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Addio a Piero Tosi, costumista-artista e premio Oscar alla carriera: ha lavorato con i grandi del cinema

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Quando nel 2015 l’Academy conferìa Piero Tosi l’Oscar alla carriera, volle riassumere nel suo piu’ prestigioso riconoscimento un omaggio al genio pienamente italico di uno straordinario creatore, ma anche la conferma per una scuola d’eccellenza tutta italiana che sa dare filo, stoffa, smalto e splendore alla creazione dei registi. Cosa sarebbe infatti il nostro cinema senza i suoi formidabili scenografi, costumisti, creatori delle luci, musicisti? Con Piero Tosi se ne va oggi un artista globale che del pittore Ottone Rosai (suo maestro) eredita il senso della luce e del colore e che delle nostre piu’ prestigiose sartorie (la bottega Tirelli in primis) trasfigura la passione per la materia di cui sono tessuti i sogni. Toscano, natio di Sesto Fiorentino, classe 1927, Tosi approda a Roma giovanissimo, chiamato da un conterraneo che crede in lui come Franco Zeffirelli e che lo presenta alla corte del granduca Luchino Visconti. In realta’ fa le sue prime prove a Firenze come costumista teatrale nel ’47 per “Il candeliere” diretto da Franco Enriquez, ma gia’ due anni dopo Visconti lo chiama per il suo “Troilo e Cressida” allestito al Giardino di Boboli. I due si intendono immediatamente sul filo del gusto raffinato, della solida formazione del costumista diplomato all’Accademia fiorentina di Belle Arti, dell’idea del costume come forma espressiva del personaggio. E non sara’ un caso che proprio Visconti inizia Tosi al cinema nel 1953 con “Bellissima” in cui e’ chiamato a trasfondere il realismo d’ambiente e l’immagine di Anna Magnani in una creazione tanto naturalista quanto immediatamente riconoscibile. Da li’ parte un sodalizio umano e artistico che vedra’ Piero Tosi protagonista in ben 12 capolavori viscontiani (praticamente tutti fino a “L’innocente”), ma anche in teatro (memorabile la loro “Locandiera”) e nell’opera lirica da “Macbeth” a “La sonnambula”. Quasi per osmosi il grande costumista affianca da subito anche le creazioni di un maestro del calligrafismo cinematografico come Mauro Bolognini che sara’ il suo mentore in una dozzina d’occasioni tra “Il bell’Antonio” e “Metello” e riprendera’ l’eredita’ viscontiana insieme all’amico Franco Zeffirelli per “La traviata” e “Storia di una capinera” (entrambi rivisitati con l’occhio del cinema).

Ma sarebbe restrittivo legare il nome di questo generoso e vitale genio al solo cinema in costume e a pochi maestri di una stessa scuola: Piero Tosi lavora volentieri con tutti e adatta il suo stile ai contesti piu’ diversi. Eccolo a fianco dell’esordiente Franco Brusati “(Il padrone sono me”, 1955),e poi di Dino Risi, Monicelli, Comencini, De Sica, Pietrangeli, ma anche Castellani, Matarazzo, Camerini esponenti della generazione precedente. Memorabili poi i suoi incontri con Pier Paolo Pasolini (“Medea”, 1969), Liliana Cavani (fin da “Il portiere di notte”, 1974) e ancora Lina Wermuller col “Giornalino di Gian Burrasca” del 1964. E’ proprio lei, chiamata alla direzione del Centro Sperimentale di Cinematografia a volerlo nel 1988 per insegnare la sua arte, mestiere che svolgera’ con passione immutata per quasi 30 anni creando dei fantastici atelier di recitazione in costume per i quali sono passati tutti i nuovi volti del nostro cinema migliore. Del resto l’esercizio costante della ricerca filologica sul costume, sulla distanza storica tra copia conforme e reinvenzione sono sempre stati il teatro del suo magistero espressivo, spesso traslato dal set alla scena con i suoi migliori amici e maestri dopo Visconti, da Bolognini a Zeffirelli. Ed e’ insieme a quest’ultimo che firma nel 2009 la sua ultima creazione col cortometraggio “Omaggio a Roma” diretto da Zeffirelli nel 2009. Tre David di Donatello, 8 Nastri d’Argento, due Bafta Awards (gli Oscar inglesi), un premio a lui intestato (al Bi&Fest di Bari dal 2009) scandiscono la sua carriera a fianco delle 5 nomination all’Oscar prima della statuetta onoraria decisa nel 2013. Tra il 2014 e l’anno seguente Palazzo Pitti (dove era nato artisticamente) gli ha dedicato una mostra permanente dei costumi piu’ belli, a cominciare dal vestito di Angelica per “Il Gattopardo”. Con Piero Tosi, si potrebbe dire, scompare la memoria vivente di un’idea del bello che affonda le sue radici nell’armonia rinascimentale e conquista la modernita’ nel segno della tradizione.

