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Brexit: Jo Johnson, fratello “europeista” di Johnson lascia il suo posto di viceministro e deputato dei Tory

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Rottura anche nella famiglia Johnson sulla Brexit: Jo, fratello minore filo-Ue del premier Boris, ha annunciato oggi le sue dimissioni dall’incarico di viceministro accettato dopo l’ascesa del primogenito a Downing Street, e la sua uscita dal gruppo Tory alla Camera dei Comuni in dissenso dalla linea sulla questione di possibile divorzio no deal da Bruxelles. Jo Johnson, che si era gia’ dimesso una prima volta dal governo di Theresa May sul dossier Brexit, ha fatto sapere di sentirsi “lacerato tra la famiglia e l’interesse nazionale”.

Nel suo messaggio di addio, Johnson junior riconosce di non essere in grado di risolvere il conflitto interiore fra la lealtà alla sua famiglia e le sue idee rispetto al futuro del Paese. Per questo annuncia in effetti non solo le dimissioni dal governo o dal gruppo, ma anche la rinuncia al seggio parlamentare e – almeno per ora – l’interruzione della sua carriera politica. “E’ stato un onore – scrive Jo Johnson, che a differenza del fratello Boris aveva votato Remain al referendum sulla Brexit del 2016 – rappresentare (gli elettori del collegio di) Orpington per 9 anni e di servire come viceministro sotto tre diversi premier. Nelle ultime settimane sono stato tuttavia lacerato fra la lealta’ alla mia famiglia e l’interesse nazionale: e’ una tensione insolubile e quindi e’ tempo di cedere ad altri i miei ruoli di deputato e di viceministro”.

Nel frattempo che si consuma questa lacerazione  personale, familiare e politica, il governo Tory di Boris Johnson rivede la sua strategia per cercare di arrivare a elezioni anticipate a breve, dopo le sconfitte in serie patite ieri alla Camera dei Comuni sulla legge anti-no deal promossa dagli oppositori di una hard Brexit e sulla prima mozione per la convocazione delle urne. Lo segnala una fonte del Labour, riferendo di aver ricevuto rassicurazioni sulla volonta’ dell’esecutivo di non ostacolare più il passaggio ulteriore dell’odiato testo anti-no deal ai Lord – in corso in queste ore – in modo da consentirne la piena approvazione in pochi giorni. Il premier insiste di non voler chiedere alcun rinvio della Brexit. Ma la disponibilita’ a facilitare l’iter della legge anti no deal mira evidentemente a ottenere dalla Camera quell’ok alle elezioni negato ieri. Un ok che Jeremy Corbyn e alcuni laburisti sembrano giudicare inevitabile a stretto giro, una volta varata la legge, ma che altri chiedono tuttavia di rinviare a novembre: sperando di poter imporre prima per legge a BoJo l’umiliazione di dover chiedere a Bruxelles una proroga oltre il 31 ottobre.

Johnson, però, nonostante le reiterate sconfitte, è tornato alla carica sulle elezioni anticipate, annunciando un nuovo voto alla Camera dei Comuni per la convocazione delle urne, dopo il mancato quorum di ieri su una prima mozione in favore del voto politico il 15 ottobre. Il nuovo tentativo e’ in programma per lunedi’, secondo quanto reso noto oggi agli stessi deputati dal ministro dei Rapporti con il Parlamento (Leader of the House), Jacob Rees-Mogg.

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Israele, Netanyahu rinuncia a formare il governo. Ora ci prova Gantz

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Benjamin Netanyahu passa la mano, e adesso tocca a Benny Gatz tentare di dare un governo a Israele. Il premier uscente del Likud ha gettato la spugna, restituendo al capo dello Stato, Reuven Rivlin, il mandato che quest’ultimo gli aveva affidato. In una dichiarazione video, Netanyahu ha sostenuto di aver lavorato “incessantemente” per formare un “ampio governo di unita’ nazionale” che includesse i partiti religiosi, alleati del Likud, e il rivale Blu e Bianco guidato dall’ex capo di stato maggiore delle forze di difesa, Benny Gantz. Ma, ha denunciato, e’ stato proprio quest’ultimo a impedirglielo: “Nelle ultime settimane ho tentato di tutto per portare Gantz al tavolo del negoziato ma sfortunatamente, lui si e’ sempre rifiutato, ogni volta”. “Bibi ha fallito di nuovo”, e’ il commento lapidario di Yair Lapid, numero due di Blu e Bianco, al quale, ha annunciato l’ufficio di Rivlin, sara’ affidato l’incarico. Il 60enne Gantz, che ha 28 giorni di tempo per dar vita a un esecutivo, ha annunciato che questo dovra’ essere “liberale”, nel senso che limitera’ l’influenza dei partiti di impronta religiosa. “E’ il momento – ha affermato una nota del partito – di agire”. A Netanyahu, invece, tocca attendere, sperando in un ritorno alle urne, l’esito di una vicenda giudiziaria che potrebbe vedere la sua incriminazione. E’ l’intenzione manifestata di recente dal procuratore generale Avichai Mandelblit, decisione che dovrebbe arrivare entro dicembre. Netanyahu e’ coinvolto, tra gli altri scandali, nel Caso 4000, ovvero quello di presunti favori a una societa’ di telecomunicazioni in cambio di una copertura mediatica favorevole al premier. Di recente Netanyahu e’ stato impegnato in una serie di udienze preliminari in cui ha cercato da un lato di far cambiare idea al procuratore generale e dall’altro, di salvare la propria carriera politica.

