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Boccia alle Regioni, stop alla corsa alle ordinanze

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Il ministro Francesco Boccia nel coordinamento con Regioni, Anci e Upi ha chiesto oggi, secondo quanto si apprende, di “non fare ordinanze singole perche’ non incidono se non sono omogeneizzate con le indicazioni dello Stato” e di “aspettare il governo, che dal primo momento sta lavorando per omogeneizzare sempre piu’ le misure”. Ora “quello che conta e’ quanti posti di terapia intensiva vengono aperti ogni giorno – ha detto -, questa deve essere la nostra comune ossessione collettiva per salvare la vita degli italiani”. “Non conta quante ordinanze si fanno perche’ alla fine dell’emergenza tutti saremo giudicati sull’aumento delle terapie intensive – ha detto Boccia, secondo quanto riferito -, su quante vite umane si saranno salvate e su come e quanto avremo difeso il diritto universale costituzionale alla salute.

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Politica

In Italia 50 milioni di mascherine, Di Maio: “impossibile senza estero”

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Dall’inizio della diffusione del coronavirus, sono arrivati in Italia oltre 50 milioni di mascherine ed altre ne arriveranno nei prossimi giorni. Un numero enorme, ma non abbastanza per soddisfare la richiesta che, stando a quanto riferito dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si aggira intorno ai 100 milioni di mascherine al mese, circa 3 milioni al giorno. Per questo lo stesso titolare della Farnesina ha invitato oggi ad evitare le polemiche “sui soldi che spendiamo per comprare mascherine e ventilatori all’estero”. “Non e’ il momento delle polemiche perche’ senza acquisti dall’estero sarebbe impossibile fronteggiare il nostro fabbisogno”, ha sottolineato Di Maio a margine della sua visita all’aeroporto militare di Pratica Di Mare, dove ha accolto l’arrivo di medici e infermieri dall’Ucraina e di aiuti sanitari dall’Egitto. Al momento, ha spiegato, “la produzione interna non consente di raggiungere neanche la meta’ del fabbisogno”. “E’ logico che abbiamo avuto aiuti – ha aggiunto – ma anche che abbiamo avuto bisogno di comprare all’estero. E se abbiamo potuto comprare all’estero e’ grazie al fatto che abbiamo avuto dai governi anche la possibilita’ di esportare i prodotti che compravamo”. E intanto nelle dogane di tutta Italia continua senza sosta il lavoro dei funzionari dei Monopoli, oggi piu’ che mai impegnati sul fronte del controllo dei beni in partenza e in arrivo in Italia. Negli ultimi dieci giorni sono state requisite ai confini circa 1,8 milioni di mascherine e altro materiale sanitario, come guanti in lattice, dispositivi per la respirazione e ventilatori polmonari. Uno stop all’esportazione previsto dallo stesso decreto “Cura Italia”, firmato dal premier Giuseppe Conte. Tutto il materiale fermato in dogana viene poi messo a disposizione della Protezione Civile che decide quale ente ne beneficera’. Un lavoro che si accavalla a quello di sdoganamento della merce. Solo negli ultimi due giorni i funzionari Adm hanno dato il via libera per circa 16 milioni di mascherine. Numeri che saranno analizzati e presentati accuratamente nei prossimi giorni. Oltre al materiale requisito, inoltre, ci sono altre centinaia di migliaia di prodotti sanitari fermi in attesa di autorizzazione, da La Spezia a Bologna, da Fiumicino a Malpensa. Quello delle mascherine e’ un tema caldo in questi giorni e sono molte le aziende italiane che si stanno riconvertendo per produrre i dispositivi di protezione. Non solo industrie e aziende, ma in prima linea, da oggi, ci sono anche tre carceri: Bollate, Salerno e Rebibbia. Si tratta di “otto impianti automatizzati che nell’arco di 15 giorni consentiranno di produrre 400 mila mascherine al giorno, i quali potranno progressivamente aumentare”, ha spiegato il commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri. “Non solo le istituzioni l’esercito e le amministrazioni regionali, ma anche i detenuti possono dare un contributo a questa guerra – ha concluso -. Questo ci da’ ancora piu’ forza per andare avanti”.

