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Canzone di libertà contro il virus, l’incasso agli ospedali di Napoli: parole e musiche sono dei fratelli Bennato

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Il compito di un artista è quello di raccontare la vita, restituendo emozioni attraverso le vibrazioni di voce e strumenti. I fratelli Bennato, Edoardo ed Eugenio, separati fisicamente ma uniti dalla musica, tornano insieme con “La realtà non può essere questa”, un inno alla vita nella sua fisicità e presenza, in un momento in cui il virtuale pare travolgere con forza ogni aspetto dell’esistenza. Le parole scritte da Eugenio sulla musica di Edoardo, descrivono la vita in questo tempo sospeso, con le contraddizioni di una rete che ci avvicina, annullando le distanze geografiche, ma che al tempo stesso rischia di trasformarsi nella nostra prigione. “La realtà non può essere questa” è una ballata classica in pieno stile bennatiano, con l’armonica e gli arpeggi di chitarra, che si avvicina per struttura a “Venderò”, “L’isola che non c’è” e “Pronti a salpare”. Un brano che parla di tutti noi e in cui tutti ci possiamo identificare: c’è la stanza, unico spazio abitato in questi mesi di clausura, la rete, il trionfo del virtuale. E il balcone, ultimo anelito di libertà e di contatto con il mondo esterno. I proventi del brano saranno devoluti all’Azienda Ospedaliera dei Colli di Napoli, impegnata in prima linea nella lotta al Covid-19.

Ci raccontate come nasce “La realtà non può essere questa”?

Edoardo: Io ed Eugenio siamo rimasti a casa, come tutti, ma in compagnia delle chitarre, nostre amiche fedeli. Io avevo questa ballata dylaniana e bennatiana, con armonica e arpeggio di chitarra. L’ho mandata ad Eugenio via mail ed è scattata una scintilla emotiva che l’ha portato a scrivere un testo bellissimo. Parla della realtà di questi mesi, della rete, che può essere protettiva ma al contempo diventare una prigione, dei balconi, punto di passaggio fra il chiuso delle stanze e il mondo esterno. E parla soprattutto delle chitarre che suonano da sole, con l’auspicio che in un futuro prossimo si possa tornare a suonare all’aperto, in mezzo alla gente. La musica è fantasia, trasmissione di energia propositiva, il nostro obiettivo è quello di trasmettere emozioni con la musica. 

Eugenio: La melodia di Edoardo ha suscitato in me queste immagini forti, che testimoniano la necessità di abbandonare tutto ciò che ha accompagnato la storia dell’uomo per secoli: l’incontro, la possibilità di comunicare in modo diretto. In questo senso il progresso digitale è senza dubbio il protagonista di questa storia, perché ha reso possibile la comunicazione virtuale, e di conseguenza ha reso possibile anche un provvedimento che non ha precedenti nella storia. Ho immaginato un musicista che si affaccia al balcone. Poi c’è un’altra immagine, contenuta non nel brano ma nel mio immaginario, che in qualche modo può rappresentare la lotta fra potere costituito e libertà individuale. Un ragazzo sta correndo lungo la spiaggia di Ostia. Ad un certo punto viene avvistato dalle forze dell’ordine, che gli vanno incontro cercando di bloccarlo. Il ragazzo incomincia a correre più forte e non riescono a prenderlo.

La rete da un lato avvicina annullando le distanze, dall’altro è una trappola in cui è facile restare invischiati. Vi spaventa la deriva di un mondo sempre più virtuale?

Edoardo: La ricerca scientifica e la tecnologia fanno parte dei sogni realizzati della famiglia umana. E’ chiaro che ci sono sempre pro e contro, la tecnologia deve essere al servizio dell’umanità, non viceversa. Nel testo si dice che la vita “canta la sua ribellione alla rete che diventa una prigione”. E’ la ribellione di correre più forte della schizofrenia della gente, della velocità della rete, e a volte anche dell’ordine costituito.

