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Capri, l’elicottero arriva ma è troppo tardi: la donna entra in ospedale a Napoli già morta

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Una donna di 50 anni di Anacapri ricoverata d’urgenza all’ospedale Capilupi di Capri, attesa la gravità delle condizioni cliniche (la donna aveva una grave crisi respiratorio) ne è stato disposto il ricovero in terraferma, a Napoli. In attesa dell’arrivo dell’elicottero per il trasporto d’urgenza la donna colpita anche da arresto cardiaco è stata rianimata due volte con l’uso di un defibrillatore. Nel mentre era stata richiesta con urgenza l’eliambulanza. Un servizio non disponibile per problemi di atterraggio legati all’impianto di illuminazione della piazzola di decollo e atterraggio. L’idroambulanza in dotazione però ad Ischia (è ferma sul porto e serve le tre isole del Golfo), è stata una ipotesi scartata perché i tempi erano troppo lunghi per attivarla, farla arrivare da Ischia e poi salvare la donna in condizioni gravissime.  È stato chiesto un elicottero militare da Pratica di mare, con l’attivazione di una procedura speciale attraverso la Prefettura. Un elicottero del 118 che fa base a Pontecagnano che però non è adibito a voli notturni. Tutto questo mentre i medici del Capilupi provavano a tenere in vita la 50 enne che ha subito due arresti cardiaci. Quando è arrivato l’assenso a far partire da Capodichino un’eliambulanza per Damecuta, pista di atterraggio di Capri, erano già trascorso due ore dal ricovero della donna. E così quando l’eliambulanza ha preso la donna e l’ha portata al Cardarelli, era tardi. La paziente dell’isola di Capri era morta. Ed anche questo è uno dei tanti primati della buona sanità in Campania. Se stai male, non importa dove abiti, non importa chi sei, hai buone probabilità di morire perchè non è facile accedere alle cure. E il dolore per la morte di una donna di 50 anni, non è la prima volta che lo provano a Capri. E dire che il servizio di eliambulanza costa tanto. E i contribuenti lo pagano per salvare vite. In questo caso, in attesa di permessi, autorizzazioni, piste, illuminazione, una donna è morta.

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Palazzo Fienga da fortino di camorra del clan Gionta a commissariato di polizia di Torre Annunziata

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A Palazzo di Governo, in una riunione presieduta dal Prefetto, Marco Valentini, alla presenza del Vice Capo della Polizia preposto all’attività di Coordinamento e Pianificazione delle Forze di Polizia, del Direttore dell’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata, del Direttore Centrale dei Servizi tecnico-logistici e della Gestione Patrimoniale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, dei vertici locali delle Forze dell’ordine, del Responsabile Servizi Territoriali della Direzione Regionale Campania dell’Agenzia del Demanio e del Sindaco di Torre Annunziata, si è discusso della ipotesi di un riutilizzo a fini pubblici di Palazzo Fienga, complesso immobiliare confiscato al clan camorristico Gionta, sito in Torre Annunziata. Un complesso immobiliare simbolo della camorra oplontina. L’orientamento condiviso nel corso dell’incontro è stato, anche per l’alto valore simbolico che il complesso immobiliare riveste nel contesto territoriale di riferimento, l’interesse ad allocazione di presìdi ed uffici delle Forze di polizia. Entro la fine del prossimo mese di giugno sarà composto un quadro analitico delle specifiche esigenze dei diversi corpi che sarà definito, in occasione di una prossima riunione, presso l’Ufficio Tecnico logistico della Polizia di Stato Campania e Molise, di concerto con i comandi interessati.

Successivamente sarà attuata, previa convenzione con l’Agenzia del Demanio la progettazione dell’intervento sul Palazzo, il quale, in quanto inserito nel progetto “Recupero beni esemplari” dal Tavolo di indirizzo e verifica dell’attuazione delle strategie nazionali di utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, potrà beneficiare di finanziamenti del Fondo per lo sviluppo e la coesione gestito dal Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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Il capo della setta satanica si faceva chiamare Diavolo e abusava sessualmente anche di minori, arrestato