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Giovanni Gastel al Blu di Prussia, “Selected Works” per riflettere sul bisogno della bellezza

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Molto spesso non consideriamo sufficientemente la fortuna che hanno i fotografi: quella di riuscire ad essere scrittori e artisti nello stesso momento. Riuscire a raccontare storie nelle storie, esaltare bellezze nascoste nello spazio e nel tempo, proiettare i sentimenti nel passato, nel presente e nel futuro; scardinare i punti fermi, le prospettive, i luoghi comuni.

Giovanni Gastel è uno dei fotografi più acclamati dei giorni nostri: le sue foto entrano in punta di piedi nelle nostre retine e ci riportano indietro nel tempo, raccontando una realtà parallela, lontana. Eppure molte delle sue foto sono nate su set fotografici per grandi riviste, popolari, contemporanee, figlie dei nostri tempi caotici e superficiali; e la cosa risulta essere uno stridente ossimoro, qualcosa del tutto impossibile.

Come può un fotografo così legato all’odierna società – sguaiata, esagerata, urlata – produrre foto così eleganti, raffinate, particolari? Può, Gastel può e ci riesce senza ombra di dubbio.

Il genio, l’estro creativo, sta proprio nel riuscire a scavare nel profondo, nel ricercare l’eleganza in ogni soggetto. I ritratti di Gastel sono eleganti, garbati, seducenti. Ci riportano alle pitture di Giovanni Boldini, a quei soggetti dalle forme allungate dal manierismo cinquecentesco, agli affreschi delle chiese neoclassiche.

La mostra “Selected Works” è una bella seguenza di fotografie rimaste impresse dietro l’obiettivo fotografico come un pennello sulla tela di un pittore. Si percepisce lo studio di fondo, la ricchezza d’animo e di cultura, la fortuna di essere nato in un certo contesto – non capita a tutti di essere nipoti di Luchino Visconti! –  senza mostrarlo in modo spocchioso.

La grandezza di Giovanni Gastel sta nel riuscire a parlare a tutti, attraverso il filo diretto delle copertine, delle riviste, utilizzando però una lingua apparentemente in via d’estizione, il pudore.

Per la prima volta a Napoli, fino al 31 gennaio, potete andare a vedere questa bella mostra nella galleria “Il blu di Prussia”, a cura di Maria Savarese, e farvi catturare dal fascino in bianco e nero delle sue opere fotografiche, riflettere su quanto ci sia bisogno al giorno d’oggi di bellezza, di eleganza, di intimità.

Di parole sussurrate nelle immagini di chi scatta, dell’ascoltare sotto voce di chi guarda, in un magma incandescente di brutture e volgarità.

 

 

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Cultura

Archivio Carbone, la storia della fotografia a Napoli che diventa storia del Paese