Eugenio: La tecnologia fa il suo corso e niente la può arrestare; il problema è legato a come viene utilizzata. Il potere economico tende a creare false necessità di tecnologie sempre più miniaturizzate; ogni sei mesi un iPhone diventa obsoleto e deve essere sostituito. La logica del profitto è molto pericolosa, non tiene conto della lentezza, del desiderio di farsi una passeggiata vicino al mare. Forse questa crisi ci può aprire gli occhi su questo problema.

Una riflessione sulla condizione della quarantena…

Edoardo: la parola quarantena mi faceva rabbrividire già tempo addietro, perché mi porta automaticamente a pensare a quell’isoletta al largo di Manhattan, in cui venivano isolati gli emigranti italiani che arrivavano in America all’inizio del secolo scorso. Pensavo che questa parola fosse stata eliminata dal nostro vocabolario, invece è riapparsa in modo implacabile, spettrale; però fa parte della nostra esperienza di vita vissuta. Potremo raccontare il periodo in cui l’umanità è stata costretta tutta in quarantena: sono i paradossi del cammino della famiglia umana.

Eugenio: La quarantena mi ha costretto qualche volta a guardare la televisione, che di solito non guardo mai. Nelle trasmissioni ci sono dibattiti di tutti i tipi, mi meraviglio che non si analizzi un fatto macroscopico avvenuto in Italia. Il rapporto fra le vittime in Campania e in Lombardia è di uno a quaranta, un dato eclatante. C’è da spiegare, attraverso la scienza e la statistica, come mai si sia verificato ciò, nonostante il lockdown si sia avuto in tutta Italia. In Lombardia però il Covid ha continuato ad infierire per due mesi, in Campania è stato contenuto. Senza alcuna rivendicazione campanilistica, è un dato di fatto che la scienza dovrebbe analizzare. 

Come avete vissuto questo periodo? Quali sensazioni avete provato in questo tempo sospeso?

Edoardo: C’è un aspetto che mi allarma. E’ dall’elaborazione dei dati e delle statistiche che si possono recuperare informazioni utili a rendere migliore il futuro. Ma questi dati non vengono analizzati né elaborati dalle istituzioni, è un segnale preoccupante. Sembra quasi che la gente comune sia stata costretta a pensare e a riflettere, ma le istituzioni no, o almeno non sembra che al momento ai piani alti abbiano le idee chiare sulla sanità e su altri problemi. C’è confusione, non si riesce a capire dai dati cosa è successo e cosa succederà.

Eugenio: Io ho provato un fortissimo desiderio di ritornare alla piazza, che per me, da musicista, è linfa vitale. Gli sguardi che si incrociano, le mani che vanno a tempo di musica. Questo è la cosa che mi manca di più in questo momento.

“Non basta vivere l’illusione di chitarre che suonano da sole nel silenzio di nessuna festa”, recita il testo della vostra canzone. Come immaginate la musica nel post-emergenza?

Edoardo: Credo che in questo momento l’attività dell’artista passi in secondo piano rispetto ad un problema fondamentale e prioritario, che è quello della salute collettiva. La situazione è schizofrenica, paradossale, speriamo che un miracolo di San Gennaro o di Sant’Ambrogio risolva il problema. Ci vuole soltanto un miracolo in questo momento e il cammino della salute umana va avanti anche a furia di miracoli.

Eugenio: Ci sono due possibilità: o la paura prevale e la gente stenta a ritornare in giro; oppure succede un fatto diverso, che già sto notando e che mi rincuora, cioè che ci sarà una grande voglia di ritornare a riabbracciarsi, addirittura superiore a prima. Ci muoviamo fra questi due poli estremi.

Com’è stato partecipare al concerto del Primo Maggio senza pubblico?

