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Spettacoli

Anna Wintour, compie 70 anni la regina di Vogue

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Anna Wintour, domani, compie 70 anni. Astuta donna d’affari e una delle giornaliste più potenti del mondo che ha ispirato Hollywood e resistito al suo posto a dispetto delle turbolenze che mettono in crisi il mondo dell’editoria fa i suoi primi bilanci. Londinese di Hampstead, ma dagli anni’70 negli Usa, Anna e’ un’icona: iconico il taglio a caschetto, iconici gli occhiali da sole indossati anche in ufficio e l’amicizia con Franca Sozzani cimentata dalle nozze della figlia Bea con Francesco Carrozzini. Iconiche le fughe dai party abbandonati dopo solo venti minuti con la sola eccezione di quello del primo lunedi’ di maggio sul tappeto rosso del Metropolitan Museum. Iconica anche la passione per il tennis (gioca all’alba, prima di andare in ufficio), iconici i “September issues”, l’ultimo dei quali, un mattone di 596 pagine, e’ risultato di un terzo piu’ smilzo rispetto al numero del 2007 apparso nel documentario di R. J. Cutler “The September Issue” di cui lei e’ protagonista.

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Cronache

Maresca torna su Nove “Attacco al clan – caccia ai Casalesi”: non è Gomorra, qui i mafiosi non parlano

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Il documentario “Attacco al clan – caccia ai Casalesi” andrà in onda, diviso in due puntate, in prima tv assoluta il 20 e il 27 febbraio alle 21:25 sul canale NOVE. Il magistrato Catello Maresca racconterà in prima persona la passione e il sacrificio degli uomini dello Stato che hanno sconfitto il clan dei Casalesi. Nella prima puntata, il focus è sulla cattura del sanguinario boss Giuseppe Setola. Nella seconda, Maresca ricostruisce le fasi salienti del processo Spartacus a carico del clan, una maxi operazione che ha poi portato alla condanna all’ergastolo per Francesco Schiavone e i principali capi dell’organizzazione mafiosa casertana. Dopo il successo de “Il giorno del giudizio”, avvincente racconto della cattura del superlatitante Michele Zagaria, Maresca (di recente nominato sostituto procuratore generale di Napoli, ndr) ritorna come testimonial dello Stato in tv con questo inedito documentario.  L’obiettivo è quello di mostrare l’altra faccia di Gomorra: la prospettiva dei buoni, donne e uomini dello Stato che con passione combattono ogni giorno il malaffare e la criminalità organizzata.

Dottor Maresca, molti reputano importanti questi documentari. Può spiegarci perché dal suo punto di vista?

Credo sia importante almeno per due aspetti fondamentali. Il primo è legato alla memoria, all’importanza di raccontare ai più giovani e di ricordare a chi ha sofferto, i risultati straordinari conseguiti dallo Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Poi c’è il senso profondo che abbiamo dato a questo racconto: il sacrificio e la dedizione di donne e uomini dello Stato che lottano ogni giorno contro il crimine organizzato. Un taglio inedito: non scegliamo il punto di vista dei criminali, ma quello di chi li combatte animato da forti passioni. Il punto di vista dei buoni.

Crede sia un prodotto che completa – rappresentando le vittorie dello Stato sulla criminalità organizzata – la narrazione forse un po’ troppo unilaterale di Gomorra, che prende invece in considerazione solo i cattivi? 

È esattamente  la prospettiva opposta. Nel primo documentario, “Il giorno del giudizio”, i delinquenti non hanno nemmeno facoltà di parola. Lo stesso Zagaria non lo si sente mai parlare. Anche in questo racconto, che si concentra su altri due fronti caldi, il gruppo di Setola e quello degli Schiavone, abbiamo scelto di lasciare sullo sfondo i criminali dando spazio e voce alla parte sana, gli uomini delle istituzioni che combattono la camorra.

Posso chiederle che effetto le ha fatto rivivere, raccontando davanti ad una telecamera, certe catture (come quella di Setola) che hanno fatto la storia delle investigazioni di questi anni?

