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Cronache

Bimbo di 6 anni non convocato dalla squadra di calcio, la mamma protesta a Torre del Greco

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Il figlio viene escluso dai convocati che disputano le partite del loro campionato di calcio e ogni domenica deve restare a casa mentre gli altri giocano e segnano. Un episodio considerato intollerabile se rapportato all’eta’ del protagonista: 6 anni appena. E allora la mamma del piccolo, stanca di vedere il figlio deluso allenarsi tutta la settimana, anche perchè i genitori versano regolarmente la quota di iscrizione alla scuola calcio, e poi restare a casa il giorno della partita ‘perche’ non considerato all’altezza’, ha deciso di protestare fino ad arrivare ad affiggere alcuni striscioni all’esterno della sede del sodalizio sportivo. Il fatto si è verificato a Torre del Greco (Napoli) e a raccontarla oggi è il quotidiano Metropolis. “Ho voluto richiamare l’attenzione dei dirigenti e degli altri genitori – dice la donna – anche perche’ sono stanca dei silenzi attorno a questa vicenda, che ritengo ingiustificabile se rapportata all’eta’ dei ragazzini”.

In uno striscione affisso nella zona alta e periferica della citta’ vesuviana, la donna si chiede: “Chi ha visto Mancini?”, citando il selezionatore della Nazionale di calcio un po’ per canzonare l’allenatore che estromette dalla rosa il figlio e un po’ anche per accendere l’attenzione su un’esclusione che nulla ha a che fare con il concetto di sport legato ai bambini, che e’ essenzialmente divertimento ed inclusione: ”Mio figlio non ha problemi motori, per fortuna. Ma cosa sarebbe stato se invece avesse presentato degli handicap?” si chiede ancora la mamma del ragazzino.

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Cronache

Caro Enrico Mentana, che problemi hai con Napoli?

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Quando i sindaci dell’isola d’Ischia scrissero la prima ordinanza sensata d’Italia con cui chiudevano l’isola a chiunque arrivasse dalle zone rosse (Lombardia, Veneto e Cina ) dove si insinuava l’infezione da coronavirus, Enrico Mentana prese un articoletto  scritto in fretta e pubblicato sul suo giornale on line (non La 7), interpretò l’ordinanza come atto di razzismo e espose i primi cittadini firmatari al ludibrio pubblico con una scritta: La Vergogna. La classica scelta di pancia per stimolare gli istinti più biechi delle tifoserie opposte. Era il 23 febbraio, Mentana non aveva capito nulla della gravità della propagazione del contagio da coronavirus. Lui era fermo al “raffreddore un po’ più forte”. I sindaci di Ischia, invece, che avevano letto dello stato di emergenza proclamato dal 31 gennaio al 31 luglio dal Governo Conte, e che seguivano con preoccupazione quanto accadeva nel nord Italia, volevano semplicemente blindarsi non applicando le leggi razziali fasciste, ma seguendo le regole di distanziamento sociale consigliate dall’Organizzazione mondiale della sanità. Per Mentana sono norme razziste, forse. Poi sono passati due mesi. Poi sono morte 13155 persone per effetto del covid 19 e chissà quante altre ancora ne moriranno. Poi ci sono già quasi un milione di contagiati nel mondo. Poi ci sono Paesi come gli Usa che si preparano a subire perdite umane tra le 100mila e le 240 mila persone. C’è la Spagna messa in ginocchio, dove scelgono chi intubare e chi far morire. Poi c’è una pandemia. C’è l’Europa come costruzione politica che sta per saltare in aria per colpa del coronavirus. E Mentana, a quei sindaci che insolentì e insultò ingiustamente, non ha mai chiesto scusa. Quei sindaci di Ischia intendevano chiudere tutto (lo fece molti giorni dopo e ad epidemia in atto nel Paese il premier Giuseppe Conte ) per difendere una comunità isolana che non ha a portata di mano il Sacco di Milano o il Cotugno di Napoli ma un piccolo ospedale ridotto all’osso quanto a risorse umane ed apparecchiature elettromedicali. Così era, così è quell’ospedale. A ISchia avevano paura, a Ischia hanno paura del coronavirus e del contagio.

