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Al lavoro sul decreto missioni, la priorità è la pacificazione della Libia

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La riconfigurazione della missione militare italiana in Libia – alla luce degli ultimi sviluppi e, soprattutto, dei possibili scenari futuri – è una delle questioni più impellenti con cui è alle prese il ministero della Difesa (e non solo) in vista della prossima presentazione al Parlamento del decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali. “Ogni operazione viene valutata per i risultati che sta conseguendo, per gli obbiettivi che si è posta, per la fluidità della situazione che si determina. Le valuteremo una a una nel decreto che andremo tra poco a presentare in Parlamento”, ha detto l’altro giorno il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini (che mercoledì  sarà sentito dalle Commissioni Difesa di Camera e Senato). Ed è chiaro che una riflessione particolare interesserà soprattutto la Libia, dove la missione bilaterale oggi in corso, che ne accorpa due del tutto distinte tra loro, presenta degli aspetti controversi e rischia di essere poco utile ai fini del ruolo da protagonista che l’Italia mira a ritagliarsi. Per la Missione di assistenza e supporto (Miasit) in Libia il Parlamento ha autorizzato un massimo di 400 militari, con 130 mezzi terrestri oltre a navi e aerei tratti dall’operazione Mare sicuro. Il contingente effettivamente schierato però è attualmente meno robusto (cosa che la legge consente per adattare i numeri alle esigenze concrete): si tratta di circa 250 uomini divisi tra l’ospedale da campo di Misurata e i militari che addestrano la Guardia costiera e la Marina militare di Tripoli. Ma l’ospedale da campo dell’operazione Ippocrate, il cui originario e implicito scopo era di curare i libici che combattevano contro l’Isis, ha perso ormai questa sua caratteristica, visto che il Califfato è stato di fatto sconfitto. E d’altro canto, l’attività di formazione della Guardia costiera libica nel contrasto ai “traffici illeciti”, compresi quelli di esseri umani, viene contestata in Italia e in altri Paesi da quei settori politici e della società civile che considerano un “crimine” bloccare in mare i profughi che fuggono da “un Paese in guerra” e da quei centri di detenzione dove sarebbero trattenuti in condizioni “inumane”.

Palermo. Sono passati mesi e Conte vorrebbe riportare allo stesso tavolo della pace Haftar e Serraj 

Che si tratti di mettere mano a questa missione sembra dunque evidente, soprattutto se si intende dar seguito all’ipotesi – esplicitata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ma che secondo molti vedrebbe d’accordo anche il Pd – di dar vita a una missione di interposizione in Libia, sulla falsariga di Unifil in Libano, l’operazione sotto egida Onu e a comando italiano creata per garantire il rispetto del cessate il fuoco tra Israele e le milizie di Hezbollah.

Ministro degli Esteri. Prezioso il contributo di Di Maio nel tessere la tela diplomatica per coinvolgere turchi, russi e tedeschi nel cessate il fuoco

In questo contesto potrebbe essere utile, per il Governo, prevedere già a partire dal prossimo decreto missioni un contingente in Libia diverso e più consistente di quello attuale, senza alterare l’impegno complessivo – che vede schierati circa 6.000 soldati in 24 Paesi, per un costo di circa un miliardo e mezzo di euro – ma ridimensionando i contingenti dislocati nelle aree che sono meno direttamente legate agli interessi nazionali. In Afghanistan, ad esempio, dove da tempo si parla di riportare a casa parte degli 800 militari presenti, nello stesso Libano (dove sono più di mille), in Kosovo (oltre 500) ed anche in Iraq (900), dove Guerini ha già parlato di una possibile “riconfigurazione”, in un’ottica di rafforzamento del ruolo addestrativo della Nato. Sempre in chiave libica, il decreto probabilmente prorogherà lo stanziamento per l’operazione navale Sophia, sotto cappello Ue e a comando italiano, attualmente senza navi e quindi ‘disoccupata’: l’obiettivo sarebbe quello di ripristinarla per attuare seriamente l’embargo delle armi alla Libia. Più in generale, la logica del risiko delle missioni è quella di mantenere e rafforzare quelle che toccano più direttamente gli interessi italiani, anche dal punto di vista del controllo dei flussi migratori: oltre alla Libia, una serie di Paesi africani, in primis Niger e Somalia.

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Elezioni Usa 2020, Facebook valuta se bandire gli spot politici

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Facebook sta esaminando l’ipotesi di bandire gli spot politici sulla sua piattaforma prima delle elezioni generali di novembre. Lo scrive il New York Times, citando due persone a conoscenza del dossier. La questione e’ emersa alla fine dello scorso anno ma ora e’ tornata alla ribalta in seguito alle crescenti accuse di consentire la disinformazione e l’odio online. Accuse che hanno indotto molte grandi aziende a sospendere la loro pubblicita’. Il cuore del dibattito, secondo le fonti, e’ se vietare gli spot politici aiuterebbe o danneggerebbe l’obiettivo di “dare voce agli utenti”.