Edoardo: Non era il solito evento con decine di migliaia di ragazzi che arrivavano da tutta Italia per confrontarsi e stare insieme; è stato soltanto un appuntamento televisivo in cui ognuno suonava nel chiuso di una stanza. Il mio auspicio è che il prossimo Primo Maggio possa essere una festa collettiva in cui ci si incontra, si sta insieme, si balla a ritmo di musica.

Eugenio: Fino all’anno scorso, c’era grande contatto con la vita; questa volta c’era invece tanta tristezza, anche nelle scenografie. Io ed Edoardo abbiamo registrato in una stanza, gli altri in un teatro. Ma forse era meglio la nostra stanza, rispetto ad un teatro vuoto, che ha qualcosa di spettrale.

Vi rivedremo ancora insieme in futuro in qualche altro progetto?

Edoardo: Abbiamo imparato ad agire e reagire a seconda delle circostanze: la vita è sempre piena di imprevisti. Bisogna sempre essere attivi e propositivi, fronteggiando la situazione di ora in ora. Non sappiamo quando sarà possibile tornare a fare dei concerti, la situazione è molto confusa e noi ci muoviamo in base alle circostanze. Si naviga a vista.

Eugenio: Il primo progetto è quello di tornare alla musica live. Poi potrebbe anche darsi che a me e a Edoardo venga qualche altra idea. Non ci sono progetti precostituiti, ma la scintilla di un momento: Edoardo mi ha mandato la musica, io ho replicato con delle parole, ed è nata “La realtà non può essere questa”.

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Kulturfactory, le Cicale e i tre cieli, una fabbrica laboratoriale tra gli alberi di Villa Maria

Antonio Maiorino Marrazzo

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Dirigermi radialmente verso l’esterno è il progressivo processo che vivo e, a me sembra, non sia un navigare in solitario. Saltare dalla ruota, supponete bene se l’associate a quella del criceto, e auto-disintermediarsi, sfuggire dalla praxis urbana per ritrovarsi in un giardino sconosciuto dove non mi stupirei se apparisse Pëtr Nikolàevič Sòrin o Anna Serge’evna con il suo cagnolino. Mi riprendo il tempo che non mi apparteneva più e visito, come sghembo serafino di una personale gerarchia celeste, i luoghi della creazione, un’annunciazione inversa, un pellegrinaggio controcorrente. Sulla collina di Domicella, nel lauretano, svetta una dimora austera e al contempo allegra grazie all’insolito colore rosso che incornicia le numerose finestre: Villa Santa Maria. Qui nasce nel 2018, sotto la direzione artistica di Alessia Siniscalchi, operosa e instancabile, Kulturfactory, ‘fabbrica’ della compagnia teatrale indipendente italo-francese Kulturscio’k attiva dal 2007, destinata a residenze artistiche multidisciplinari. Sara Sole Notarbartolo, regista e drammaturga napoletana, insieme ad un drappello di nove attori ha fatto sua la fabbrica per tre giorni e tre notti e giungo nella fase di chiusura del loro lavoro laboratoriale. Sotto gli alberi del giardino della villa la canicola di fine luglio arde meno ma gli attori sono in pieno sole, vestono gli abiti di scena. Le cicale, quelle sugli alberi, hanno sospeso il loro frinire, quelle di Sara Sole invece blandiscono il potente, il colto, l’avvenente, dimentiche della vita ipogea, rinascono a un nuovo mondo, esplorano la terra promessa sprovviste di codice, devono ricostruire la memoria con in mano solo pochi miseri brandelli orali. Non esito a rintracciare nel testo (in costruzione) i felici esiti di quello che io definisco neorealismo magico, i personaggi giocano apertamente con la realtà ben consapevoli dell’impossibilità di una compiutezza, rinunciando all’arbitrarietà e alla presunta organicità del realismo. O si è assunti in cielo o si precipita. Sono unico spettatore di un miracolo, è il farsi stesso dell’opera che si sostanzia davanti ai miei occhi, nella sua caducità, nella distillata oscillante costruzione del divenire. Eppure sono io stesso scrutato, teatro nel teatro, osservato, unico spettatore. Da un terrazzo lì di lato due giovani donne sollevano la testa dai loro libri e sbirciano incuriosite, sono leggermente sottoposte al giardino eppure tentano di cogliere il senso di quel che accade, con grazia, con discrezione. Di tanto in tanto vibrano gli scatti prodotti dalla macchina fotografica di Massimo Pastore che, ospite di Sara Sole, pendola in un andirivieni discreto passando dal tempo oggettivo a quello soggettivo, uno sdoppiamento che si innerva sull’azione teatrale di un’opera che racconta di un popolo migrante alla ricerca della propria identità, disorientato e sul crinale del passato, del presente, del futuro: i tre cieli? Già, i tre cieli. Le cicale ora cercano di arrampicarsi sugli alberi, necessitano di effettuare la muta, vogliono spiccare il volo ma si avvedono che le uniche vere ali che potrebbero sostenerle siano quelle della memoria e della tradizione.