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Si presentava come un ‘diavolo-vampiro’, con poteri sovrannaturali: una maschera per plagiare ragazzi e ragazze spesso ancora minorenni, portati alla “cieca obbedienza e totale accondiscendenza”, con la promessa di realizzare i propri desideri e poi spinti a partecipare a rituali (‘Il morso del vampiro’) esoterici e a subire abusi sessuali. Ora è stato arrestato il 23enne italiano, nato in Russia, studente universitario, residente a Montemurlo (Prato), che, qualificandosi come “il Diavolo”, si era messo a capo di una setta satanica da lui creata, cinque anni fa, “al fine di ottenere da ogni componente del gruppo la cieca obbedienza e totale accondiscendenza a qualunque sua richiesta mediante inganno, violenza e minacce”. Il giovane, che operava nel Pratese, è ritenuto responsabile “di aver ridotto e mantenuto in uno stato di profonda soggezione diverse persone, alcune delle quali anche minori, abusando della loro condizione di inferiorità psichica e approfittando di situazioni di vulnerabilità per compiere violenze sessuali”. Per questo motivo il gip del Tribunale di Firenze, su richiesta della Procura della Repubblica del capoluogo toscano, ha emesso nei suoi confronti l’ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari, con l’accusa “di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, violenza sessuale e pornografia minorile”. Al 23enne sono state contestate 13 violenze sessuali, alcune delle quali commesse su minori. Nello scorso febbraio era stato perquisito.

Il provvedimento, eseguito questa mattina dalla polizia, raccoglie l’esito delle articolate indagini, svolte dalla squadra mobile di Firenze, diretta da Antonino De Santis, con la collaborazione del Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine di Roma, e coordinate dalla Procura della Repubblica di Firenze, che sono iniziate nell’aprile del 2019 a seguito della segnalazione da parte della madre pratese di due figli di 17 e 18 anni all’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici. La mamma aveva espresso preoccupazione perchè da alcuni mesi i suoi due ragazzi si comportavano in modo anomalo e partecipavano a incontri nei boschi. Durante l’inchiesta, diretta dal sostituto procuratore Angela Pietroiusti, gli inquirenti hanno assunto “importanti informazioni dalle vittime” ed eseguito complessi accertamenti tecnici sul traffico telefonico e sui profili social dell’indagato 23enne. È stato così possibile ricostruire, spiegano gli investigatori, “un contesto di soggezione continuata indotto mediante inganno, minacce e violenza, contraddistinto da una visione distorta della realtà” nella quale il leader della setta era considerato “il Diavolo”, con capacità e poteri sovrannaturali, e “i suoi seguaci entità non umane che, al fine di acquisire più poteri, sarebbero stati costretti a rituali di ogni genere, anche di natura sessuale”. La setta sarebbe stata creata nel settembre 2015 e avrebbe praticato “i suoi riti propiziatori” fino al febbraio scorso. Nel corso dei cinque anni di attività avrebbe avuto una ventina di adepti, con un’età variabile tra i 14 e i 21 anni, tutti della provincia di Prato.

A tal proposito il giovane avrebbe fatto credere a tutti gli appartenenti al gruppo che erano persone prescelte, che nelle precedenti vite avevano avuto un’altra identità sovrannaturale (Amon, Atena, Banshee, Aracne, Eva, le Sette Furie, Ares, ecc. erano ad esempio i nomi loro affidati dalle presunte reincarnazioni) e che la loro missione era quella di “salvare il mondo”. Il 23enne avrebbe così sottoposto i suoi adepti a una serie di domande su presenze estranee invisibili, quali vampiri e lupi mannari, al fine di convincerli a fare una specifica richiesta al diavolo mediante la stipulazione di un patto in ragione del quale gli dovevano essere fedeli e mantenere il segreto per evitare disgrazie e sofferenze a sé stessi e alle proprie famiglie. Per dimostrare di essere immortale, il 23enne si sarebbe addirittura fatto stringere il collo con le mani da un fidato appartenente al gruppo per poi cadere a terra fingendosi morto fino a quando non si sarebbe rialzato rimettendo a posto l’osso del collo e la trachea.