Ho rivissuto tante emozioni provate durante quelle attività. Ho rimesso piede nell’aula di tribunale in cui si celebrò uno dei processi al gruppo di Setola; ho ricordato le tante riunioni, i confronti con i colleghi magistrati. Ho ricordato con piacere i momenti di coordinamento e quelli di difficoltà. Consideri che nel caso di Setola, io ero praticamente appena arrivato alla Direzione distrettuale antimafia; seguivo quindi le indicazioni che provenivano da colleghi più anziani ed esperti di me: Cesare Sirignano, Giovanni Conzo, Sandro Milita, sotto la direzione di Franco Roberti, che ha coordinato buona parte di quelle attività. Ero all’inizio e non ho potuto che ricordare con gioia e un po’ di nostalgia quei momenti. 

In che cosa si assomigliano il primo documentario sulla cattura di Zagaria e questo su Setola?

Le puntate sono legate dallo stesso filo conduttore. Quando abbiamo proposto a Discovery questo progetto, eravamo partiti con la volontà di raccontare tutta la storia dell’aggressione al clan dei Casalesi, che ha avuto luogo a partire dal 2000 e fino al 2011, anno della cattura di Zagaria. Il filo conduttore è la grande passione che anima queste imprese: dietro una grande operazione si celano il sacrificio e l’abnegazione di tante donne e uomini. Il senso ultimo è allora la vittoria dello Stato e quello che c’è dietro.

Quali sono state le reazioni della troupe quando s’è trovata nei posti in cui sono stati consumati feroci omicidi o nei bunker sotterranei dove si nascondevano questi boss sanguinari?

Nella troupe ho visto sorpresa e stupore; certe cose puoi sentirle o leggerle sui giornali, ma quando le vivi in prima persona è un’altra cosa. Mentre li accompagnavo in questi posti notavo la loro grande sorpresa; spesso la realtà supera l’immaginazione. Talvolta c’era anche timore a ritornare in certi posti in cui l’accoglienza ricevuta non era stata delle migliori. E’ stato interessante per me cercare di trasmettere certe sensazioni ad una troupe fatta perlopiù di persone non napoletane, che non vivono la quotidianità della lotta alla criminalità organizzata. Credo di esserci riuscito perché il risultato finale è un racconto realistico, vero, diretto, che arriva immediatamente a chi guarda. 

Dopo “Il giorno del giudizio…” arriva su Nove “Attacco al clan – caccia ai Casalesi”

Setola è noto alle cronache per l’efferata violenza, la mentalità stragista, le fughe rocambolesche prima della cattura. Che ruolo ricoprì all’interno del clan?

Dalle sentenze che hanno ricostruito quel periodo, emerge che Setola aveva ricevuto il mandato da parte del gruppo Bidognetti di ricostituire il gruppo e di riportarlo ai fasti di un tempo, quelli raggiunti alla fine degli anni ottanta. Setola scelse di farlo probabilmente nel modo peggiore possibile, perpetrando un attacco violentissimo allo Stato, una stagione che si definì stragista e che culminò – sebbene gli episodi omicidiari non finirono quel giorno – nella strage di Castelvolturno del settembre 2008. 

Quale fu la portata del processo Spartacus ai danni dei casalesi? Quali aspetti di questa lunga vicenda processuale emergono dal racconto del documentario?

Nella seconda puntata ho cercato di chiudere il cerchio. Avevamo parlato di Zagaria, di Setola e dei Bidognetti, di Iovine in modo incidentale; mancava all’appello il gruppo Schiavone, protagonista indiscusso della storia criminale del clan. Non è stato semplice perché è una storia lunga e complessa. Il clan viene fondato da Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, colui che raccoglie l’eredità criminale di Bardellino. Abbiamo scelto di focalizzare la nostra attenzione sui passaggi essenziali. A partire dal processo Spartacus, la cattura di Schiavone, per arrivare alla storia dell’aggressione patrimoniale al clan, momento fondamentale della nostra strategia di attacco. Una parte questa, a cui sono particolarmente legato e che sento mia. Abbiamo ricostruito la storia dell’aggressione patrimoniale a partire da Giovanni Falcone, che la istituì, fino ai giorni nostri. 

Possiamo affermare che lo Stato ha vinto? Ha sconfitto il clan dei Casalesi?

Io con fermezza e tanta soddisfazione posso dire che lo Stato, che noi abbiamo rappresentato in quel periodo storico, la battaglia contro quel clan dei Casalesi l’ha vinta; quel clan composto dai gruppi Schiavone, Bidognetti, Zagaria e Iovine non esiste più. Questo è certificato anche dalle sentenze successive. Se e quando saranno in grado di ricostituirsi lo dovremo vedere; ma quel clan è stato definitivamente sconfitto. Speriamo ovviamente che grazie all’impegno anche di altre parti dello Stato questi fenomeni si possano definitivamente estirpare e se ne possa parlare finalmente al passato e non più al presente. 