I tre cieli. Già, i tre cieli. Così sussurrano gli attori alla fine della prova, così incita la drammaturga, è una locuzione interna, una locuzione criptata che mi sfugge ma, da serafino sghembo e scaltro, cerco di decodificare.  Non rivelerò qui la mia interpretazione di quei tre cieli perché il mio peregrinare sarà compiuto solo quando vedrò Le Cicale (compiuto) sulle tavole di un palcoscenico.

Il progetto, ideato, e diretto da Sara Sole Notabartolo ha come protagonisti gli attori Raffaele Ausiello, Andrea de Goyzueta, Sergio Del Prete, Carla Ferraro, Fernanda Pinto, Milena Pugliese, Fabio Rossi, Fabiana Russo

Le foto sono di Massimo Pastore

 

 

 

 

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Cultura

RestiAMO al SUD fa tappa nell’Area Flegrea, terra magica e incantata

Giovanni Mastroianni

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Resa celebre dalla bellezza delle intemperanze vulcaniche che ancora oggi modellano il Territorio e testimoniate dalle spettacolari fumarole che si innalzano d’improvviso al cielo da ogni dove, questa parte dell’Area Flegrea appare come un continuo rincorrersi di alture che giocano a tuffarsi nel mare. Del resto il fenomeno del bradisismo, ossia l’innalzamento ed abbassamento della quota del terreno e delle città, è pane quotidiano, che rimarca a gran voce come il sottosuolo incandescente sia in realtà una creatura viva che respira in un tutt’uno con la superfice terrestre.

Come su di una giostra assistiamo ad una girandola di colori brillanti, dal verde della macchia mediterranea al blu del Tirreno, e al giallo dello zolfo che qui tutto condiziona, elemento cardine di un ciclo termale che dura da millenni e funge da valore aggiunto alla bellezza vivida del luogo.

Ogni strada sembra immergersi nel mare e dal mare sembra sempre riemergere, come a Pozzuoli, la regina di quest’area, che unitamente alle cittadine vicine fin dalle epoche Greco – Sannite ha rivestito un ruolo importantissimo, addirittura irrinunciabile in epoca romana, non solo quale ambita meta turistica ma anche se non soprattutto quale porto strategico per la marina militare e commerciale, quindi attivissimo snodo per lo scambio dei prodotti dell’impero, provenienti in larga parte dall’entroterra della fertilissima Campania Felix, con quelli del sempre più vicino Oriente.

Un centro quindi da sempre aperto alla vita e al mondo, dove uomini e donne di razze, ceti sociali e culture diverse hanno incrociato i loro destini nel bene e nel male in quello che poteva essere considerato un vero e proprio esempio di antica globalizzazione.

Da vedere, anzi da vivere in zona, capolavori biologici come Capo Miseno, il Parco sommerso di Baia, il Monte Nuovo e il Cratere degli Astroni, il Lago Averno, ovviamente anch’esso di origine vulcanica, considerato nell’antichità la porta dell’Ade.