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Nella trasposizione televisiva dell’Amica Geniale, best-seller della scrittrice senza volto Elena Ferrante, un lungo passaggio di camera ci mostra la ricostruzione cinematografica della bottega di Riccardo Carbone, fotografo napoletano che ha lasciato uno degli archivi fotografici più completi, sia dal punto di vista storico che da quello sociale, a partire dalla fine degli anni ’20 fino agli anni ’70 del secolo breve. Anche forte della sua collaborazione con il Mattino, storico giornale della città di Napoli che sotto la guida di Paolo Scarfoglio, direttore e figlio di Edoardo, intuì la forza delle immagini a corredo dei pezzi giornalistici il quale  ne aumentò addirittura gli spazi in pagina facendone acquisire il giusto valore documentario e testimoniale, Riccardo Carbone riuscì a documentare i più importanti avvenimenti della città, lasciando quello che è oggi l’Archivio Carbone, dove sono impegnati il figlio Renato e tanti giovani vicini alla famiglia Carbone che ne curano la catalogazione e la commercializzazione di uno dei più importanti archivi fotografici italiani.   L’ archivio fotografico è composto da circa 500 mila negativi, oltre ad alcune migliaia di stampe e lastre di vetro. La documentazione raccolta copre un arco cronologico compreso tra i primi anni Venti e l’inizio degli anni Settanta e si riferisce per la maggior parte (ma non esclusivamente) alla realtà napoletana e campana. Nella sua professione di fotoreporter Riccardo Carbone ha documentato, attraverso le varie fasi politiche che hanno caratterizzato la storia del Novecento, i principali avvenimenti locali e nazionali. Si tratta di una ricchissima, ed in massima parte ancora inesplorata, fonte iconografica per la ricostruzione della storia non solo di Napoli ma dell’intero Paese. Dalla casa Reale al Ventennio Fascista, la Guerra, i personaggi storici di quegli anni e del dopoguerra, il San Carlo, attori, registi, la dolce vita partenopea e tanto altro si ritrova tra i negativi che gelosamente custoditi, oggi sono oggetto di recupero, scoperta e digitalizzazione per la costruzione e l’accrescimento di un archivio on-line che già esiste, ma che ancora può riservare enormi sorprese, consultabile dal 2017  https://www.archiviofotograficocarbone.it/

Sono circa 4 mila le lastre in vetro e le stampe che documentano il Ventennio fascista a Napoli e in Campania, avvenimenti storici importanti come la visita di Hitler a Napoli con Vittorio Emanuele III, le grandi manovre in Irpinia, Mussolini a Napoli, l’occupazione italiana di Corfù e le nozze del Duca delle Puglie con Anna D’Orleans.

Dal 1945 al 1973 il crollo del regime fascista comporta un notevole incremento e una maggiore liberà del lavoro di Carbone. Le sue fotografie ritraggono la storia di Napoli sotto aspetti diversi: la miseria e le campagne di ricostruzione post-bellica, gli antichi mestieri, gli scugnizzi, l’emigrazione e la ripresa economica. Le tradizioni popolari, le feste religiose, il mondo del teatro e del cinema con i personaggi famosi, dalla storia del San Carlo alla compagnia di Eduardo, dal cinema di Nanni Loy e Vittorio De Sica ai viaggi a Napoli di Alfred Hitchcock, Ernest Hemingway, Orson Welles, Clark Gable e moltissimi altri.

I negativi nei formati da 35 e 120 mm sono conservati in buste contenute in scatole numerate in modo progressivo, ogni busta corrisponde ad un servizio fotografico e dal 1945 al 1973 se ne contano 23.955. L’ordinamento è facilitato dalla presenza di quaderni manoscritti dallo stesso fotoreporter, con gli indici dei servizi fotografici. Questi mezzi di corredo forniscono le indicazioni sui contenuti di una parte consistente del fondo, per ogni servizio fotografico sono indicati data, luogo ed avvenimento, numero della scatola e della busta. La catalogazione del materiale antecedente al 1945 è, invece, molto complicata a causa dell’assenza dei registri cartacei con gli indici dei servizi fotografici, dispersi o distrutti durante la Seconda Guerra Mondiale

Il fondo è stato conservato sino ad oggi da Renato Carbone, figlio di Riccardo, il quale, con il passare degli anni, ha maturato il desiderio di condividere l’importante memoria storica. Nel 2015 è nata l’Associazione Riccardo Carbone, divenuta Onlus nel 2017, che si occupa della conservazione, digitalizzazione e catalogazione del materiale fotografico dell’Archivio. Il lavoro dell’Associazione è portato avanti da Renato e da un gruppo di suoi collaboratori volontari (Federica Nicois, Letizia Del Pero, Giovanni Nicois). Nel 2017 l’Archivio ha ottenuto il riconoscimento di interesse storico particolarmente importante da parte del Mibact.

 

L’avvio dell’attività è stato possibile nel 2016 grazie ad una campagna di crowdfunding che ha permesso l’acquisto di tre scanner professionali per la digitalizzazione e nuove scatole in cartone non acido per la conservazione dei negativi. Per il trattamento archivistico della documentazione fotografica si utilizza la piattaforma di catalogazione xDams realizzata dalla società Regesta.exe, che ha mutuato ed adattato alle esigenze degli archivi di immagini il modello dati elaborato dall’ ICCD per la descrizione dei beni fotografici.