“Attacco al clan – Caccia ai casalesi” è un documentario di Discovery in esclusiva per “Nove Racconta”

 

  • Le foto di scena e i video per l’anteprima del documentario che abbiamo utilizzato in questo servizio sono stati concessi da Discovery Italia propietaria di Canale Nove e dalla Produzione NonPanic Banijay.

 

  • Un grazie sentito a Beatrice Mariani Pr senior esecutive di Discovery Italia per la gentile, puntuale e corretta collaborazione fornita.

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Spettacoli

Lutto nel mondo del cinema e teatro: è morto Flavio Bucci

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Quantdo è morto era solo. Se n’è andato a Passoscuro, su quel litorale romano che da alcuni anni aveva eletto a ultimo rifugio per una vecchiaia senza un soldo dopo una vita di splendori ed eccessi, esaltazioni e depressioni. Flavio Bucci (torinese del ’47, ma di famiglia un po’ molisana e un po’ foggiana) ha chiuso oggi la sua esistenza terrena pare per colpa di un infarto. Ma, come amava ripetere, “‘c’e’ una sola cosa che ti uccide, pero’ non lo sai mai prima quale sara’” e forse poco gli importava, dopo una vita spesa senza remore e senza mai occultare i suoi vizi, dalle sigarette all’alcool, dalla cocaina alle donne. “I suoi ultimi anni non sono stati sereni purtroppo – dice oggi il figlio Alessandro, che per un tratto della vita lo ha accompagnato come attore – ed e’ triste pensare che in troppi lo abbiano abbandonato dopo una carriera cosi’ intensa tra il cinema e il teatro. Ma come spesso accade agli artisti aveva una sensibilita’ piu’ acuta e dolorosa di noi uomini normali e il gran pregio di non rinnegare nulla di se’, neppure gli sbagli”. Cresciuto nella Torino del dopoguerra tra gli immigrati del sud e poi contagiato dall’euforia della rinascita italiana, Flavio Bucci aveva abbracciato il palcoscenico alla scuola del Teatro Stabile come un amante focoso e impaziente.

Alla sua passione regalava da subito tutto se stesso, sentendosi erede di un teatro classico, lontano dalle bizzarrie dell’avanguardia, ma aperto alla sperimentazione e al fascino dei testi, tra Shakespeare e Gogol (“Le memorie di un pazzo” e’ stato il suo cavallo di battaglia per oltre 30 anni), Virginia Woolf e Pirandello a cui lo accomunava la visione da lunatico solitario, caparbio e spigoloso. Sedotto dal cinema e dalla bella vita, era sbarcato a Roma all’inizio degli anni ’70, forte di un’amicizia con Gian Maria Volonte’ che prima lo aveva iscritto “quasi a forza” al Partito Comunista e poi gli aveva presentato Elio Petri imponendolo nel cast di “La classe operaia va in Paradiso”. Il sodalizio – burrascoso e felice – con il regista romano lo porto’ ad imporsi presto, volto anomalo e indimenticabile che avrebbe avuto la sua celebrazione da protagonista nel personaggio di Total in “La proprieta’ non e’ piu’ un furto” (1973). Poco dopo, in uno slancio di faticosissimo virtuosismo, prese le fattezze e l’anima del poeta e pittore Ligabue nell’omonimo sceneggiato Rai di Salvatore Nocita. Un trionfo perfino inaspettato che incollo’ ai teleschermi piu’ di 15 milioni di spettatori e fece di Bucci una stella in palcoscenico. Piu’ tardi avrebbe dato il volto al protagonista di Quer pasticciaccio brutto di via Merulana, diretto da Piero Schivazappa, dal romanzo di Carlo Emilio Gadda. Il cinema invece gli ha ritagliato prevalentemente parti di antagonista e caratterista cui l’attore dava ogni volta un graffio originale di umanita’ rabbiosa. “Erano gli anni in cui a Hollywood apparivano facce strane, da Dustin Hoffman a Al Pacino – raccontava – e questa linea di mezzo, tra gli scultorei protagonisti della generazione precedente e i colonnelli della risata si adatto’ bene a gente come me, irregolari di talento”.