 

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Politica

Asse Parigi-Berlino per Mes light ma cercano una intesa con l’Italia

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Asse Parigi-Berlino su una versione light del Meccanismo europeo di stabilita’ per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Ma l’Italia dice no: la risposta adeguata, insiste il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, non puo’ che passare per l’emissione comune di bond europei. In vista dell’Eurogruppo di martedi’ i ministri Le Maire e Scholz si presenteranno con una posizione comune, che appoggia tutte le misure a breve termine, incluso l’utilizzo del Mes con condizionalita’ molto alleggerite. Una posizione cui pero’ continua a opporsi Roma perche’, e’ il ragionamento ripetuto dal governo italiano, il Mes resta “uno strumento inadeguato a gestire questa crisi” e potrebbe essere sfruttato solo cambiando completamente pelle e diventando un fondo per la lotta alla pandemia, senza condizionalita’, mantenendo dello schema attuale, di fatto, “solo il nome”. In giornata la Commissione aveva cercato di diversificare il dibattito, allontanandolo dalla battaglia anche ideologica sui Coronabond contro il Mes, invitando a parlare delle altre opzioni sul tavolo. “Ce ne sono molte in preparazione” aveva detto il vicepresidente della Commissione Ue responsabile dell’economia, Valdis Dombrovskis, cercando di attirare l’attenzione sugli strumenti operativi da subito per arginare le perdite. Dagli aiuti di Stato allentati, estesi proprio oggi fino a fine anno, al nuovo piano da 200 miliardi per le imprese della Banca europea degli investimenti. L’Eurogruppo di martedi’ avra’ un’agenda molto ricca. L’Europa aggiunge munizioni all’arsenale con cadenza quasi quotidiana, per rendere la risposta economica il piu’ potente possibile. E anche per dare l’immagine di un’Unione d’accordo quasi su tutto. Oltre alla Bei, che portera’ al tavolo la creazione di un fondo di garanzia di 25 miliardi per offrire alle imprese europee liquidita’ per investimenti, c’e’ poi il Sure, lo schema da 100 miliardi che la Commissione Ue ha messo in campo per rimpolpare la cassa integrazione dei 27, e il re-indirizzamento dei fondi strutturali. A tutto questo, l’Eurogruppo dara’ il suo ok senza riserve. Ma quando si arrivera’ a discutere del post-crisi, cioe’ di come – e se – ne usciranno le economie e i conti dei Paesi piu’ in difficolta’, la discussione si animera’. Il lavoro preparatorio fatto dagli sherpa dei ministri e’ avanzato su un solo punto: il Meccanismo europeo di stabilita’. Questo perche’ il Mes e’ l’unico strumento ufficialmente sul tavolo fin dal primo momento, visto che e’ l’arma europea contro gli shock economici, l’unica che puo’ intervenire finanziariamente quando un Paese entra in difficolta’ e non riesce a fare fronte ai pagamenti. Vista l’esperienza della Grecia e degli altri salvataggi, in queste settimane di negoziati e contatti tutti i 19 sono almeno d’accordo ad alleggerire le condizioni per ottenere gli aiuti. “Non ci devono essere assurde condizionalita’ e non ci sara’ nessuna troika nel Paese”, assicura il ministro dell’economia tedesco Olaf Scholz, descrivendo il lavoro che si fa in queste ore. L’idea e’ di avere un solo tipo di condizionalita’, uguale per tutti, che leghi l’utilizzo degli aiuti all’emergenza, quindi sufficientemente vaga da non esporre le debolezze di nessun Paese. La Francia si allinea alla Germania sul Mes, ma non rinuncia al ruolo di mediazione tra il Nord e il Sud. Sul tavolo dell’Eurogruppo ci sara’ quindi anche la proposta francese di dare vita a un fondo temporaneo, gestito dalla Commissione Ue, che emetta bond sul mercato con garanzie comuni. Parigi e’ infatti convita che, anche se tutti accettassero politicamente l’idea degli eurobond, non sara’ mai un’operazione di breve termine. Il direttore generale del Mes, Klaus Regling, ricorda che per dare vita ad uno strumento del genere servirebbero dai 7 mesi a un anno. Ma l’economia, soprattutto di chi è piu’ malmesso, non puo’ aspettare cosi’ tanto. Chi e’ contrario al Mes, Italia in testa, lo e’ anche perche’ non lo ritiene sufficiente: un prestito pari al 2% del Pil del proprio Paese non basta a rilanciare l’economia. Ma per tutto il resto, c’e’ la Bce: l’attivazione del Mes e’ il prerequisito che consentirebbe alla Bce di tirare fuori il suo bazooka, cioe’ l’Omt. Le consentirebbe di acquistare titoli di Stato in quantita’ illimitata, di fatto azzerando il rischio sul debito.