Invero anche Ischia, Procida e Vivara, possono essere tutte ricomprese in questa area magica, nate anch’esse dalla forza dei crateri sprofondati nel mare o erosi nel corso dei millenni. Queste isole magnifiche possono essere raggiunte tutto l’anno proprio dal porto di Pozzuoli, che si conferma il punto nevralgico dell’Area Flegrea anche nei giorni nostri.

Per il loro impareggiabile interesse storico meritano invece di essere visitati l’Anfiteatro Flavio, ancora oggi palcoscenico mozzafiato di un’arte senza tempo ed il tempio di Serapide, del II Secolo A.C.. Le “Stufe di Nerone” hanno poi sempre rappresentano poi un’esperienza davvero intensa, dove ogni fortunato ospite ha potuto godere dei benefici termali in un impianto praticamente identico a quello di millenni fa.

La statua di “Zeus in trono” risale al I secolo a.C. Alta 74 centimetri, rappresenta l’iconografia classica del dio greco. È stata esposta dal 1992 fino al 2017 al Getty Museum di Los Angeles, dopo essere finita in un giro di ricettatori. Ora è di nuovo nel Castello di Baia. Ph. Mario Laporta/KONTROLAB

La magia del lungomare Puteolano, oltre a regalarci un paesaggio magnifico, si arricchisce dei tanti ristoranti dove poter gustare i frutti del generoso mare appena pescati e godere dei vini ormai famosi in tutto il mondo, ricavati dai vigneti che in quest’area baciata dalla fortuna producono uve come la Falanghina che qui viene coltivata fin dal 700 A.C., o il Falerno, già riservato all’elite romana e che trovava tra i suoi estimatori senza tempo anche il grande osservatore dell’epoca, Plinio il Vecchio. 

Il non distante sito archeologico di Cuma (VIII secolo A.C.), diviso tra i territori di Pozzuoli e Bacoli, ci racconta come un libro aperto il mito della Sibilla (Eneide III) e la vita dei Greci e dei Romani che qui trascorsero il loro tempo, rendendolo un ambitissimo luogo di villeggiatura in perenne competizione con la vicina e fascinosa Baia, anche quest’ultima avamposto militare e portuale nonché punto di riferimento per la vita politica e culturale, che nel gioco della vita sociale senza tempo si districava tra forti competizioni, gelosie, tradimenti e tanta passione.

CUMA – – TEMPIO DI GIOVE/BASILICA, FONTE BATTESIMALE
PH. MARIO LAPORTA

Proprio di fronte all’isoletta di Punta Pennata ci si imbatte nello “Schiacchetiello”, una spiaggia incastonata tra gli scogli come un gioiello prezioso che riflette tutti i colori del chiarissimo mare, da sempre location prediletta per l’ambientazione di antiche leggende e ovviamente per i miti greci, che qui indicano il luogo in cui Ulisse avrebbe deciso di approdare ammaliato dalla bellezza dell’area Flegrea. 

Dopo una giornata di mare o trascorsa riscoprendo le innumerevoli bellezze naturali ed archeologiche uniche al mondo, con le isole di Procida e di Ischia tanto vicine che sembrano poter essere accarezzate, il sole cala sulla vita del Golfo che così inizia a riversarsi nei tanti locali glamour che dalla costa si adagiano fino all’anticamera del mare, come l’Alma Beach Events, complesso turistico che anima le serate più chic e ricercate, che si protraggono gioiose fino alle prime luci dell’alba. Ma adesso la scena è delle stelle, uniche vere custodi dei segreti e dei sogni racchiusi da millenni in questa cornice incantata sospesa tra passato e presente, e così brillano sulla costa, sul Tirreno, e sulla terra che respira e si gonfia sulla caldera incandescente.