Enrico Mentana. Cavallo di razza del giornalismo italiano che ogni tanto ha delle défaillance quando parla di Napoli

Oggi Mentana ci ricasca. Forse inconsciamente, forse perché ha necessità  di stimolare la pancia della gente, forse perché sta facendo degli esperimenti sociali sulla competizione tra ormoni e neuroni, insomma sarà quel che sarà, ha pubblicato un altro articoletto. In questo articoletto scritto velocemente ricopiando alcune notizie di agenzie che rimasticano un servizio di Sky News sull’ospedale Cotugno e sulla efficienza dei medici napoletani, dal suo profilo facebook Mentana scrive: “A Napoli c’è anche una eccellenza”. L’eccellenza è o sarebbe il Cotugno. Ora si può accettare tutto. Si possono accettare critiche. Si possono sopportare anche errori ed omissioni nel racconto di Napoli. Ma a proposito di razzismo e stereotipi, diciamo che Enrico Mentana (giornalista giornalista, occorre sempre riconoscerlo) comincia a diventare anziano. Forse i carichi di lavoro diventano pesanti e gli orgasmi da social network diventano sempre più difficili da sostenere. Diciamo che cominciano a non essere più orgasmi giornalistici naturali ma qualcosa di davvero pompato, di innaturale. Diciamo che certe cose non sembrano essere frutto delle sue eccezionali doti giornalistiche (non c’è alcuna ironia, lui è davvero un maestro) ma figlie dell’assunzione di qualche pillola di viagra (viagra giornalistico, s’intende!) che gonfia a dismisura le prestazioni (le notizie) fino a farle diventare fasulle.

PS: In questo caso è il vestitino, l’abitino con cui si veste il pezzo che fa pena. Non il contenuto.

 

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Lo Stato o è serio e affidabile o il rischio è che tra due (o più) litiganti il terzo (la mafia) gode

Catello Maresca

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Oggi ho letto una notizia che mi ha preoccupato. Anzi, ne ho lette più d’una che hanno avuto il medesimo effetto.
Un forte senso di disagio mi ha assalito già sentendo il governatore della Campania litigare con il ministro dell’Interno e dare sempre più l’immagine di uno Stato completamente allo sbando, creando una confusione ormai imbarazzante.
Pensavo, ad esempio, ai poveri poliziotti ad un posto di blocco nel centro storico di Napoli, chiamati a spiegare a qualche becero viandante la prevalenza di un’ordinanza rispetto ad un’altra, in un ormai complicatissimo equilibrio tra fonti del diritto.
Ho girato pagina alla disperata ricerca di una notizia che mi rasserenasse, almeno un po’.
Ed invece il mio già precario equilibrio psicofisico ha subito un altro colpo durissimo.
Mi sono imbattuto in un manifesto, una specie di proclama, una chiamata alle armi, sotto forma di padelle e cucchiarelle sbattute alle ringhiere. Un flashmob, promosso, a quanto riportato, dai detenuti delle carceri napoletane.

Antonio Bastone. Il narcotrafficante di Secondigliano che scrive lettere dal carcere di Poggioreale dov’è ristretto da un po’ di anni

Voglio essere chiaro subito, non ho niente contro i detenuti. Voglio solo che scontino la giusta pena, irrogata dopo un regolare processo, perché paghino per il danno procurato alle loro vittime, centinaia di persone perbene derubate, rapinate, violentate, drogate e uccise.
Solo questo vorrei, vorrei che il mio Stato, uno Stato serio e affidabile, assicurasse giustizia. A tutti e per tutti.
E vorrei che lo facesse con una reale funzione rieducativa, consentendo ai detenuti di ripagarsi le spese sostenute per la loro detenzione attraverso un sano e costruttivo lavoro nel carcere e, a certe condizioni per i soggetti meno pericolosi, anche fuori.

Il carcere di Poggioreale. Una foto di archivio di  Mario Laporta – Ag. Controluce – ITALY – Poggioreale Jail in Naples.

Vorrei che lo facesse assicurando condizioni di detenzione decenti, commisurate alla situazione di espiazione di una pena, ricordando agli “ospiti” che, comunque, non saranno mai come quelle di un albergo stellato.
Vorrei che i reclusi più pericolosi fossero messi in condizione di non nuocere più.
Vorrei che il personale tutto, dai direttori agli agenti della polizia penitenziaria, fosse gratificato per il lavoro svolto e che il loro impegno non fosse quotidianamente mortificato.
Vorrei in buona sostanza che ci fosse una vera strategia in un settore nevralgico, da troppo tempo trascurato. E che questa strategia si basasse su una profonda consapevolezza del fenomeno carcerario.
In questa situazione di emergenza, in particolare, vorrei che, invece di spingere per provvedimenti clemenziali senza criterio, si lottasse perché ci fossero strutture sanitarie interne adeguate, presidi utili e scelte ponderate.
Per garantire davvero la tutela della salute di tutti, stando ben attenti che in queste situazioni emergenziali si insinuano sempre, come la storia ci insegna, bieche dinamiche criminali.
I segnali sono già fin troppo evidenti. Il problema sanitario non ha certo cancellato le mafie, le loro modalità operative, i loro interessi che passano anche attraverso il carcere.
Tanti pericolosi delinquenti stanno già pensando a come approfittare  -anche ai danni dei loro stessi compagni di detenzione – della situazione.