L’archivio, come accade spesso e sempre di più nel meridione non percepisce fondi pubblici e forse nemmeno è inserito nelle programmazioni nazionali future riguardanti gli archivi storici e di cui tanto si parla e si è discusso anche a Napoli attraverso convegni sugli stati generali della fotografia che in città non hanno visto la partecipazione ed inviti alle componenti fotografiche piu’ importanti e storiche attive sul territorio, ovviamente parliamo della fotografia di cerimonia e del fotogiornalismo. Questo tipo di esclusione, l’Archivio Carbone lo ha superato con le operazioni di crowdfounding che hanno trovato riscontri inaspettati, con la campagna “Adotta un servizio e con un piccolo contributo è possibile scegliere un titolo non ancora digitalizzato dal catalogo ed effettuando la donazione attraverso la piattaforma https://buonacausa.org/cause/archiviocarbone il servizio fotografico viene digitalizzato e messo online con in calce il nome della persona che lo ha adottato. Una volta online, l’adottante avrà diritto ad una stampa in formato 20×30 che sceglierà dalle foto che compongono il servizio scelto, fino ad oggi il materiale digitalizzato, non solo tramite le adozioni, ammonta a circa 25.000 negativi su 500.000. Le adozioni effettuate fino ad oggi sono 741e sicuramente aumenteranno, anche perché l’iniziativa rimarrà sempre aperta e sempre a disposizione della città che Riccardo ha per sempre storicizzato nelle sue fotografie.

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Cultura

La Federalberghi di Capri: difendiamo i Faraglioni, facciamone patrimonio dell’Unesco

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Curare e salvaguardare i Faraglioni dell’isola di Capri e l’area marina circostante dall’incuria e dall’inquinamento ambientale “causato dalla continua presenza ravvicinata di natanti che spesso transitano in prossimità anche a velocità elevate. E far sì che questa diventi l’occasione per affrontare il problema del notevole ed indisciplinato traffico marittimo” davanti alle coste dell’isola azzurra. la proposta è di Federalberghi Isola di Capri. “Da mesi abbiamo evidenziato a Capri il problema del traffico a terra e di quello a mare. Mentre per il primo restiamo in attesa di un tavolo tecnico con le parti interessate e dei nuovi bus, per la tutela del mare abbiamo individuato un percorso che potrebbe favorire una soluzione del problema: lanciamo la candidatura dei Faraglioni per l’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco per quanto riguarda i beni naturali” annuncia il presidente di Federalberghi Isola di Capri, Sergio Gargiulo.

Le regole dettate dall’organizzazione internazionale che promuove il patrimonio artistico e culturale a livello mondiale, dicono da Federalberghi Capri, rendono possibile la candidatura per quegli elementi che si ritengono: monumenti naturali “costituiti da formazioni fisiche e biologiche o da gruppi di tali formazioni di valore universale eccezionale dall’aspetto estetico o scientifico”; “formazioni geologiche e fisiografiche e le zone strettamente delimitate” costituenti “l’habitat di specie animali e vegetali minacciate, di valore universale eccezionale dall’aspetto scientifico o conservativo”; siti naturali o le zone naturali strettamente delimitate “di valore universale eccezionale dall’aspetto scientifico, conservativo o estetico naturale”. “Riteniamo che i Faraglioni di Capri e forse anche qualche altro elemento naturale dell’isola, come ad esempio l’Arco Naturale, se non tutta l’isola stessa così come è accaduto per le Eolie, rispondano in pieno ai requisiti richiesti per l’iscrizione nelle Liste dell’Unesco”  spiega il Gargiulo. “Attorno a questa candidatura – conclude l’imprenditore alberghiero caprese – intendiamo raccogliere le adesioni delle istituzioni locali, della associazioni imprenditoriali e culturali e dei tanti amici di Capri sparsi nel mondo ma che puntualmente ritornano sull’isola perchè siamo certi che anche loro, come noi, sono consapevoli che un riconoscimento del genere serve a conservare l’inimitabile bellezza della nostra Capri”.

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