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Pompei celebra la vanità femminile dell’età Bronzo

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Si intitola “”Venustas. Grazia e bellezza a Pompei” la Mostra inaugurata questa mattina nella Palestra grande del Parco Archeologico dal direttore generale, Massimo Osanna, e che mette in vetrina i reperti della cosmesi femminile a partire dall’eta’ del Bronzo (XV sec a. C.) e dell’eta’ del Ferro (VIII – VII sec a. C., fino ai gioielli in oro rinvenuti dagli scavi dela Casa di Helvius Severus, la Casa della Venere in bikini, nota per la statuetta omonima di Venere, la Casa di L. Caelius Ianuarius. La “fiera delle vanita’” parte, quindi, da lontano,con spilloni e spille in osso, ambra e bronzo, che adoperavano le donne del villaggio primitivo di Longola Poggiomarino.

Erano ornamenti tipici di un abitato protostorico che dava una particolare attenzione all’ambra e alle decorazioni con forme di animali come amuleti contro la malasorte. Nelle vetrine della mostra seguono i reperti legati alla cosmesi e all’ornamento rinvenuti nelle tombe femminili della necropoli protostorica di Striano (VIII-VII sec a.C.). Per poi passare agli ornamenti dell’eta’ arcaica e classica a Stabia (necropoli di S. Maria delle Grazie) con i vari oggetti rinvenuti nelle tombe femminili del VI e V sec a. C., fibule e suppellettili che accompagnavano la defunta nell’aldila’. Creme, trucchi, bagni di profumo, specchi per ammirarsi, ornamenti per abiti e gioielli, amuleti, statuette e preziosi dedicati agli dei sono oggetti di vezzo e di moda con i quali, durante i millenni, le donne hanno inseguito un’ideale di perfezione e di bellezza. La mostra, che terminera’ il 31 gennaio del prossimo anno, e’ organizzata dal Parco archeologico di Pompei ed e’ suddivisa in 19 vetrine che seguono un excursus cronologico atraverso l’esposizione di circa 300 reperti. La sezione piu’ affascinante e’ quella che riguarda Pompei, perche’, a partire dal I secolo d.C., grazie ad alcune leggi promulgate da Augusto nel 9 d.C. , che concessero la liberta’ di gestire il patrimonio alle spose fedeli e fertili, la donna romana divenne piu’ attenta alla cura del proprio aspetto e comincio’ ad ornarsi di gioielli, trucchi, profumi e vesti preziose.

Ampio spazio, quindi, alle attivita’ estetiche praticate dalle pompeiane i cui gioielli e profumi sono tutt’oggi copiati e indossati dalle donne moderne. Si tratta di oggetti e aromi che venivano dedicati agli dei le cui essenze erano – e sono tuttora – costosissime. Persino gli ex voto per chiedere protezione prevedevano statuette di divinita’ ornate di gioielli. Le donne utilizzavano oggetti per l’igiene (pinzette, bastoncini in bronzo e osso per pulire le orecchie), veri e propri set da bagno (lo strigile, le boccette con l’olio). E, ancora, oggetti da toeletta, come pissidi in osso e bronzo (contenitori per creme e trucchi), con spatole e cucchiaini per amalgamare e spalmare le sostanze cosmetiche.

E profumi, il cui uso risale all’Egitto faraonico, noto centro di produzione e esportazione, a cui si affiancavano Napoli, Capua, Paestum e in misura minore la stessa Pompei, dove il profumo divenne simbolo di lusso ed esibizione di status sociale. Non da meno sono i tantissimi ori da Pompei, anelli, orecchini, bracciali, armille (bracciali portati sul braccio o sull’avambraccio) e collane. Tra i bellissimi esemplari di oro, ve ne sono alcuni ritrovati sul corpo delle vittime, come l’armilla di una donna rinvenuta nella Casa del bracciale d’oro, o quella con la scritta “Dominus ancillae sua” (Il padrone alla sua schiava) da Moregine, alla periferia meridionale di Pompei.

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