Il giovane a capo della setta avrebbe inoltre asserito che ogni persona che si avvicinava al gruppo e seguiva i suoi precetti poteva acquisire gli stessi suoi poteri sovrannaturali attraverso una serie di rituali: premere con forza il proprio indice sul loro occhio; dare morsi sulle braccia con fuoriuscita di sangue; afferrare la testa premendo forte sulle tempie; imporre di inalare incensi e cristalli; farsi inviare tramite Whatsapp immagini di corpi nudi facendo credere che le foto sarebbero state viste da un’entità cibernetica denominata ‘Hydra’; costringerli, infine, con violenza fisica e minacce di morte, rivolte anche ai loro familiari, a compiere e a subire, in diverse occasioni, rapporti sessuali di vario tipo. Gli adepti, anche minorenni, versavano in condizioni di totale sudditanza nei confronti dell’indagato. Molte vittime, hanno spiegato gli investigatori, venivano attratte dalla promessa di sbloccare le loro potenzialità e risolvere i loro problemi di isolamento, solitudine finanche, talvolta, di depressione.

 

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Ecco tutti i nomi degli arrestati e le società coinvolte nell’inchiesta che ha portato in cella l’ex senatore Sergio De Gregorio

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Si chiama “Pianeta Italia” l’inchiesta della Squadra Mobile di Roma coordinata dalla DDA di Roma che ha portato alla luce un sistema di societa’ create per riciclare denaro ed estorsioni a locali del centro. Con l’esecuzione di 9 misure cautelari per estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio, e il sequestro di 5 societa’ e oltre 470mila euro. E tra i provvedimenti eseguiti dalla Squadra Mobile della Questura capitolina c’e’ anche l’arresto e il trasferimento in carcere dell’ex senatore Sergio De Gregorio, 59 anni. Custodia cautelare in carcere anche per Antonio Fracella, di Nardo’ (Lecce), 41 anni, ex appartenente alla Marina militare; Vito Frascella, 40 anni, nativo di Taranto e anche lui ex appartenente alla Marina; Giuseppina De Iudicibus, 56 anni, di Napoli; Michela Miorelli, 43 anni, di Rovereto, pregiudicata per reati tributari, truffa e bancarotta fraudolenta; Schena Pietro, 43 anni, di Roma. Arresti domiciliari invece per Vito Meliota, 37 anni, di Conversano (Bari); obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria per Michelina Vitucci, 44 anni, di Bari. Irreperibile e attivamente ricercato e’ Corrado Di Stefano, 68 anni, di Roma, gia’ da tempo all’estero, destinatario della misura cautelare degli arresti domiciliari. Gli indagati sono ritenuti, a vario titolo e in concorso tra loro, responsabili di estorsione aggravata, autoriciclaggio e riciclaggio.  In particolare De Gregorio, Schena, Fracella, Di Stefano, Frascella accusati di estorsione aggravata nei confronti del titolare del bar “Enjoy” di Via Chiana; poi De Gregorio, Schena, Frascella e Di Stefano di autoriciclaggio, avendo, al fine di ostacolarne la riconducibilita’, impiegato il profitto derivante dall’estorsione investendolo nelle societa’ Apron srl e Italia Global Service srl; Meliota, insieme ad altri non identificati, di estorsione aggravata nei confronti del titolare del bar “Surma” di Via Flavia 66; Miorelli di autoriciclaggio, per aver impiegato parte dei proventi derivanti da attivita’ criminose nelle societa’ Pianeta Italia srl e Ittica Italiana srl; De Gregorio, Schena, Fracella, Vitucci, Frascella e De Iudicibus di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli all’interno delle societa’ Pianeta Italia srl, Italia GlobaL Service srl e APron srl; ancora De Gregorio, con Schena, Fracella, Vitucci, Frascella e De Iudicibus di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli, facendoli confluire nei conti della societa’ Italia Global Service srl; De Gregorio, Schena, Frascella e Vitucci di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli, facendoli confluire nei conti delle societa’ Pianeta Italia srl e Italia Comunicazione srL; De Gregorio, Schena, Frascella, De Iudicibus e Vitucci di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli, facendoli confluire nei conti della societa’ Pianeta italia srl; De Gregorio, Schena e De Iudicibus di riciclaggio dei proventi derivanti dalle condotte fraudolente della Miorelli, facendoli confluire nei conti della societa’ della societa’ Ittica Italiana srl. Le attivita’ di indagine, condotte dalla I Sezione Criminalita’ Organizzata della Squadra Mobile di Roma, coordinate dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia si sono protratte per circa due anni ed hanno consentito di delineare il coinvolgimento degli indagati – il cui punto di riferimento e’ proprio l’ex senatore De Gregorio attorno al quale ruotano le dinamiche criminali del gruppo – nelle vicende estorsive in danno di due bar della capitale e nel reimpiego di oltre 470mila euro all’interno di societa’ a loro facenti capo.