Napoli, Italia – Il carcere di Poggioreale. Ph. Mario Laporta Ag. Controluce ITALY – Poggioreale Jail in Naples.

Sembra che ce ne siamo dimenticati.
Attenti alle mafie, loro non si sono ammalate, anzi sono ancora più forti e pericolose!
Il carcere è un mondo che va conosciuto e gestito con il giusto mix di fermezza, umanità e lungimiranza.
La criminalità organizzata ha sempre una strategia e la mette in atto, spesso rimanendo dietro le quinte ad attendere il momento propizio.
Le Istituzioni e gli uomini che le rappresentano devono essere capaci di prevenire le loro mosse prima che il problema scoppi in tutta la sua virulenza e diventi ingestibile.
Ecco, è questo che da uomo dello Stato mi aspetterei. O almeno che ci fossero comportamenti e risposte tranquillizzanti rispetto ad un generale grido di allarme.
E vorrei che queste scelte venissero davvero compiute, prima che sia troppo tardi e che il frastuono delle pentole sulle sbarre dei balconi non diventi tanto assordante da non poter più fare a meno di ascoltarlo.
Il rischio reale è che anche in buona fede si arrivi ad essere costretti ad adottare provvedimenti generali che favorirebbero ancora una volta la criminalità organizzata.

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Secondo L’Eco a Bergamo sono 4500 i morti riconducibili al coronavirus, ma il ministero della Salute ne conta “solo” 2060

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Nella Bergamasca i morti per coronavirus sarebbero molti di più rispetto ai 2.060 ufficiali. Il numero reale dei morti per il Covid-19 nella provincia di Bergamo sarebbe almeno 4.500 in un mese. Questo è quanto emerge da una indagine del quotidiano L’Eco di Bergamo. Il quotidiano chiesto a 91 amministrazioni comunali che rappresentano oltre il 50% della popolazione totale i dati dei decessi sul loro territorio. I dati forniti dalle amministrazioni locali dicono che “nell’ultimo mese di marzo sono morte in totale oltre 5.400 persone di cui circa 4.500 riconducibili al coronavirus”. Prima domanda: com’è possibile che i comuni forniscano questi dati sui decessi, mentre dalla Protezione civile nazionale e a cascata dall’Iss e dal ministero della Salute desumiamo 2060 morti per covid 19.

Lo scarto non è risibile. Parliamo del doppio dei decessi accertati che non vengono comunicati. Secondo domanda: questi dati fasulli nella provincia di Bergamo (diciamo fasulli perchè l’Eco non ha tratto questi dati a caso ma li ha presi da quelli comunicati dai Comuni) si possono riscontrare anche nelle altre province d’Italia? Non sappiamo se lo scarto sia simile, ma a questa risposta ha già fornito qualche delucidazione Juorno in alcuni suoi articoli. Al momento noi sappiamo solo quello che  ufficialmente ci dice il Ministero della Salute. E allora, da quello che i riferisce ogni giorno alle 18 la Protezione civile in un conferenza stampa, il covid 19  ha ucciso in Italia 12.428 persone. Sappiamo che sono  77.635 italiani sono ammalati, almeno così riferisce la protezione civile. Sappiamo che oltre 4mila persone sono in rianimazione e sappiamo che tanti di loro hanno delle polmoniti devastanti. Questi numeri ufficiali dei morti, però, sono riferiti a malati di covid deceduti in ospedale. Sono numeri che si rilevano nelle statistiche ufficiali delle schede di dimissioni ospedaliere per morte. Ma solo quando la morte è sopraggiunta in conseguenza del covid. A questi numeri, però, dovremmo aggiungere, come abbiamo più volte scritto, altre migliaia di altri nostri amici, familiari, concittadini morti nelle nostre case, nelle cliniche private, nelle residenze per anziani.

L’inferno di Bergamo nelle pagine dei necrologi de l’Eco: decine di morti ogni giorno e migliaia di contagiati, ospedali al collasso

 

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