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La paura del covid fa rinviare l’esecuzione di una pena di morte negli, i familiari delle vittime vogliono assistere

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Un tribunale ha sospeso l’esecuzione in Indiana di una condanna a morte federale prevista per lunedi’, la prima dal 2003. I giudici hanno accolto la richiesta dei famigliari delle vittime che, invocando la propria vulnerabilita’, hanno sostenuto di essere di fronte alla scelta impossibile tra il diritto ad assistere agli ultimi momenti del condannato e i timori di contagio in caso di assembramento. Il detenuto e’ Daniel Lee, un suprematista bianco accusato della morte di una coppia e di una bimba di 8 anni.

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Michel, sul Recovery Fund controllino i governi

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Soldi si’, ma a patto che gli altri Paesi dell’Ue possano ficcare un po’ il naso negli affari di casa nostra. E’ uno dei paletti alzati dalla proposta del presidente del Consiglio europeo Charles Michel sul Recovery Fund. Pur confermando i 750 miliardi di euro, e lasciando intatto l’equilibrio tra trasferimenti a fondo perduto (500 miliardi) e prestiti (250), il progetto rafforza il potere del Consiglio, dando l’ultima parola ai 27, che si esprimeranno a maggioranza qualificata su una valutazione della Commissione europea per gli stanziamenti. Un pallino soprattutto tedesco e dei Frugali (Olanda, Danimarca, Svezia, Austria) quello di sfilare il potere decisionale alla Commissione, per riportare la governance saldamente nelle mani dei governi. Una mossa suggerita a Michel dalla cancelliera Angela Merkel per avvicinare le posizioni – ancora lontane – in vista del vertice del 17 luglio.

Mark Rutte. Premier olandese

Un dettaglio non trascurabile, visto l’approccio storico dei falchi del Nord verso i partner meridionali. Non a caso l’olandese Mark Rutte, capofila dei Frugali, prima di incontrare il premier Giuseppe Conte parlando con la stampa ha insistito sull’importanza di “fissare le riforme economiche” poiche’ in passato “abbiamo gia’ sentito promesse”. Per accedere agli esborsi, i piani nazionali dovranno non solo dimostrare di essere coerenti con gli obiettivi comuni europei, cioe’ gli investimenti in digitale e green economy, ma soprattutto di utilizzare le risorse per modernizzarsi e realizzare quelle riforme evidenziate dalle raccomandazioni che ogni anno, a maggio, Bruxelles indirizza a ciascun Paese. Risolvere insomma le debolezze strutturali che rendono i Paesi vulnerabili e poco efficienti creando, di conseguenza, anelli deboli nel Mercato Unico.

Per l’Italia significa riformare la giustizia, per rendere piu’ veloce e sicura quella civile (secondo l’ultima valutazione annuale della Commissione Ue, il nostro Paese resta ancora una volta tra i piu’ lenti nell’Unione, nel risolvere i casi civili e commerciali, con una media di 527 giorni per ottenere un primo grado di giudizio, il tempo piu’ lungo dopo la Grecia). Ma anche lavorare ad una burocrazia piu’ efficiente, per rimuovere gli ostacoli alle imprese e creare crescita e lavoro. Ma tra le novita’ che vanno nella direzione dei Frugali e di altri Paesi che vorrebbero una spesa piu’ contenuta ci sono anche la riduzione del bilancio Ue 2021-2027 a 1.074 miliardi, la conferma dei rimborsi per alcuni Stati ed un aumento del target di spesa green nel Recovery Fund dal 20 al 30%, oltre a diversi parametri per l’allocazione delle risorse del fondo per il rilancio economico. Un contentino, per rendere gli animi piu’ concilianti, e’ anche una riserva da cinque miliardi per far fronte alle ripercussioni impreviste, per la Brexit, nei settori e nei Paesi piu’ colpiti. Tra i piu’ esposti ci sono infatti l’Olanda e il Belgio. Non a caso la premier belga Sophie Wilmes lo ha definito “un ottimo segnale per avviare i negoziati”. A bocciare la nuova proposta di Michel sul Recovery Fund e’ stata invece la finlandese Sanna Marin: “E’ necessario fare molto lavoro. Abbiamo bisogno di un ammontare complessivo piu’ basso e di un migliore equilibrio tra sovvenzioni e prestiti”. Sulla stessa linea il ministro svedese per gli Affari europei, Hans Dahlgren. E anche il premier ceco Andrej Babis si e’ mostrato cauto.(

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