuperabili, per usare un eufemismo.

La truffa dei fondi. Quasi impossibile per l’Inps recuperare dai “furbetti” le somme indebitamente percepite

Ma per ora, a più di un anno di distanza dalla sua trionfale introduzione, l’altro non sembra essere neanche l’effetto del re-inserimento nel mondo del lavoro dei beneficiari. I risultati non sono chiaramente disponibili nè facilmente reperibili, segnale che non mi conforta, ma spero di essere smentito.
Se però questa è la situazione, occorrerà una profonda e seria rimeditazione sulle misure di sostegno al reddito.
Per me il principio è chiaro: assistenzialismo solo laddove davvero necessario ed un piano serio affidabile e concreto di sviluppo economico come soluzione a medio termine per la crisi occupazionale, la devianza criminale e la salvaguardia del territorio.

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Ucciso a Capodanno, il killer è nullatenente e le spese di giustizia le accollano alla vittima: parla Valentina Sarpa

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Rimase vittima, a soli 24 anni, di un colpo di pistola esploso a Capodanno dalla figlia di un boss dei Quartieri Spagnoli di Napoli. L’assassina, nullatenente, non ha così liquidato le spese processuali e così la Giustizia ha pensato bene di accollarle, le spese processuali, alla famiglia della vittima. Parliamo di una cifra di quasi 18mila euro. A rendere nota la storia è l’avvocato Angelo Pisani, presidente di NoiConsumatori. La cartella esattoriale, con richiesta perentoria di 18.600,89 euro, è stata addebitata oggi alla famiglia Sarpa.

La colpa di questa famiglia, pesantemente colpita negli affetti con l’assassinio del loro giovane figlio a 24 anni, spiegano gli avvocati Angelo e Sergio Pisani, è stata quella di “essersi costituita parte civile nel processo contro Emanuela Terracciano, all’epoca 22enne, figlia del defunto boss Salvatore detto “‘o niron” . La donna è stata condannata nel procedimento penale in via definitiva a 8 anni di reclusione e al risarcimento in sede civile di oltre 626mila euro e al pagamento delle spese processuali. “Ma siccome è nullatenente – fa sapere Angelo Pisani – a rispondere in solido ora è la famiglia”. Pisani spera in un intervento del Presidente della Repubblica e in una revisione della normativa anche fiscale che, sottolinea, “si sta rivelando una beffa per le vittime della criminalità”.

(nella foto in evidenza Angelo e Sergio Pisani, fratelli e avvocati che tutelano gli interessi della famiglia Sarpa)

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Marito e moglie trovati morti in casa vicino a Roma

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I cadaveri di due persone, marito e moglie, sono stati trovati in un appartamento ad Ariccia, ai Castelli Romani. Sul posto sono intervenuti i carabinieri dopo le segnalazioni di alcuni abitanti che hanno sentito colpi d’arma da fuoco. Arrivati in casa sono stati trovati i cadaveri di due pensionati. Sono in corso indagini per ricostruire l’accaduto.

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