La lista delle sue apparizioni e’ lunghissima anche se poche volte la qualita’ dei lavori corrispondeva al suo prorompente talento. Tra tanti titoli piace ricordare il metodico e nevrotico giocatore di “Il sistema infallibile” diretto da Carlo di Carlo, il pugliese di “L’Agnese va a morire” con Giuliano Montaldo, il pianista cieco di “Suspiria” con Dario Argento, lo Svitol di “Maledetti vi amero'” con Marco Tullio Giordana, il prete blasfemo e brigante de “Il marchese del grillo” con Mario Monicelli, le collaborazioni con Eriprando Visconti e il viscido Evangelisti ne “Il divo” di Paolo Sorrentino. Grazie all’amico Marco Mattolini ha lavorato fino a poco tempo fa, prima con un recital autobiografico al vetriolo e poi con un bel collage di liriche e pensieri da Giacomo Leopardi, grazie a Riccardo Zinna ha avuto un toccante omaggio da vivo alla Festa del Cinema di Roma con il documentario-ritratto “Flavioh”. Ha avuto due figli dalla compagna Micaela Pignatelli e un terzo dalla produttrice olandese Loes Kamsteeg. Grazie all’amore del fratello Riccardo molte volte si e’ salvato da se stesso. Ma, come amava dire, “Non mi pento di niente, ho amato, ho riso, ho vissuto, vi pare poco?” .

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Dopo “Il giorno del giudizio…” arriva su Nove “Attacco al clan – caccia ai Casalesi”

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“Per anni ho lottato contro il clan dei Casalesi. Insieme a me c’era lo Stato: poliziotti, carabinieri, finanzieri, volontari… Tutti uniti con un unico obiettivo: dare ai cittadini un futuro senza mafia”.

A parlare è il pm napoletano Catello Maresca, che con le sue indagini – valse migliaia di arresti e centinaia di milioni di euro confiscati – ha inferto colpi durissimi ad un clan che pareva inarrestabile. E proprio dalla viva voce di Maresca (fresco di nomina a sostituto procuratore generale di Napoli) sarà possibile ascoltare il racconto di quelle indagini decisive. 

Dopo il successo de “Il giorno del giudizio – come ho catturato l’ultimo dei Casalesi”, documentario sulla cattura del superlatitante Michele Zagaria – avvenuta a Casapesenna il 7 dicembre 2011 -, Maresca ritorna in televisione per un altro avvincente racconto.

Il documentario “Attacco al clan – caccia ai Casalesi”, andrà in onda in prima tv assoluta, diviso in due puntate sul canale NOVE (gruppo Discovery Italia, produzione Non Panic Banijay), il 20 e il 27 febbraio alle 21:25. 

Nel primo episodio saranno raccontate le indagini che portarono alla cattura di Giuseppe Setola, sanguinario boss a capo dell’ala stragista dei Casalesi. Setola, responsabile della strage di Castelvolturno in cui furono trucidati sei immigrati africani, era ricercato dal 2008. La sua cattura avvenne il 14 gennaio del 2009, due giorni dopo una fuga rocambolesca attraverso un tunnel sotterraneo collegato alle fogne. 

Nella seconda parte sarà trattato invece il processo Spartacus, mastodontica operazione giudiziaria che tagliò le gambe al clan, mandando alla sbarra più di 115 persone. Spartacus (nome dalla forte valenza simbolica, perché ispirato al gladiatore trace che capeggiò la più grande rivolta servile contro la Repubblica romana) rappresentò – insieme al maxiprocesso di Palermo – la più importante operazione contro la mafia nel nostro Paese. Il processo iniziò nel 1998 per concludersi soltanto nel 2010 con il terzo grado di giudizio. In Cassazione furono confermati i 16 ergastoli, fra cui quelli dei capi Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, e gli allora latitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria.

Oltre alla testimonianza diretta di Maresca e dei suoi investigatori, il documentario è arricchito dal contributo di materiali inediti: filmati originali delle attività di polizia e magistratura, intercettazioni, verbali e registrazioni dei collaboratori di giustizia. Un documentario da non perdere che svelerà dettagli e retroscena di alcune delle indagini più importanti condotte dallo Stato contro il temibile clan dei Casalesi.

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