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Brexit diventa una barzelletta, da Londra arrivano tre lettere all’Ue e Johnson promette che esce il 31 ottobre

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Che fosse una cosa difficile l’avevamo capito. Che però diventasse anche qualcosa di comico-ridicolo non ce l’aspettavamo. Parliamo di Brexit. Oggi è stata la giornata in cui dall’Inghilterra sono arrivate tre lettere all’Ue da Londra. Poi spieghiamo quali. Intanto è certo  che il governo di Boris Johnson continua a spingere perché la Brexit avvenga il 31 ottobre, anche dopo che il Parlamento ha costretto il premier a scrivere a Bruxelles per chiedere un nuovo rinvio. La giornata di sabato, con un voto storico a Westminster sul nuovo accordo trionfalmente annunciato due giorni prima, avrebbe dovuto dare la svolta decisiva, 3 anni dopo il referendum del 2016. Invece i deputati hanno dato un altro schiaffo a Johnson e deciso di posticipare la propria decisione. Effetto: gli europei si trovano in mano tre lettere, che dicono tutto e il contrario di tutto. Mentre mancano 11 giorni al divorzio e i settori economici temono gli effetti di un no deal. Prima lettera: quasi apocrifa, non firmata da Boris Johnson, chiede il rinvio al 31/01/20 della Brexit. Seconda lettera: firmata da Johnson, che vi afferma di non volere il rinvio. Terza lettera: scritta dall’ambasciatore britannico all’Ue Tim Barrow, precisa che il rinvio è stato chiesto solo per rispettare la legge. Michael Gove, braccio destro del premier, è intervenuto ai microfoni di Sky News: “Usciremo il 31 ottobre. Abbiamo i mezzi e le capacità per farlo”. Poi il ministro degli Esteri Dominic Raab ha aggiunto a Bbc di credere che il governo “abbia i numeri” per l’approvazione dell’intesa, mentre molti “nell’Ue non vogliono una proroga”. Sul lato europeo, a Bruxelles il presidente del Consiglio, Donald Tusk ha annunciato sabato sera che avrebbe “cominciato a consultare i leader dell’Ue sul modo di reagire”. E una fonte europea ha poi aggiunto che le consultazioni con i 27 “potrebbero durare alcuni giorni”. In mattinata durante una breve riunione a Bruxelles tra gli ambasciatori dei 27, assieme al capo negoziatore Michel Barnier, la questione è stata avocata ma non discussa.

“L’Ue tiene tutte le opzioni aperte” ha detto un diplomatico europeo. Insomma, l’Ue prende tempo.Il leader laburista Jeremy Corbyn, intanto, ha esultato: “il dannoso accordo è stato sconfitto” e “nonostante la sua postura irritante e fanfarona” Johnson ha dovuto “obbedire alla legge”.

Cioè al Benn Act, approvato a settembre per evitare un no deal, che l’ha obbligato a chiedere il rinvio. Il testo prevede che, se un accordo non fosse stato approvato al Parlamento entro il 19 ottobre, il premier avrebbe dovuto fare la richiesta di proroga al 31 gennaio. Johnson sperava di evitarlo facendo approvare l’intesa sabato. Previsione sbagliata e nuova incertezza totale.

Alcuni deputati del Labour hanno anche ipotizzato che l’invio della seconda lettera da parte di BoJo sia illegale, annunciando che valutano di portarlo in tribunale per “oltraggio al Parlamento e ai tribunali”.

Il successore di Theresa May ha assicurato che “la settimana prossima” presenterà al Parlamento la legge necessaria all’attuazione del suo accordo, con un primo voto possibile già martedì. “Se passeremo la legge in tempo, non ci sarà estensione. Il 31 ottobre è in vista”, ha sottolineato Gove. Il governo può contare sul sostegno di alcuni ribelli Tory, che erano stati espulsi per aver appoggiato il Benn Act.E lunedì potrebbe tentare di nuovo il voto per approvare l’intesa, ma spetterà allo speaker John Bercow stabilire se questo sarà possibile.

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Bus esce di strada e prende fuoco: almeno 30 morti

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Almeno 30 persone sono decedute quando un autobus affollato è uscito di strada e si è incendiato vicino a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, secondo quanto riferito da un funzionario locale. “L’attuale bilancio è di 30 morti, altri 18 hanno ustioni di terzo grado”, ha detto il portavoce della Croce Rossa David Nsiala ad AFP.”Stiamo continuando il lavoro di identificazione dei corpi”, ha aggiunto Nsiala, che gestisce la Croce Rossa nel territorio di Mbanzea-Ngungu, a sud-ovest di Kinshasa. L’autobus, carico di persone e merci, stava viaggiando da Lufu a Kinshasa quando i suoi freni si sono rotti, ha detto ad AFP Didier Nsimba, vicedirettore del territorio di Mbanza-Ngungu.L’incidente è avvenuto verso l’una del mattino, ha aggiunto.Un passeggero ferito ha detto che più di 100 persone erano nel veicolo in quel momento. Molti corpi sono bruciati e irriconoscibili, ha aggiunto. Mbanza-Ngungu si trova a circa 150 chilometri da Kinshasa sull’autostrada 1, una strada con una triste reputazione per quanto riguarda gli incidenti mortali.

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