Nell’aprile 2016, infatti, il gestore del bar “Enjoy” di Via Chiana denuncia una patita estorsione di 80.000 euro. I riscontri effettuati mediante le intercettazioni telefoniche ed ambientali, la visione delle telecamere di videosorveglianza e le dichiarazioni rese dalle parti, hanno consentito di ricostruire la dinamica dell’estorsione, posta in essere attraverso una serie di minacce, tra cui quella di far apporre i sigilli al locale. E’ lo Schena, ritenuto braccio destro dell’ex senatore, ad inviare presso il bar sia Frascella che Fracella, all’epoca militari in servizio nella Marina italiana, per esigere dal gestore la restituzione di 80.000 mila euro, asseritamente dovuti al Di Stefano da una terza persona. Sul posto e’ presente anche De Gregorio, che, preoccupato del possibile coinvolgimento nell’indagine per l’estorsione, mette a punto una strategia difensiva e consiglia a Di Stefano di sporgere querela nei confronti del gestore del bar di Via Chiana, per la sottrazione degli 80.000 euro. Pochi giorni dopo l’estorsione, peraltro, la medesima somma viene investita da Di Stefano nelle societa’ Italia Global Service s.r.l. e Apron S.R.L, gestite occultamente da De Gregorio, Schena e Frascella. L’estorsione e il successivo autoriciclaggio del profitto da essa derivante vengono mascherate, sempre su consiglio dell’ex senatore, attraverso il riconoscimento a Di Stefano di una quota societaria dell’Italia Global Service srl, all’interno della quale possiede una quota anche la Pianeta Italia srl (nella cui compagine societaria risultano Vitucci Michelina, moglie di Frascella e la figlia di Schena). Nelle intenzioni degli indagati, infatti, si cerca di far apparire l’estorsione come un semplice tentativo di aiutare il socio Di Stefano a recuperare un credito.

L’estorsione nei confronti del bar “Surma” di via Flavia, invece, ha inizio dalla cessione da parte di Vito Meliota della licenza dello stesso bar, con la contestuale sottoscrizione di una clausola risolutiva espressa che gli consente di recuperare tale licenza in caso di inadempimento dell’acquirente. Ed e’ a seguito del mancato versamento di alcune rate che Meliota, supportato da Schena che ha interesse a subentrare nell’affare anche per conto di De Gregorio, inizia a minacciare il gestore del “Surma” per riottenere la licenza. E’ lo stesso gestore, nelle dichiarazioni rese, a tratteggiare le minacce ricevute: “Vito e’ venuto da me e mi ha minacciato e in una circostanza addirittura mi ha aspettato sotto casa”(…) “per pochi giorni ho deciso di chiudere il locale e dopo una settimana sono tornato e ho trovato una catena chiusa con un lucchetto (…) ho consultato gli altri soci ma abbiamo capito che era meglio evitare altre ripercussioni ed andare via mollando tutto (…). In diverse occasioni, infatti, sia Vito che alcuni suoi amici mi avevano consigliato di lasciare il locale e andare via”. Nel gennaio 2017 e dopo aver sottoscritto, dietro minaccia di Meliota – accertano le indagini della Mobile – e a condizioni assolutamente svantaggiose, un mandato di mediazione per la vendita della licenza del bar, il gestore del “Surma” lascia definitivamente il locale. La licenza viene poi monetizzata da Meliota, attraverso la vendita alla neo costituita societa’ Pianeta Italia Food srl, riconducibile sia allo stesso Meliota che all’ex senatore, che anche in questo caso e’ a conoscenza di tutta la vicenda e si adopera per gestire le questioni pratiche legate alla costituzione della societa’ e alla intestazione delle quote. Le attivita’ di indagine e in particolare gli accertamenti bancari sulle varie societa’ facenti capo direttamente o indirettamente agli indagati, hanno consentito di risalire all’ingente flusso di denaro transitato sui conti correnti delle stesse e quindi ricostruire le contestate operazioni di autoriciclaggio e riciclaggio. Tra le societa’ coinvolte, vi e’ anche la Italia Comunicazione srl che gestisce il magazine online Pianeta Italia News, “periodico di attualita’, politica, cultura e sport” all’epoca dei fatti diretto da Maria Palma, moglie di De Gregorio.

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