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Gli affanni mentali del nonnetto di Bergamo che usa soldi pubblici per sputare addosso a Napoli e al Sud

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Soffermiamoci anche oggi sulla prima pagina del quotidiano Libero. Un giornale che ha come ragione sociale quella di insultare Napoli e il Sud ed interpretare le notizie in base agli affari del proprietario più o meno occulto (ma di questo si occupa la Guardia di Finanza). L’altra particolarità di questo giornale è quella di poter scrivere la qualunque facendosela pagare con i soldi pubblici, dunque anche con le risorse dei contribuenti del Sud puntualmente offesi ad libitum. Oggi l’arzillo nonnetto bergamasco, Vittorio Feltri, si esercita con il Paese di Pulcinella. Poi piazza il titolone centrale sulla “quarantena alla napoletana” con fotone schiacciato preso da lontano. In questo caso, un bravo il fotografo,  ha usato un teleobiettivo per accentuare la sensazione di schiacciamento. È una tecnica mistificatoria usata spesso quando non si vuole dare la reale percezione delle distanze e delle presenze. I fotografi professionisti lo sanno e non ricorrono a queste tecniche. Però il nonnetto di Bergamo doveva far sembrare  i napoletani uno addosso all’altro e quella foto era ottima per l’occorrenza. E pure ci sta che si critichi l’eccessiva, inutile presenza in strada di gente, a Napoli come a Padova, come a Genova. Ci sono le misure di distanziamento sociale e devono essere rispettate da tutti. Però il nonnetto di Bergamo si diverte a sfottere i napoletani, perchè lui è fatto così, va in erezione (in senso figurato, data l’età) quando il giorno dopo sotto i suoi profili social trova gli insulti di chi ci casca nelle sue provocazioni e invece della pernacchia lo manda affanculo, magari anche con qualche kitemmuorto. Traduzione per chi risiede nelle valli padane, seriane, bergamasche: il kitemmuorto è quando qualcuno ti ricorda i morti anche lontano dalla data della giornata della loro commemorazione. E così, pure questa mattina, come fa sempre da anni, nel corso di una vita professionale di corte, e passando da una corte all’altra, servendo però sempre più o meno gli stessi padroni e padrini, nonno Vittorio si starà divertendo a commentare qualche insulto e starà godendo (ognuno gode come può) sulle presunte incazzature di napoletani e palermitani insolentiti.

 

Devo dire che le questioni che pone nonno Vittorio sono spiacevoli. Perchè di Vittorio Feltri, almeno a me, non fa più specie quel vago e disgustoso modo razzista di approcciare qualunque cosa dei napoletani e dei meridionali. A me non danno fastidio i suoi affanni mentali che poi diventano quasi sempre motivi per vomitare insulti, epiteti razzisti, espressioni squallide e luogo-comuniste su Napoli e sul Sud. No, questo è Feltri. Lui era così prima, è così anche in tempi di epidemia. L’infezione in questo caso non è il covid 19 ma il suo razzismo che purtroppo fa proselitismo.

Quello che a me infastidisce, lo ripeto, non è quello che scrive Feltri (per inciso, secondo me Crozza lo fa meglio il nonnetto bergamasco razzistello e un po’ rincoglionito dall’età e dal cicchetto ) ma il mezzo che usa e i soldi con cui viene pagato. La vergogna di questo Paese non è consentire libertà d’insulto ad un vecchietto che ha problemi seri di ossigenazione al cervello. No, il problema è consentire all’ineffabile direttore-cabarettista di Libero, bergamasco di nascita e razzista di adozione, sempre più a corto di idee, di aver percepito anche quest’anno soldi di finanziamento pubblico per il suo giornale.  Anche quest’anno, il nonnetto della bergamasca, ha incassato 5,4 milioni di euro dal Dipartimento per l’Editoria di Palazzo Chigi. E con questi soldi fa questo giornale. Questi soldi li potrà spendere per continuare ad insultare non solo Napoli, il Sud ma anche Palazzo Chigi, il Quirinale e l’intelligenza degli italiani. Tanto lui salva dal vaniloquio quotidiano fatto di turpiloquio solo i suoi padrini e padroni. Ricordo male o doveva essere abolito, o è stato abolito, il finanziamento pubblico ai giornali di partito e alle finte cooperative di giornalisti? Comunque ecco l’’elenco dei primi dieci giornali percettori di soldi:

  1. Dolomiten (6,1 milioni di euro)
  2. Avvenire (5,5)
  3. Libero (5,4)
  4. Il Manifesto (3)
  5. Il Quotidiano del Sud (2,9)
  6. Primorsky Dnevnik (2,6)
  7. Cronacaqui (2,3)
  8. Corriere di Romagna (2,2)
  9. CronacheDi (1,3)
  10. Quotidiano di Sicilia (1).

A buon intenditor, poche parole.

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